Ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti è uno degli obiettivi strategici della strategia digitale dell’Unione europea. Che però sembra andarsi a scontrare con le necessità delle forze armate. Una parte degli apparati militari europei teme infatti che una riduzione troppo rapida del ricorso alle piattaforme tecnologiche statunitensi possa tradursi in sistemi meno avanzati, maggiori rischi informatici e difficoltà nel coordinamento con gli alleati della Nato.
A mettere in evidenza le resistenze è il Financial Times, che ha raccolto le valutazioni di alti funzionari della difesa e contractor del settore. Al centro delle preoccupazioni c’è il Cloud and AI Development Act (CADA), il regolamento proposto dalla Commissione europea a giugno nell’ambito del nuovo pacchetto sulla sovranità tecnologica. La normativa punta a ridurre le dipendenze critiche dell’Europa nel cloud e nell’intelligenza artificiale, costruendo contemporaneamente una capacità industriale e infrastrutturale più forte all’interno dell’Unione.
La direzione indicata da Bruxelles incontra però, secondo i militari, un problema concreto: nelle applicazioni militari più avanzate la dipendenza dalle tecnologie americane è ormai incorporata in piattaforme, software, capacità di calcolo, gestione dei dati e sistemi d’arma utilizzati quotidianamente dalle forze armate del continente. E sostituire queste tecnologie richiede alternative in grado di offrire prestazioni, sicurezza e interoperabilità comparabili.
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Il divario tecnologico pesa sulle scelte della difesa
Secondo le fonti citate dal Financial Times, gli Stati Uniti manterrebbero oggi un vantaggio compreso tra otto e dieci anni nelle piattaforme cloud e di intelligenza artificiale destinate alla difesa. È una distanza che rende particolarmente delicato il passaggio dalle piattaforme degli hyperscaler statunitensi a eventuali alternative sviluppate in Europa.
Il tema riguarda aziende come Microsoft, Amazon e Google, che negli ultimi anni hanno sviluppato infrastrutture cloud sempre più integrate con applicazioni di intelligenza artificiale, analisi dei dati e gestione di sistemi critici. Capacità che hanno assunto un peso crescente anche negli scenari militari, dove la possibilità di raccogliere, elaborare e distribuire rapidamente grandi quantità di informazioni è diventata parte integrante delle operazioni.
“Continuiamo ad acquistare molti equipaggiamenti americani, francamente perché saremmo meno sicuri se non lo facessimo”, ha spiegato al Financial Times uno degli alti funzionari coinvolti nel confronto.
La valutazione sintetizza il nodo con cui deve confrontarsi Bruxelles. La dipendenza da tecnologie sviluppate e controllate fuori dall’Unione rappresenta una vulnerabilità geopolitica, soprattutto in un momento caratterizzato dalla ridefinizione delle relazioni transatlantiche e dalla necessità per gli Stati europei di rafforzare le proprie capacità di difesa. Ma la riduzione della dipendenza produce benefici strategici soltanto se le soluzioni sostitutive garantiscono livelli di affidabilità e prestazioni adeguati agli impieghi più sensibili.
Da qui la richiesta, proveniente da una parte del mondo militare, di evitare che i requisiti di sovranità procedano più rapidamente dello sviluppo di un ecosistema industriale capace di sostenerli.
La dipendenza dagli hyperscaler è già strutturale
Il problema riguarda soprattutto la profondità con cui le tecnologie statunitensi sono entrate nelle infrastrutture digitali europee. Non si tratta soltanto dell’utilizzo di capacità computazionale ospitata nei data center dei grandi operatori americani. Cloud e software sono sempre più integrati nella gestione delle informazioni, nella pianificazione delle missioni, nell’analisi dei dati provenienti dai sensori e nelle piattaforme utilizzate per collegare sistemi differenti.
Una delle fonti industriali sentite dal quotidiano britannico ha descritto questa situazione affermando che l’Europa ha già acquistato e installato il proprio “midollo spinale” tecnologico dalle aziende statunitensi. Dietro l’immagine c’è un problema architetturale: le infrastrutture digitali non possono essere sostituite semplicemente cambiando fornitore quando applicazioni, dati, procedure operative e sistemi di sicurezza sono stati costruiti per anni intorno a determinati ambienti tecnologici.
Una migrazione richiede nuovi strumenti, compatibilità tra software differenti, trasferimento dei dati, revisione delle procedure di cybersecurity e formazione del personale. Nel settore militare questi processi devono inoltre rispettare requisiti di sicurezza molto più elevati rispetto a quelli previsti per le applicazioni commerciali ordinarie.
Il dibattito sul CADA tocca quindi uno dei problemi centrali della politica europea sulla sovranità digitale: ridurre il vendor lock-in evitando di produrre, durante la transizione, nuove vulnerabilità operative.
