La crescita dei data center, l’espansione dei servizi cloud e l’arrivo di nuovi cavi sottomarini stanno aumentando la pressione sulle grandi dorsali che trasportano i dati lungo il Paese. Open Fiber risponde con Backbone 2.0, il progetto da oltre 3.200 chilometri di nuovi collegamenti in fibra, di cui più di 2 mila già posati, pensato per aumentare capacità, diversificare i percorsi e rendere la rete più flessibile. Andrea Lazzaroli, Head of Business Marketing di Open Fiber, spiega come sta cambiando questa infrastruttura e quale ruolo può giocare nella crescita dell’economia digitale italiana.
Open Fiber ha raggiunto il traguardo dei 2 mila chilometri di rete posata sul progetto di Backbone 2.0. Quando parliamo di Backbone, di cosa stiamo parlando esattamente?
Possiamo immaginarlo come la grande rete di collegamento su cui viaggiano enormi quantità di dati tra città e territori. Se la fibra che arriva nelle case e nelle aziende rappresenta la parte più visibile della rete, il backbone è la sua “spina dorsale”: collega i principali nodi e permette al traffico di spostarsi su lunghe distanze. È un’infrastruttura che normalmente non vediamo, ma che è essenziale per far funzionare un Paese sempre più connesso.
Perché c’è bisogno di potenziarla proprio adesso?
Perché la quantità di dati che produciamo e scambiamo continua a crescere. Pensiamo allo streaming, ai servizi cloud, alle applicazioni utilizzate dalle imprese, ma anche alla crescita dei data center e, più in generale, di nuovi ecosistemi digitali. A questo si aggiunge un altro fenomeno importante: l’Italia è interessata dall’arrivo di nuovi sistemi di cavi sottomarini, che trasportano grandi quantità di dati tra Paesi e continenti. Tutto questo traffico, una volta arrivato sul territorio, deve poter proseguire in modo efficiente attraverso reti nazionali adeguate.
Quindi Backbone 2.0 serve semplicemente ad avere più capacità?
Non solo. La capacità è certamente importante, ma conta anche avere più percorsi a disposizione. Backbone 2.0 aggiunge nuove direttrici alla rete esistente, creando collegamenti alternativi e complementari. È un po’ come passare da una rete stradale con poche grandi arterie a una rete con più autostrade e più possibilità di scegliere il percorso. Questo consente di accompagnare meglio la crescita del traffico e rende l’infrastruttura più flessibile rispetto alle diverse esigenze di connettività.
E concretamente cosa sta realizzando Open Fiber?
Il progetto, avviato nel 2025, prevede complessivamente oltre 3.200 chilometri di nuovi cavi. Più di 2.000 chilometri sono già stati posati e sono disponibili diverse direttrici che collegano, tra le altre, Milano, Genova, Bologna, Padova e Roma. Il piano proseguirà anche lungo la direttrice adriatica tra Bologna e Bari, passando per Ancona, e sulla tratta Genova-Torino.
Che cosa abilita una rete di questo tipo?
Crea le condizioni per sostenere servizi che richiedono sempre più capacità e prestazioni elevate. La nuova infrastruttura, inoltre, permetterà di sviluppare servizi con latenza garantita e una gestione dinamica dei percorsi di rete. In termini semplici significa poter gestire in maniera più evoluta il viaggio dei dati, adattando la rete alle diverse necessità. È una caratteristica sempre più importante in un mondo in cui applicazioni e servizi digitali hanno esigenze molto diverse tra loro.
Ma se un cittadino non si collega direttamente al backbone, in che modo può cambiare la sua vita?
Il backbone è una di quelle infrastrutture di cui difficilmente ci accorgiamo quando funzionano bene. Il suo effetto è soprattutto indiretto: sta dietro ai servizi digitali che utilizziamo e alla capacità delle reti di sostenere una domanda crescente. Quando guardiamo un contenuto online, utilizziamo un servizio cloud o interagiamo con un’azienda attraverso strumenti digitali, i dati possono attraversare molti nodi e percorrere grandi distanze. Rafforzare la rete che collega questi nodi significa creare un’infrastruttura capace di accompagnare la crescita di questi utilizzi.
È quindi un investimento che guarda più ai prossimi anni che all’oggi?
Guarda a entrambi. La domanda di capacità esiste già oggi, ma progettare una rete significa necessariamente anticipare ciò che servirà domani. I volumi di dati continuano ad aumentare, nascono nuovi data center e nuovi servizi e cambiano le esigenze delle imprese e dei territori. Una dorsale nazionale deve essere costruita pensando non soltanto al traffico attuale, ma a quello che dovrà sostenere negli anni a venire.
In definitiva, perché una backbone è strategica per la digitalizzazione del Paese?
Perché la trasformazione digitale non dipende soltanto dai servizi che vediamo sullo schermo. Dietro c’è un’infrastruttura fisica fatta di fibra, nodi e collegamenti tra città. Più questa infrastruttura è capillare, capace e diversificata, più può sostenere lo sviluppo di nuovi servizi e nuovi ecosistemi digitali. Backbone 2.0 interviene proprio su questo livello: sulla rete che sta dietro alle reti e che permette ai dati di muoversi lungo il Paese.








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