Quanto vale una rete di telecomunicazioni che resta operativa durante una crisi? Una domanda non puramente finanziaria ma economica, sociale e politica. Perché nelle emergenze la disponibilità delle comunicazioni incide sulla rapidità dei soccorsi, sulla circolazione delle informazioni, sull’accesso ai servizi finanziari e sulla capacità delle istituzioni di mantenere un contatto con le comunità colpite.
L’Emergency Telecommunications Cluster, il coordinamento internazionale guidato dal World Food Programme che, nelle crisi umanitarie, assicura servizi di comunicazione e connettività, ha sviluppato la nuova metodologia di Social Return on Investment in collaborazione con KPMG Italia. Il modello nasce per stimare, prima che una crisi si verifichi, il beneficio sociale, economico e finanziario degli interventi di preparazione nelle telecomunicazioni. L’obiettivo è rendere misurabile un elemento che spesso viene riconosciuto nella pratica operativa, ma fatica a entrare nei processi decisionali di donatori, istituzioni pubbliche, organizzazioni umanitarie e partner privati.
A spiegare il cambio di passo è Davide Di Labio, partner di KPMG Italia, che ha collaborato allo sviluppo del modello. “Il settore ha passato anni a ripetere che la connettività vale più di quanto il mercato le riconosca, e quasi sempre lo ha fatto sulla difensiva. Questo lavoro prova a fare il contrario. Parte da dove una rete pesa di più, l’emergenza, e si chiede una cosa concreta: quanto conviene tenerla in piedi e investire prima ancora che una crisi arrivi – dice a CorCom – La novità è che adesso quella risposta si può misurare. Il Social ROI di una rete è proprio questo, il valore che produce per chi la usa e per chi ci vive intorno. I servizi che non si fermano, le informazioni che continuano a passare, qualcuno che riesce ancora a mandare o ricevere denaro quando tutto intorno si è bloccato”.
“Con una misura in mano, investire in ridondanza o portare la rete nelle aree che da sole non rendono smette di essere un atto di fede in molte parti del mondo. È terreno solido per chi governa e per chi mette i capitali, dentro e fuori dall’emergenza – prosegue – Svilupparlo con il World Food Programme e con il team dell’ETC è stato un onore. Un’organizzazione fondamentale per offrire supporto specialistico a popolazioni in condizioni di crisi”.
Sul piano operativo, il framework assume che nelle aree esposte a disastri naturali, conflitti o instabilità cronica la rete diventi una condizione per abilitare attività essenziali: coordinare i soccorritori, raggiungere la popolazione, distribuire aiuti, abilitare pagamenti, trasmettere allerte, ridurre errori e duplicazioni. Il nuovo framework prova a tradurre questo ruolo in numeri, usando dati pubblici, ipotesi conservative e indicatori replicabili.
Il risultato è uno strumento pensato per orientare le scelte di investimento. Non una previsione sul prossimo evento estremo, né una valutazione esaustiva dell’impatto umanitario. La metodologia punta, infatti, a costruire una stima attesa del valore preservato quando le comunicazioni restano disponibili. È una base comune per decidere dove intervenire, come allocare risorse e come spiegare perché la preparedness Tlc debba essere considerata parte integrante della gestione del rischio.
Indice degli argomenti
Dal costo dell’infrastruttura al beneficio per le comunità
Il modello si inserisce in un cambiamento più ampio nel modo di leggere le infrastrutture digitali. Per anni il dibattito sulla resilienza delle reti si è concentrato soprattutto su copertura, ridondanza, capacità trasmissiva, apparati di backup, alimentazione e tempi di ripristino. Sono dimensioni certamente decisive, ma che raccontano soltanto una parte del problema.
Nelle crisi umanitarie ciò che conta è anche l’effetto prodotto dalla rete sul funzionamento del sistema di risposta. Una comunicazione stabile può accelerare la localizzazione delle persone colpite, migliorare l’indirizzamento degli aiuti, evitare la sovrapposizione tra interventi, sostenere i pagamenti digitali e mantenere aperti canali informativi affidabili. In questo senso, la connettività agisce come un moltiplicatore di efficacia per gli altri attori coinvolti.
