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Data center, l’AI spinge la domanda ma energia e competenze frenano la crescita



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La survey Uptime Institute 2026 fotografa un settore sotto pressione: il 79% degli operatori teme l’aumento dei costi, il 64% segnala limiti nella potenza elettrica disponibile e il 53% fatica a trovare personale qualificato

Pubblicato il 30 lug 2026



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Punti chiave

  • Espansione bloccata da AI, alti costi, scarso accesso a energia, interruzioni di supply chain e carenza di competenze.
  • Polarizzazione dei rack: pochi siti >30 kW mentre la maggioranza resta 4–5 kW; serve adeguare reti e raffreddamento; il Pue migliora ma occorre misurare l’utilizzo dei server.
  • I workload in cloud/colocation superano l’in-house; l’AI è nelle operations con prudenza; gli outage calano ma impatto economico e carenza di personale restano critici.
Riassunto generato con AI


I data center continuano a crescere, ma la corsa dell’AI sta rendendo più difficile trasformare la domanda in capacità realmente disponibile. Costi elevati, accesso limitato all’energia, reti elettriche meno affidabili, vincoli nelle forniture e carenza di competenze stanno imponendo agli operatori un nuovo equilibrio tra espansione, modernizzazione e resilienza. È il quadro che emerge dalla sedicesima edizione della Uptime Institute Global Data Center Survey 2026, condotta tra aprile e maggio su oltre 800 proprietari e gestori di infrastrutture digitali, oltre a più di 800 fornitori e consulenti.

Il dato più netto riguarda le preoccupazioni del management: il 79% degli intervistati si dichiara almeno in parte preoccupato per i costi. Seguono la difficoltà di prevedere il fabbisogno futuro di capacità, indicata dal 76%, le disponibilità di potenza elettrica, al 64%, e le interruzioni della supply chain, al 72%. Non si tratta di problemi separati. L’aumento dei carichi per l’Ai accresce la domanda di energia e raffreddamento, obbliga a ripensare i rack, accelera il rinnovo dei server e rende più complessa la pianificazione degli investimenti.

Il costo non è più l’unico vincolo

Il report evidenzia che la quota di operatori “molto preoccupati” per i costi è scesa rispetto al 2024. Sarebbe però sbagliato interpretare il dato come un allentamento della pressione economica. Uptime Institute osserva che le spese per elettricità, personale e apparecchiature restano elevate, soprattutto per le infrastrutture destinate all’Ai. Semplicemente, il costo viene ora valutato insieme ad altri fattori che possono bloccare un progetto prima ancora che il budget diventi il problema principale.

La disponibilità di energia sta infatti assumendo un peso strategico. Un nuovo sito può essere progettato e finanziato, ma senza connessioni alla rete sufficienti o tempi certi di attivazione la capacità resta sulla carta. Per gli operatori di colocation e per i grandi fornitori cloud questo significa che il vantaggio competitivo non dipende più soltanto da prezzo, posizione e connettività. Conta sempre di più la possibilità di assicurarsi potenza, raffreddamento e componenti nei tempi richiesti dai clienti.

Anche la previsione della domanda diventa più incerta. I carichi Ai possono richiedere capacità molto superiore rispetto alle applicazioni aziendali tradizionali, ma il ritmo effettivo di adozione dipende dai casi d’uso, dai costi dei modelli e dalla disponibilità di hardware. Sovrastimare la crescita significa immobilizzare capitale in impianti sottoutilizzati; sottostimarla espone invece al rischio di non poter accogliere nuovi clienti. La capacità di pianificazione si trasforma così in una competenza industriale tanto importante quanto la progettazione dell’infrastruttura.

Rack più densi, ma il mercato resta diviso

La densificazione dei rack prosegue. Nel 2026 la densità modale media rilevata dal campione ha superato per la prima volta gli 11 kW per rack, contro i 9 kW dell’anno precedente. Il risultato è però influenzato da un numero limitato di strutture ad altissima densità, con valori tipici superiori a 30 kW. Escludendo questi siti, la media sale più gradualmente, da 7,5 a 7,8 kW.

Il dato mostra che l’Ai non sta trasformando l’intero mercato alla stessa velocità. Il livello più comune resta infatti compreso tra 4 e 5 kW per rack, fascia che domina da oltre un decennio. Nel 2026 vi si colloca il 28% degli intervistati, mentre solo il 6% opera tra 15 e 19 kW, il 5% tra 20 e 29 kW e il 6% dichiara valori pari o superiori a 30 kW. Il settore si sta quindi polarizzando tra una base ampia di infrastrutture tradizionali e una quota ancora ridotta, ma crescente, di impianti progettati per hardware ad alta potenza.