Il fattore cybersecurity
Uno dei punti sui quali si concentra maggiormente l’attenzione dei responsabili militari riguarda la sicurezza informatica. La provenienza europea di una tecnologia può ridurre alcune categorie di rischio, in particolare quelle legate alla giurisdizione, al controllo societario e alla possibilità che decisioni adottate da governi esterni all’Ue incidano sull’accesso ai servizi.
La sicurezza di un sistema dipende però anche dalla maturità tecnologica del fornitore, dalla capacità di individuare e correggere vulnerabilità, dalla resilienza delle infrastrutture, dalla disponibilità di strumenti di monitoraggio e dalla rapidità con cui è possibile reagire a un incidente.
È proprio su questo terreno che le fonti della difesa manifestano le maggiori cautele. Imporre requisiti particolarmente stringenti prima che esistano provider europei capaci di assicurare prestazioni equivalenti potrebbe aumentare il rischio anziché diminuirlo, soprattutto nelle applicazioni che richiedono elevata capacità computazionale, gestione di dati classificati e utilizzo avanzato dell’intelligenza artificiale.
Il confronto porta così in primo piano la distinzione tra sovranità digitale e sicurezza. I due obiettivi possono rafforzarsi reciprocamente nel lungo periodo, ma nel breve periodo non coincidono automaticamente. Il percorso individuato dall’Ue dovrà quindi accompagnare la crescita dei fornitori continentali senza compromettere le capacità già disponibili.
Il nodo dell’interoperabilità con la Nato
La questione diventa ancora più complessa quando si passa dalla dimensione nazionale a quella dell’Alleanza Atlantica. Le operazioni militari moderne richiedono uno scambio continuo di informazioni tra forze armate appartenenti a Paesi differenti. Dati provenienti da satelliti, radar, droni, sistemi di intelligence e sensori sul terreno devono poter essere raccolti, elaborati e condivisi in tempi estremamente brevi.
L’interoperabilità tecnologica è quindi diventata una componente dell’interoperabilità militare.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, eventuali restrizioni nei confronti dei provider cloud statunitensi potrebbero complicare il coordinamento tra le forze armate alleate proprio mentre cresce la quantità di dati che devono essere condivisi sul campo di battaglia.
La questione non riguarda soltanto il cloud in senso stretto. Molte piattaforme militari acquistate dai Paesi europei fanno parte di ecosistemi tecnologici statunitensi. È il caso degli F-35, citati nel dibattito come uno degli esempi più evidenti della relazione tra piattaforma d’arma, software, infrastruttura digitale e flussi informativi.
Di conseguenza, una politica europea sulla sovranità tecnologica applicata al settore militare deve confrontarsi anche con gli standard, le piattaforme e le infrastrutture utilizzate dagli altri membri della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti.
La Commissione: saranno gli Stati a valutare i servizi più critici
Bruxelles, dal canto suo, cerca di ridimensionare il rischio di una chiusura generalizzata del mercato. Il modello previsto dal CADA assegna infatti agli Stati membri il compito di stabilire il grado di garanzia necessario sulla base della sensibilità delle attività interessate.
“Il quadro normativo mette gli Stati membri al comando. Saranno loro a determinare, in base alla criticità di un’attività del settore pubblico, il livello di garanzia di sovranità richiesto”, ha spiegato la Commissione.
La distinzione è rilevante perché il regolamento non tratta nello stesso modo ogni servizio della pubblica amministrazione. Quanto maggiore è la criticità dell’applicazione, tanto più stringenti diventano i requisiti relativi alla localizzazione dei dati, al controllo del provider, alla supply chain software e all’influenza esercitabile da Paesi terzi.
Secondo le stime citate dal Financial Times, oggi soltanto una quota molto ridotta dei servizi pubblici europei, nell’ordine dell’1%, sarebbe in grado di soddisfare i requisiti associati al livello più elevato.
Il problema segnalato dalle forze armate riguarda proprio questa fascia. I servizi militari e di sicurezza rientrano per loro natura tra quelli nei quali la valutazione del rischio può portare verso requisiti più severi, rendendo quindi più complesso continuare a utilizzare alcune piattaforme controllate da società extra-Ue.
Creare domanda per far crescere i campioni europei
Sul versante opposto, i sostenitori della strategia della Commissione evidenziano un problema industriale altrettanto concreto: senza domanda non può nascere un’offerta europea in grado di competere con quella degli hyperscaler globali.
Il settore pubblico rappresenta uno degli strumenti attraverso cui Bruxelles intende creare questa domanda. Gli acquisti delle amministrazioni, soprattutto nei settori strategici, possono garantire ai fornitori europei volumi sufficienti per investire in infrastrutture, ricerca e sviluppo e ampliare progressivamente le proprie capacità.
È uno dei meccanismi attraverso cui l’Unione punta a superare un circolo difficile da spezzare: le amministrazioni acquistano dai grandi provider perché dispongono delle tecnologie più mature, mentre i concorrenti europei faticano a raggiungere la stessa scala proprio perché non hanno accesso a una domanda paragonabile.
