La pandemia da Covid-19 ha dimostrato che il sistema può reggere anche sotto stress estremo. In poche settimane, milioni di lavoratori sono migrati al remoto e imprese e Pubblica Amministrazione hanno garantito la continuità operativa. Un risultato che, osservato oggi, appare però più come un adattamento improvvisato che come il frutto di una reale preparazione strutturale.
Cinque anni dopo, quel modello torna al centro dell’agenda, questa volta per ragioni diverse: la crisi energetica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. E le fragilità che riemergono sono le stesse di allora, amplificate da un contesto geopolitico più instabile e interconnesso.
Indice degli argomenti
Hormuz, fragilità e shock sistemici
Il blocco del transito nello Stretto di Hormuz ha sottratto al mercato globale oltre 12 milioni di barili al giorno, con effetti immediati su prezzi, carburanti e logistica. Ma l’impatto sull’economia digitale va ben oltre il costo dell’energia.
Le tensioni nel Golfo e nel Mar Rosso mettono a rischio la sicurezza dei cavi sottomarini, che trasportano la quasi totalità del traffico internet globale. Energia e connettività sono sotto pressione simultanea, due pilastri fondamentali del lavoro remoto colpiti nello stesso momento.
A questo si aggiunge la disruption nelle filiere dei semiconduttori, con aumenti dei costi tra il 15% e il 25% per i materiali elettronici e criticità nell’approvvigionamento di gas tecnici essenziali per la produzione di chip.
Le conseguenze operative sono già visibili: data center negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain hanno subito danni, con ripercussioni sui servizi cloud e tempi di ripristino prolungati. Alcune grandi istituzioni finanziarie hanno evacuato sedi strategiche attivando protocolli di lavoro remoto d’emergenza.
Resilienza, il nodo della preparazione mancata
Il governo italiano sta valutando misure per la primavera 2026, includendo il potenziamento dello smart working come leva di risparmio energetico. È un segnale importante, perché indica una crescente consapevolezza del ruolo del lavoro agile come strumento strutturale di resilienza, non solo organizzativa ma anche energetica.
La sfida ora è accompagnare queste iniziative con un’evoluzione altrettanto solida delle architetture digitali e dei modelli di sicurezza.
Il problema di fondo resta quello emerso già nel 2020. Disporre di strumenti per il lavoro remoto non equivale a saper gestire la complessità in condizioni avverse.
Durante la pandemia, molte organizzazioni hanno semplicemente trasferito l’ufficio nelle case dei dipendenti senza riprogettare processi e architetture. Il perimetro aziendale si è dissolto: VPN sovraccariche, dispositivi personali non gestiti, reti domestiche fuori controllo. La superficie d’attacco si è ampliata senza un reale governo.
Il risultato è stato un aumento significativo degli attacchi ransomware, con impatti diretti su operatività, dati e reputazione.
Oggi quella vulnerabilità persiste. Il punto di cedimento non è il data center, ma la postazione domestica: una connessione eterogenea come FTTC, FTTH o satellitare e un dispositivo aziendale spesso configurato anni fa.
Infrastrutture, sicurezza e continuità energetica
Gli operatori di telecomunicazioni italiani hanno richiesto con urgenza la creazione di una whitelist delle infrastrutture critiche da preservare in caso di crisi energetica. Una richiesta tecnica puntuale, ma che evidenzia un problema strutturale: la stessa esigenza era già emersa negli anni precedenti senza una risposta sistemica.
La resilienza reale, fatta di architetture distribuite, modelli zero trust, piani di risposta testati e continuità energetica garantita, resta oggi concentrata nei grandi operatori e negli hyperscaler.
Le infrastrutture su cui poggia il lavoro remoto di milioni di persone, nella maggior parte dei casi, non sono progettate per resistere a shock simultanei di natura energetica, geopolitica e digitale.
La Commissione europea ha definito la crisi energetica attuale “grave e lunga”, destinata a protrarsi oltre il conflitto. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha indicato il lavoro da remoto tra le principali leve immediate per ridurre la domanda di petrolio, stimando che tre giorni aggiuntivi di smart working nei ruoli compatibili possano incidere significativamente sui consumi nazionali.
Il lavoro agile non è più solo una leva organizzativa: è diventato uno strumento di sicurezza energetica.
Questo cambia radicalmente le priorità per chi gestisce infrastrutture digitali e cybersecurity. Non basta garantire la disponibilità degli strumenti di collaboration: occorre assicurare che l’intera catena, dalla connettività dell’utente finale alla gestione delle identità, dalla resilienza dei sistemi alla capacità di risposta agli incidenti, sia in grado di reggere sotto pressione prolungata.
Hormuz insegna che energia, connettività e filiere digitali sono un unico sistema interdipendente. Quando uno dei nodi cede, gli altri subiscono un effetto a cascata.
Chi non ha progettato la propria infrastruttura per assorbire shock di questo tipo si ritrova, ancora una volta, a improvvisare.






