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Agenti intelligenti, la nuova sfida è governare i dati



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L’intelligenza artificiale diventa anche un vettore operativo delle minacce informatiche. Per le imprese non basta più proteggere infrastrutture e applicazioni: servono visibilità sulle informazioni, controllo degli accessi e monitoraggio continuo del rischio

Pubblicato il 5 ago 2026

Vincenzo Marrone

Senior Cyber Consultant Cyber Consulting di Deda Tech



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La notizia arrivata in questi giorni da Hugging Face segna un passaggio importante nell’evoluzione delle minacce cyber. La piattaforma ha infatti reso noto di aver gestito un’intrusione condotta da un sistema autonomo basato su intelligenza artificiale, capace di eseguire migliaia di azioni, sfruttare vulnerabilità, ottenere credenziali e muoversi all’interno dell’infrastruttura senza un intervento umano diretto.

Al di là delle dinamiche specifiche dell’incidente, il messaggio per imprese e responsabili della sicurezza è chiaro: l’intelligenza artificiale non rappresenta più soltanto uno strumento di produttività. Sta diventando anche un nuovo attore operativo all’interno degli ecosistemi digitali, con capacità che impongono un ripensamento delle strategie di protezione del dato.

Se fino a pochi anni fa la principale preoccupazione era difendere il perimetro aziendale dagli attaccanti esterni, oggi la vera sfida consiste nel mantenere il controllo delle informazioni in un contesto in cui utenti, applicazioni cloud, automazioni e agenti intelligenti accedono contemporaneamente allo stesso patrimonio informativo.

Il dato è diventato il nuovo perimetro

La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa e dei sistemi agentici sta accelerando una trasformazione già in atto.

I dati non risiedono più in un unico ambiente controllato. Sono distribuiti tra piattaforme cloud, repository documentali, applicazioni SaaS e strumenti collaborativi. A questi si aggiunge il fenomeno della shadow AI: l’utilizzo spontaneo di servizi basati sull’intelligenza artificiale da parte degli utenti, che spesso sono fuori dai processi governati dall’organizzazione, spinti anche dalla paura di restare indietro.

Il risultato è una crescita esponenziale della superficie di esposizione.

In questo scenario non è più sufficiente sapere dove si trovano server e applicazioni. Diventa essenziale sapere dove si trovano i dati, quali sono sensibili, chi può accedervi e per quanto tempo e come vengono utilizzati!

La conformità normativa non basta più

L’entrata in vigore della Direttiva NIS2 rende ancora più evidente questa necessità.

Quando si verifica un incidente, le organizzazioni devono essere in grado di comprendere rapidamente la natura dell’evento, identificarne l’impatto e raccogliere evidenze concrete sui dati coinvolti.

Le domande sono sempre le stesse:

  • quali informazioni sono state esposte?
  • chi vi aveva accesso e perchè?
  • dove sono transitate?
  • quale impatto possono avere sul business?

Rispondere in tempi compatibili con gli obblighi normativi richiede una conoscenza approfondita del patrimonio informativo aziendale, non solo delle infrastrutture tecnologiche.

Perché bloccare la perdita dei dati non è più sufficiente

Molte organizzazioni continuano ad affrontare il problema affidandosi esclusivamente a strumenti di prevenzione della perdita dei dati.

Si tratta di tecnologie fondamentali, ma non più sufficienti da sole.

Per bloccare efficacemente un comportamento rischioso occorre prima conoscere il valore delle informazioni coinvolte, verificare la correttezza dei privilegi assegnati e monitorare costantemente il livello di esposizione dei dati.

Occorre passare da una logica di protezione reattiva a un modello di governo continuo del dato.

La sicurezza non può più essere considerata come un insieme di controlli isolati. Deve diventare un ecosistema integrato capace di mettere in relazione valore delle informazioni, gestione degli accessi, monitoraggio dell’esposizione e protezione operativa.

Dalla protezione del dato alla conoscenza del dato

Il primo passo consiste nell’identificare e classificare, dando valore, alle informazioni sensibili o importanti per il business presenti in azienda.

Il secondo riguarda la governance degli accessi: garantire che ciascun utente, applicazione o agente intelligente possa accedere esclusivamente ai dati necessari per svolgere il proprio compito, nel tempo necessario e sufficiente.

Il terzo è la visibilità continua sul rischio, indispensabile per individuare esposizioni anomale, eccessi di privilegio o configurazioni che potrebbero facilitare un incidente.

Solo a questo punto gli strumenti di prevenzione possono intervenire in modo realmente efficace, bloccando comportamenti pericolosi senza rallentare le attività operative.

La sicurezza come fattore abilitante

Per anni cybersecurity e innovazione sono state percepite come forze contrapposte.

L’evoluzione dell’intelligenza artificiale dimostra invece il contrario.

Più aumenta l’autonomia dei sistemi digitali, maggiore diventa la necessità di costruire governance e controllo sui dati. Non per rallentare l’adozione dell’AI, ma per renderla sostenibile.

L’episodio di Hugging Face mostra che gli scenari fino a poco tempo fa considerati teorici stanno diventando concreti.

Per questo motivo la domanda che i responsabili della sicurezza dovrebbero porsi oggi non è come limitare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, ma come garantire che persone, applicazioni e agenti intelligenti possano accedere ai dati giusti, nel modo corretto e sotto un controllo costante.

In un mondo in cui il rischio cresce con la stessa velocità dell’innovazione, la vera differenza competitiva non sarà soltanto adottare l’intelligenza artificiale, ma saper governare il patrimonio informativo su cui essa opera.

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