Proprio per evitare sovrastime, la metodologia non attribuisce alle telecomunicazioni l’intero beneficio sociale generato in una crisi. Il framework applica un fattore di attribuzione del 50%, riconoscendo che i risultati dipendono anche da logistica, personale, governance, coordinamento umanitario, capacità delle istituzioni locali e disponibilità di risorse. La rete abilita il processo, ma non sostituisce le altre componenti della risposta.
Questa impostazione è rilevante per la filiera Tlc, perché consente di spostare il discorso dal solo costo dell’infrastruttura al valore della continuità operativa. La preparazione non viene misurata come spesa preventiva, ma come capacità di ridurre perdite sociali, inefficienze e interruzioni nei momenti di maggiore vulnerabilità.
I tre canali del Social Roi (SROI)
Il framework concentra l’analisi su tre ambiti. Il primo riguarda il coordinamento iniziale della risposta e le popolazioni impattate. Qui il modello misura il beneficio associato alla possibilità di comunicare nelle prime fasi dell’emergenza, quando tempestività e qualità delle informazioni possono influire su evacuazioni, soccorsi, assistenza sanitaria e distribuzione degli aiuti.
Il secondo riguarda l’accesso alla finanza. Nei contesti vulnerabili, mobile money, pagamenti digitali e trasferimenti elettronici sono spesso strumenti essenziali per acquistare beni di prima necessità o ricevere assistenza. Quando le reti non funzionano, le risorse possono restare formalmente disponibili ma diventare inaccessibili. Il danno non riguarda soltanto la singola transazione bloccata: può tradursi in riduzione dei consumi, maggiore ricorso a credito informale, vendita di beni produttivi e rallentamento della ripresa.
Il terzo canale è l’accesso all’informazione. In una crisi, la mancanza di dati affidabili amplifica ritardi, comportamenti rischiosi e sprechi operativi. La continuità delle comunicazioni permette di diffondere allerte, istruzioni, aggiornamenti e messaggi di servizio. Inoltre consente agli operatori umanitari di coordinare meglio gli interventi e ridurre duplicazioni.
La scelta di questi tre indicatori risponde a una logica di concretezza. Il modello non tenta di conteggiare tutti gli effetti possibili della rete in uno scenario di crisi. Seleziona invece aree in cui il legame tra telecomunicazioni e risultato sociale è più tracciabile. Semplicità, replicabilità e solidità empirica sono i criteri guida della metodologia.
La prudenza come criterio di misurazione
Uno degli elementi più importanti del framework è la costruzione di stime “difendibili”. Il modello utilizza dati pubblici e riconosciuti a livello internazionale, tra cui database storici sui disastri e sui conflitti, statistiche demografiche, indicatori socio-economici e parametri di valutazione ricavati dalla letteratura statistica.
La metodologia considera osservazioni successive al 1990, per ridurre le distorsioni legate alla minore qualità dei dati più datati. Gli eventi vengono classificati in due grandi famiglie: disastri naturali, come alluvioni, cicloni e terremoti, e crisi protratte, come i conflitti armati o le situazioni di instabilità cronica. Il modello costruisce poi un catalogo probabilistico semplificato degli eventi e stima il numero di persone potenzialmente impattate.
L’orizzonte temporale scelto è coerente con i cicli di investimento delle telecomunicazioni. Il framework prende in considerazione eventi con periodo di ritorno tra due e cinque anni, una finestra vicina agli orizzonti di ammortamento del capex di rete. Inoltre assume che soltanto il 20% della popolazione complessivamente colpita rientri in una condizione di emergenza acuta, così da limitare il perimetro ai casi in cui la continuità delle comunicazioni genera un beneficio materiale.
Anche la durata dell’impatto viene delimitata. Per molti effetti legati ai servizi essenziali si considera una finestra di due settimane, corrispondente alla fase più critica della risposta iniziale. Per l’accesso alla finanza la valutazione si concentra su una settimana, proprio per cogliere il danno immediato derivante da pagamenti interrotti, liquidità bloccata o trasferimenti ritardati.