Questa transizione ha conseguenze rilevanti. Rack più densi richiedono una distribuzione elettrica adeguata, sistemi di raffreddamento più evoluti e procedure operative capaci di gestire carichi termici concentrati. Non è sufficiente installare nuovi server: occorre verificare che l’intera catena, dalla rete alla sala dati, sia in grado di sostenerli. Per molte strutture legacy l’adeguamento può risultare costoso o tecnicamente complesso, rallentando i benefici attesi dai nuovi processori.

Uptime Institute prevede che le densità continueranno a salire con il rinnovo del parco server. Le nuove generazioni offrono più capacità di calcolo e migliori prestazioni energetiche per unità di lavoro, ma richiedono anche maggiore potenza assoluta. La pressione a utilizzare meglio l’energia disponibile, soprattutto nei siti di colocation dove la potenza è contrattualizzata, spingerà gli operatori a ridurre gli sprechi e a sfruttare maggiormente l’hardware installato.

Efficienza, il Pue migliora ma non basta

La survey segnala un ulteriore miglioramento del Pue, l’indicatore che mette in rapporto l’energia complessiva assorbita dal data center con quella utilizzata dagli apparati Ict. I progressi restano tuttavia graduali. I nuovi impianti sono più efficienti, ma il peso delle strutture esistenti e i limiti dei sistemi di raffreddamento rallentano la discesa della media.

Il problema è che il Pue misura soprattutto l’efficienza dell’infrastruttura fisica, non quella del lavoro informatico svolto. Un sito può avere un buon Pue e ospitare comunque server sottoutilizzati. Per questo Uptime Institute insiste sulla necessità di estendere l’analisi all’intero patrimonio Ict. Nel 2026 il consumo di energia è monitorato dall’87% degli operatori e il Pue dal 79%, mentre soltanto il 37% rileva l’utilizzo dei server per finalità di sostenibilità.

Escludendo gli operatori di colocation, che spesso non hanno accesso ai dati dei sistemi dei clienti, la quota sale al 42%. Rimane comunque bassa rispetto alla rilevanza del parametro. I server poco utilizzati consumano energia senza produrre un volume proporzionato di elaborazione. Per cloud provider e imprese, aumentare il tasso di utilizzo può ridurre il costo per unità di lavoro e liberare capacità, ma impone di bilanciare efficienza, disponibilità e tempi di risposta.

Il report rileva inoltre una differenza regionale: l’utilizzo dei server viene misurato dal 44% degli operatori in Nord America, contro il 35,5% in Europa. Il divario suggerisce che la sostenibilità europea, pur fortemente orientata alla rendicontazione energetica e ambientale, non sempre si traduce in una misurazione altrettanto approfondita dell’efficienza dell’Ict.

Acqua, emissioni e ciclo di vita entrano nei Kpi

La raccolta di dati ambientali è tornata a crescere. Più della metà degli operatori, il 53%, monitora il consumo d’acqua, contro il 47% del 2025. Aumentano anche il controllo dei rifiuti elettronici e del ciclo di vita delle apparecchiature, dal 32% al 38%, e la misurazione delle emissioni dirette Scope 1, dal 33% al 40%. Le emissioni Scope 2 salgono dal 26% al 31%, mentre le Scope 3 passano dal 18% al 21%.

Il cambiamento riflette la crescente pressione di clienti, opinione pubblica e regolatori. La disponibilità d’acqua sta diventando una questione sensibile nei territori che ospitano nuovi campus, soprattutto quando l’espansione dei data center coincide con periodi di siccità o con la concorrenza di altri usi industriali e civili. L’efficienza non può quindi essere valutata soltanto in termini di energia.

Anche il rinnovo dei server presenta un compromesso. Prolungare la vita degli apparati riduce rifiuti elettronici e distribuisce le emissioni incorporate su un periodo maggiore. D’altra parte, i sistemi più vecchi possono richiedere più energia per eseguire lo stesso lavoro. Dopo essere salito da circa 36 a 44 mesi tra il 2015 e il 2023, il ciclo di vita medio dichiarato è sceso a circa 41 mesi. L’accelerazione tecnologica sta dunque spingendo alcune organizzazioni a sostituire prima le macchine, con effetti positivi sull’efficienza operativa ma potenzialmente negativi sul consumo di materiali e sull’e-waste.

L’Ai entra nelle operations, ma cala l’entusiasmo

Nel 2026 l’Ai applicata alla gestione dei data center è passata dalle sperimentazioni teoriche ai primi utilizzi concreti. I fornitori stanno integrando modelli linguistici nei software Dcim, mentre i produttori di sistemi di raffreddamento introducono algoritmi di machine learning negli strumenti di controllo. Le applicazioni più credibili restano quelle a rischio contenuto, come l’analisi dei dati dei sensori e la manutenzione predittiva.

Nonostante i progressi tecnici, le aspettative degli operatori sui benefici dell’Ai sono diminuite. Uptime Institute interpreta la maggiore prudenza non come un rifiuto, ma come una reazione agli errori registrati dai sistemi Ai negli ambienti aziendali. In un’infrastruttura critica, un suggerimento sbagliato può influire su capacità, temperatura, manutenzione o disponibilità dei servizi.