In questa prospettiva, i requisiti di sovranità diventano anche uno strumento di politica industriale. L’obiettivo è creare uno spazio di mercato nel quale operatori continentali possano crescere e consolidarsi, riducendo progressivamente la distanza rispetto ai grandi gruppi statunitensi.
Un segnale è arrivato da Airbus. A luglio il gruppo aerospaziale e della difesa ha annunciato lo spostamento di alcune delle proprie applicazioni più critiche dal cloud di Amazon Web Services a Scaleway, provider francese controllato dal gruppo Iliad. Il passaggio dimostra che una diversificazione dell’infrastruttura è possibile, ma evidenzia anche la necessità di procedere applicazione per applicazione e in funzione della maturità delle alternative disponibili.
Un equilibrio tra autonomia e capacità operative
Il confronto aperto nella difesa anticipa una discussione destinata a estendersi ben oltre il settore militare. Cloud e intelligenza artificiale stanno diventando infrastrutture trasversali a energia, telecomunicazioni, sanità, trasporti, pubblica amministrazione e industria. Più aumenta il peso di queste tecnologie, maggiore diventa il valore strategico del controllo sulla catena tecnologica che le rende disponibili.
Allo stesso tempo, la costruzione di capacità europee richiede investimenti e tempi che difficilmente possono essere compressi attraverso la sola regolamentazione. La questione per l’Europa sarà quindi determinare dove una dipendenza esterna rappresenta un rischio che deve essere eliminato, dove può essere gestita attraverso garanzie contrattuali e tecniche e dove, almeno nella fase di transizione, rimane necessaria per mantenere prestazioni adeguate.
Anche il percorso legislativo lascia spazio a questo confronto. La proposta dovrà essere esaminata dalle istituzioni europee e diversi governi, in particolare nell’Europa settentrionale e orientale, potrebbero chiedere modifiche ai requisiti più stringenti.
Per questi Paesi il rapporto con gli Stati Uniti ha una forte componente di sicurezza. La politica industriale europea dovrà quindi conciliarsi con l’esigenza di preservare la cooperazione transatlantica e con l’urgenza di rafforzare le capacità militari del continente.
È in questo spazio che si giocherà una parte importante del futuro della sovranità tecnologica europea: costruire alternative sufficientemente forti da rendere la scelta di tecnologie continentali una soluzione competitiva e sicura, prima ancora che un requisito normativo.
Che cos’è il Cloud and AI Development Act
Presentato dalla Commissione europea il 3 giugno 2026, il Cloud and AI Development Act, o CADA, è uno dei pilastri del nuovo pacchetto comunitario sulla sovranità tecnologica e fa parte della strategia con cui Bruxelles punta a rafforzare l’ecosistema europeo del cloud e dell’intelligenza artificiale. Il progetto interviene su tre assi: ricerca e innovazione, capacità infrastrutturale e autonomia tecnologica. Tra gli obiettivi figura almeno triplicare la capacità dei data center dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, facilitando autorizzazioni, disponibilità di energia, terreni, acqua e finanziamenti e aumentando la potenza di calcolo necessaria per lo sviluppo dell’AI.
Sul fronte della sovranità, il regolamento introduce un quadro unico europeo articolato in quattro livelli di garanzia, che gli enti pubblici potranno applicare sulla base delle proprie valutazioni del rischio. Il livello 1 richiede che trattamento e conservazione dei dati avvengano su infrastrutture situate nell’Ue. Il secondo aggiunge requisiti sull’indipendenza dai Paesi terzi e sulla trasparenza della supply chain software. Il livello 3 prevede che i fornitori siano posseduti e controllati dall’Unione e rispettino ulteriori condizioni, lasciando comunque alla Commissione la possibilità di riconoscere operatori di Paesi terzi. Il livello 4 richiede infine piena trasparenza e controllo sulla catena del software e assenza di interferenze da parte di Stati extra-Ue. Il meccanismo è pensato per concentrare i vincoli più severi sulle applicazioni considerate maggiormente critiche, mentre la Commissione dichiara di voler mantenere aperta ai partner internazionali la grande maggioranza del mercato.
Il CADA comprende inoltre un quadro comune per gli acquisti pubblici, misure per valorizzare l’innovazione sviluppata nell’Unione e iniziative a favore dell’open source. La logica è utilizzare anche il potere d’acquisto delle amministrazioni per aumentare la domanda di tecnologie sviluppate e controllate in Europa. Il confronto aperto nel settore della difesa mostra però quanto sarà decisiva la calibrazione dei diversi livelli di garanzia: da questa dipenderà la possibilità di ridurre le dipendenze strategiche senza creare vuoti tecnologici proprio nei servizi nei quali affidabilità, prestazioni e continuità sono più importanti.








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