Queste cautele rendono il Social Roi (SROI) uno strumento prudente. I risultati vanno letti come una stima inferiore del valore preservato, non come la somma completa di tutti i benefici umanitari. La scelta è metodologicamente rilevante: rende il framework più utilizzabile nei confronti di donatori e soggetti pubblici, che hanno bisogno di criteri trasparenti e verificabili.
Pagamenti digitali e liquidità: la rete come presidio economico
Il canale finanziario è uno dei più immediati da comprendere. In molti Paesi fragili, la disponibilità di servizi mobili consente alle famiglie di ricevere denaro, effettuare acquisti, pagare piccoli fornitori, accedere a trasferimenti umanitari e mantenere un minimo di attività economica anche durante la crisi.
Quando la rete si interrompe, la fragilità aumenta rapidamente. Una famiglia può trovarsi senza accesso a risorse necessarie per comprare cibo, acqua, carburante o medicinali. Un commerciante può non riuscire a ricevere pagamenti. Un programma di assistenza basato su trasferimenti digitali può subire ritardi proprio nella fase più sensibile dell’intervento.
Il modello misura questo beneficio attraverso tre componenti. La prima è la preservazione del welfare familiare, calcolata sulla base della spesa settimanale e della quota di consumo che verrebbe persa in caso di interruzione dei servizi finanziari digitali. La seconda riguarda il mantenimento della liquidità, valorizzando il costo opportunità delle transazioni ritardate. La terza considera l’efficacia dei trasferimenti cash-based, che dipendono sempre più da registrazione, autenticazione e distribuzione digitale.
Nel framework viene applicato un moltiplicatore economico locale pari a 1,5. Significa che ogni unità monetaria spesa sul territorio genera un’attività economica complessiva superiore al trasferimento iniziale. Un ritardo nell’erogazione riduce questo effetto moltiplicativo, con ricadute che si propagano oltre il singolo beneficiario.
Questa parte del modello è particolarmente significativa perché mette in luce come la resilienza delle reti non riguardi soltanto la comunicazione tra soccorritori. In molti contesti, la continuità del servizio mobile coincide infatti con la possibilità di mantenere attiva una quota essenziale dell’economia locale.
Informazioni tempestive, meno perdite e meno sprechi
L’accesso all’informazione è il secondo grande asse di monetizzazione. Il modello lo traduce in valore economico attraverso due meccanismi. Il primo è la riduzione delle perdite grazie alla diffusione tempestiva di allerte e istruzioni operative. Un messaggio ricevuto in tempo può facilitare l’evacuazione, la protezione dei beni, la preparazione di risorse e l’adozione di comportamenti più sicuri.
La letteratura sui sistemi di early warning mostra che l’informazione può ridurre in modo significativo le perdite da disastro. Il framework ETC-WFP attribuisce però alle telecomunicazioni solo una quota prudente di questo effetto, stimando una riduzione netta del 10% delle perdite di base e applicando poi il fattore di attribuzione del 50%.
Il secondo meccanismo riguarda l’efficienza operativa. Nelle crisi, la scarsa circolazione delle informazioni può produrre duplicazioni, ritardi, aiuti indirizzati male e sprechi logistici. Il modello assume un costo di risposta per persona impattata e una quota di inefficienza del 15%, che può essere ridotta del 30% quando i flussi informativi restano attivi.
In questo passaggio emerge una lettura molto concreta della rete. Non basta che l’infrastruttura sia disponibile in senso tecnico. Serve che consenta a soggetti diversi di condividere informazioni utilizzabili, in tempi compatibili con le decisioni operative. È qui che la resilienza Tlc si intreccia con piattaforme dati, sistemi di coordinamento, interoperabilità e capacità delle istituzioni di raggiungere cittadini e operatori sul campo.
