La Sovranità AI diventa il terreno decisivo su cui governi e imprese stanno ridefinendo strategie, alleanze e investimenti. La corsa all’intelligenza artificiale ha trasformato il calcolo in un asset geopolitico, mentre la concentrazione delle risorse accentua disparità difficili da colmare. In questo contesto, il Forum di Davos ha riportato al centro un concetto chiave: non basta costruire capacità nazionali, serve ripensare l’interdipendenza. Il nuovo report “Rethinking AI Sovereignty: Pathways to Competitiveness through Strategic Investments”, elaborato dal World Economic Forum e da Bain & Company, propone una visione meno rigida della sovranità, descritta come interdipendenza strategica. Una definizione che rispecchia un mercato dove poche economie controllano la capacità di calcolo più avanzata e dove l’accesso a chip, energia e data center diventa sempre più difficile.
Mentre Stati Uniti e Cina raccolgono circa il 65% degli investimenti globali in AI, molti Paesi rischiano di restare ai margini. La risposta passa dalle infrastrutture condivise, che possono ampliare l’accesso e distribuire in modo più equilibrato le capacità digitali. Tuttavia, la possibilità di ridurre le disparità dipende dalla fiducia che sapremo costruire attorno a questi modelli, perché condivisione non significa rinuncia al controllo. Il nodo centrale è proprio questo.
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L’urgenza di ridurre i divari infrastrutturali
Il peso dell’infrastruttura cresce mentre i modelli diventano più complessi. La domanda di calcolo avanza a un ritmo che supera la capacità di pianificazione e investimento. I chip avanzati restano difficili da ottenere, la rete elettrica fatica a sostenere carichi crescenti e i tempi autorizzativi rallentano i progetti. Gli esempi più recenti mostrano un divario che si allarga. Nel Regno Unito, per ottenere un collegamento alla rete possono servire otto o dieci anni. Il governo ha risposto con le “AI Growth Zones”, nate per velocizzare la costruzione di data center e facilitare l’attrazione di investimenti.
Molti Paesi non dispongono di terreni, energia o capitali adeguati, e di conseguenza puntano a partnership basate su responsabilità condivise. L’obiettivo è evitare che la mancanza di infrastrutture impedisca lo sviluppo dell’intelligenza artificiale o costringa a dipendere completamente da pochi hyperscaler. La Sovranità AI impone quindi un ripensamento del rapporto tra autonomia nazionale e risorse disponibili, cercando modelli che consentano di restare competitivi senza sacrificare il controllo su dati e workload.
Oltre il data center: cosa significa infrastruttura condivisa
Le architetture condivise includono forme diverse di cooperazione. Alcune prevedono capacità computazionale regionale condivisa da più economie. Altre puntano su data center gestiti da partner certificati, con vincoli contrattuali e tecnici che garantiscono protezione e separazione dei flussi. Un modello emergente è quello delle digital embassies, strutture collocate all’estero ma regolate da accordi che ne definiscono le tutele giuridiche e di sicurezza. L’esperienza di Estonia e Lussemburgo rappresenta uno dei primi casi concreti, citato a Davos durante la sessione “Digital Embassies for Sovereign AI”.
La novità dell’era dell’intelligenza artificiale riguarda però il luogo del trattamento dei dati. Il dibattito non si limita più alla residenza, ma coinvolge il processo di elaborazione, compreso l’uso di chip avanzati e infrastrutture ad alta intensità energetica. Questo sposta l’attenzione su aspetti operativi complessi: chi può accedere fisicamente ai sistemi, quali controlli garantiscono la riservatezza dei workload e come si prevengono rischi di blocco o interferenza. La shared infrastructure non rappresenta un percorso automaticamente più economico o sicuro, ma apre una strada per distribuire risorse con regole comuni.
Le condizioni indispensabili per la fiducia
La tenuta della Sovranità AI dipende dalla capacità di attribuire fiducia a meccanismi di condivisione costruiti su basi robuste. Le economie devono definire tre elementi chiave. Il primo riguarda la giurisdizione: chi decide in caso di controversie, cosa accade se norme emergenziali cambiano il quadro e come si gestiscono eventuali divergenze. Senza chiarezza su questo punto, ogni accordo rischia di indebolirsi nel momento in cui serve maggiore protezione.
Il secondo elemento riguarda la capacità di rendere effettive le tutele previste. Le garanzie non possono restare sulla carta. Occorre stabilire come si proteggono dati e workload durante l’elaborazione, quali controlli tecnici impediscono accessi non autorizzati e quali limiti vincolano il partner che gestisce l’infrastruttura. La credibilità delle tutele deriva dall’allineamento tra obblighi legali e misure operative verificabili.
Il terzo elemento è la continuità della verifica. Per mantenere la fiducia servono audit ricorrenti, piani di risposta agli incidenti e procedure che consentano di migrare altrove dati e workload. Un’uscita praticabile riduce i rischi di lock-in e garantisce maggiore stabilità nei rapporti con i fornitori. Se queste condizioni non vengono rispettate, i modelli condivisi rischiano di aumentare le dipendenze anziché ridurle.
Inclusività come obiettivo strategico del 2026
Il 2026 diventa un anno determinante per stabilire se la Sovranità AI favorirà la crescita equilibrata o accentuerà le distanze. Il summit India AI, inaugurato a Nuova Delhi, amplia il quadro tracciato a Davos e pone al centro l’inclusione. La capacità di portare l’intelligenza artificiale nei Paesi in via di sviluppo dipende infatti dall’accesso a infrastrutture affidabili. Senza investimenti condivisi, molti Stati non potranno sostenere la domanda crescente e resteranno vincolati a un numero ristretto di piattaforme globali.
Le scelte che maturano quest’anno determineranno il futuro degli ecosistemi digitali. Mantenere un equilibrio tra autonomia e cooperazione richiede una progettazione lungimirante, capace di adattarsi a scenari tecnologici e geopolitici in rapido mutamento. Le infrastrutture condivise non rappresentano solo un modello tecnico, ma un nuovo terreno politico su cui definire equilibri e rapporti di forza.
La prospettiva appare chiara: l’interdipendenza strategica diventa inevitabile, mentre la fiducia ne definisce il perimetro. La shared infrastructure non elimina la competizione, ma può ridurre il divario e creare nuove opportunità, a condizione che i modelli vengano progettati con rigore e trasparenza. La Sovranità AI resta un obiettivo complesso, ma può diventare una leva di inclusione se si costruiscono garanzie solide e se si favorisce una governance che tuteli i diritti e rafforzi la resilienza. In gioco non c’è solo la capacità di innovare, ma l’accesso stesso al futuro digitale.