La qualità dei dati diventa quindi decisiva. Il 93% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza fiducioso nell’accuratezza dei dati operativi e una quota analoga nella loro tempestività. La fiducia scende all’89% quando si valuta l’uso dei dati nelle decisioni e all’86% per la completezza. Sono valori elevati, ma non eliminano la necessità di governance, convalida e manutenzione dei flussi informativi. L’automazione può migliorare le operations soltanto se la telemetria che alimenta i modelli è coerente e verificabile.

Meno interruzioni, ma l’impatto economico cresce

Per il sesto anno consecutivo diminuisce la quota di operatori che dichiara un’interruzione significativa negli ultimi tre anni. Nel 2026 il 47% degli intervistati riferisce almeno un outage, tre punti percentuali in meno rispetto al 2025. Il miglioramento è reale, ma ha rallentato dal 2023 e riguarda un settore nel quale quasi un operatore su due continua a registrare incidenti con effetti concreti.

Tra chi ha subito un’interruzione, il 10% classifica l’evento come serio o grave. La percentuale è stabile, mentre aumentano costi e complessità. La crescente dipendenza dai servizi digitali amplifica infatti le conseguenze operative, finanziarie e reputazionali. Inoltre, la distribuzione delle applicazioni tra infrastrutture interne, cloud, colocation e fornitori Saas rende più difficile identificare la responsabilità e misurare l’impatto di un disservizio.

La riduzione storica degli outage non garantisce che la tendenza prosegua. L’aumento delle minacce esterne, l’introduzione di nuove architetture e il ritmo del cambiamento tecnologico possono interrompere i progressi. Per gli operatori la resilienza non coincide più soltanto con la ridondanza fisica: richiede visibilità sui fornitori, controllo dei dati, competenze aggiornate e procedure capaci di coprire ambienti ibridi.

Il sorpasso delle infrastrutture di terzi

Per la prima volta nella storia della survey, le infrastrutture e i servizi di terze parti ospitano una quota di workload superiore a quella dei data center aziendali. Cloud pubblico, hosting, colocation e Saas raggiungono il 46% dei carichi Ict, contro il 44% eseguito in strutture di proprietà, edge compreso. Un ulteriore 10% rimane in sale server e armadi Ict non classificati come data center.

Il sorpasso conferma la maturazione dell’It ibrido, ma non segna la fine delle infrastrutture aziendali. La quota in house si è ridotta rispetto al 59% del 2020, ma dovrebbe restare al 44% anche nel 2028 secondo le stime degli intervistati. Le imprese continuano quindi a mantenere direttamente una parte significativa dei sistemi, soprattutto quando pesano requisiti di controllo, latenza, integrazione o continuità operativa.

Va inoltre considerato un limite metodologico: la survey misura la distribuzione percentuale dei workload, non la capacità in megawatt né il volume complessivo di elaborazione. Non consente quindi di concludere che i fornitori terzi dispongano già di una capacità fisica superiore a quella delle imprese. Indica però con chiarezza che il modello di approvvigionamento dell’Ict è cambiato e che la governance deve estendersi oltre il perimetro proprietario.

La carenza di personale rischia di limitare i progetti

Il 53% degli operatori dichiara difficoltà nel trovare candidati qualificati, contro il 46% del 2025. L’incremento è statisticamente significativo e segnala una nuova intensificazione della carenza di competenze. Le grandi infrastrutture Ai accentuano il problema perché richiedono personale per nuovi progetti, sistemi di raffreddamento più complessi e densità termiche superiori.

La pressione riguarda anche la retention. Il 28% degli intervistati ha perso dipendenti passati a concorrenti e il 10% segnala uscite verso altri settori. Nel complesso, un operatore su tre affronta almeno una di queste due criticità. L’aumento delle retribuzioni può aiutare a trattenere i profili più esperti, ma non risolve la scarsità strutturale di nuovi tecnici né il pensionamento del personale senior.

È qui che il quadro di Uptime Institute mostra la sua implicazione più rilevante. La crescita dei data center non dipenderà soltanto dai capitali destinati a nuovi campus o dalla disponibilità dei processori. Serviranno energia, reti affidabili, acqua, supply chain, dati operativi di qualità e persone capaci di governare sistemi sempre più densi e distribuiti.

L’Ai sta ampliando il mercato, ma allo stesso tempo ne alza la soglia di accesso. Gli operatori in grado di integrare capacità elettrica, efficienza, resilienza e competenze potranno trasformare la domanda in servizi. Per gli altri, il rischio è che la crescita resti frenata non dalla mancanza di clienti, ma dall’impossibilità materiale e organizzativa di costruire infrastrutture sostenibili e affidabili.

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