I casi pilota
Nigeria, nelle crisi croniche il valore è nella continuità
Il primo caso pilota riguarda la Nigeria, scelta come esempio di crisi protratta. Il Paese presenta shock ricorrenti, insicurezza persistente e bisogni umanitari continuativi. In un contesto di questo tipo, il beneficio della connettività non dipende soprattutto dalla risposta a un singolo evento improvviso. Deriva dalla capacità di mantenere nel tempo comunicazioni, servizi finanziari e flussi informativi in aree esposte a instabilità ripetute.
A fronte di un investimento standard ETC di 450mila dollari, il modello stima un valore sociale atteso di circa 3,7 milioni di dollari. Il rapporto SROI è pari a 8,26. In altri termini, ogni dollaro destinato alla preparazione delle telecomunicazioni genera secondo il framework oltre otto dollari di valore sociale preservato.
La composizione del risultato aiuta a leggere la natura della crisi. L’accesso all’informazione pesa per circa 2,9 milioni di dollari, l’accesso alla finanza per 680mila dollari e il coordinamento iniziale per 180mila dollari. Il valore è quindi concentrato nei canali che sostengono la resilienza quotidiana: comunicazioni affidabili, contrasto alla disinformazione, disponibilità di trasferimenti e pagamenti, capacità di organizzare assistenza in modo continuativo.
Il dato è importante perché evita una lettura troppo concentrata sul momento spettacolare dell’emergenza. Nelle crisi prolungate, la rete produce valore proprio perché resta disponibile nel tempo. Aiuta a garantire continuità in contesti in cui lo shock non si esaurisce in pochi giorni e in cui la fragilità istituzionale rende ancora più importante la presenza di canali comunicativi affidabili.
Mozambico, nei disastri improvvisi conta la rapidità
Il secondo caso pilota è il Mozambico, selezionato come esempio di Paese esposto a disastri naturali improvvisi, in particolare cicloni e alluvioni severe. Qui il profilo di rischio è diverso. Gli impatti tendono a concentrarsi in finestre brevi e acute, nelle quali la capacità di comunicare nelle prime ore può incidere sulla protezione delle persone e sull’efficacia della risposta.
A parità di investimento, pari a 450mila dollari, il modello stima un valore sociale di circa 7,8 milioni di dollari. Il rapporto SROI sale a 17,3. La differenza rispetto alla Nigeria non indica una migliore performance operativa, ma riflette la struttura del rischio. In uno scenario di evento improvviso, la connettività immediata può contribuire in modo più diretto ad allerta precoce, evacuazioni, ricerca, salvataggio e assistenza medica.
Anche la distribuzione dei benefici cambia. Il coordinamento iniziale vale circa 2,9 milioni di dollari, l’accesso all’informazione 4,1 milioni e l’accesso alla finanza circa 700mila dollari. Il peso del primo canale cresce perché nelle prime fasi di un ciclone o di un’alluvione severa la comunicazione può ridurre isolamento, ritardi e frammentazione degli interventi.
Il confronto tra i due casi mostra perché una metodologia unica debba essere abbastanza flessibile da adattarsi a contesti diversi. Nelle crisi croniche la rete sostiene continuità e fiducia nel medio periodo. Nei disastri improvvisi abilita rapidità e coordinamento nella fase acuta. In entrambi i casi, l’investimento preventivo genera ritorni sociali rilevanti.
Una metrica per orientare le scelte
Il valore principale del framework non sta soltanto nei numeri dei due casi pilota. Sta nella possibilità di creare un linguaggio comune tra soggetti che spesso valutano la resilienza da prospettive diverse. I tecnici guardano alla disponibilità dell’infrastruttura, gli operatori umanitari alla capacità di risposta, i donatori alla destinazione dei fondi, le istituzioni alla protezione della popolazione. L’SROI prova a mettere questi piani dentro una metrica leggibile.
Per i finanziatori, il modello aiuta a confrontare il costo degli interventi con i benefici attesi. Per le autorità pubbliche, può sostenere la pianificazione del rischio e l’integrazione delle telecomunicazioni nelle strategie di protezione civile. Per le agenzie umanitarie, offre una base per spiegare perché la preparazione vada finanziata prima dell’emergenza e non soltanto durante la risposta.
Anche il settore privato può trovare nel framework uno spazio di collaborazione più misurabile. Operatori di rete, tower company, fornitori tecnologici, provider satellitari, società specializzate in energia di backup e piattaforme digitali possono contribuire a rendere più robuste le comunicazioni nei territori vulnerabili. La misurazione dell’impatto consente di collegare queste attività a obiettivi sociali concreti, superando una narrazione generica sulla responsabilità d’impresa.
In prospettiva, il modello può aiutare a distinguere le priorità. Nei territori esposti a eventi improvvisi serviranno architetture capaci di resistere all’urto iniziale e di ripristinare rapidamente i servizi. Nelle aree segnate da instabilità cronica conteranno di più continuità, accessibilità, copertura nelle zone fragili e integrazione con servizi finanziari e informativi. La stessa logica può essere utile anche per valutare il ruolo di soluzioni ibride, backup satellitari, sistemi energetici resilienti e piattaforme di coordinamento.
I confini del modello
Nel framework, però, si defniscono esplicitamente anche i limiti. Le stime non rappresentano previsioni su eventi futuri specifici. Sono valori attesi costruiti su dati storici, ipotesi di rischio e parametri standardizzati. Inoltre il modello non sostituisce le valutazioni dei bisogni sul campo, che restano indispensabili per adattare gli interventi alla situazione concreta.
Esiste anche un limite di causalità. Il legame tra continuità delle telecomunicazioni e benefici sociali viene costruito sulla base di evidenze disponibili e di una logica controfattuale semplificata, non attraverso una misurazione diretta di ogni singolo effetto. È una scelta coerente con l’obiettivo dello strumento: fornire una metodologia scalabile, non una perizia completa su ogni crisi.
Questi confini vanno considerati parte integrante del modello. Servono a evitare letture improprie e a mantenere i risultati su un terreno prudente. La metodologia può essere affinata con dati più granulari, applicazioni in altri Paesi, parametri locali e una maggiore integrazione con le evidenze operative raccolte durante gli interventi.
La sua utilità, però, resta evidente. Trasforma la continuità delle comunicazioni in un argomento economico e sociale, comprensibile anche fuori dai team tecnici. Porta la preparedness dentro il confronto su allocazione dei fondi, priorità infrastrutturali e partnership pubblico-private.
Perché il tema riguarda anche la filiera Tlc
La lettura del modello va oltre il perimetro umanitario. In un mondo esposto a eventi climatici estremi, instabilità geopolitica, crisi energetiche e vulnerabilità infrastrutturali, la continuità delle reti è sempre più legata alla sicurezza dei servizi essenziali. La capacità di comunicare durante uno shock riguarda protezione civile, sanità, logistica, pagamenti, informazione pubblica e gestione delle comunità.
Per gli operatori e per l’intera filiera, questo significa che la resilienza non può essere trattata come un requisito accessorio. Entra nel disegno delle architetture, nella scelta dei siti, nella protezione energetica, nella ridondanza dei collegamenti, nell’interoperabilità dei sistemi e nella capacità di collaborare con soggetti pubblici e organizzazioni internazionali.
Il modello ETC-WFP offre una metrica per rendere questa funzione più visibile. Nel caso Nigeria, un investimento da 450mila dollari produce una stima di 3,7 milioni di valore sociale. Nel caso Mozambico, la stessa base genera 7,8 milioni. Le differenze dipendono dai profili di rischio, ma il messaggio è comune: la preparazione nelle telecomunicazioni può generare ritorni ampi, misurabili e difendibili.
Quando una rete resta disponibile durante una crisi, la risposta diventa più rapida, i servizi essenziali subiscono meno interruzioni e le comunità hanno più strumenti per ripartire. L’SROI rende questo contributo leggibile per chi decide investimenti e priorità. Ed è proprio questa la novità più significativa: la resilienza Tlc non viene più raccontata soltanto come capacità tecnica, ma come valore sociale misurabile.








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