L'INTERVENTO

Rinnovo frequenze, Labriola: vision Antitrust troppo “numerica”. Difficile recuperare il gap con Usa e Cina


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“Alla base sembra esserci un’idea di concorrenza secondo cui 4 operatori sono meglio di 3, e 5 sono meglio di 4″, afferma l’Ad di Tim. Un’impostazione non coerente con il presente delle Tlc: “Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”

Pubblicato il 8 ott 2026



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Il parere dell’Antitrust italiano sul rinnovo dei diritti delle frequenze è “viziato” da un’idea di concorrenza fondamentalmente basata sul numero di operatori di mercato: un’impostazione che da anni ostacola il consolidamento nelle tlc. È questo il punto di vista di Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, intervenuto sul suo profilo Linkedin sul tema del rinnovo delle frequenze mobili in scadenza nel 2029.

“Il recente parere di Agcm sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze mobili pone una questione che va ben oltre lo spettro: riconosce la necessità di certezza regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli investimenti già effettuati. Ma propone un rinnovo solo parziale delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo”, ha affermato Labriola.

Labriola sul rinnovo frequenze: antitrust legato al numero di operatori

“Alla base sembra esserci ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4. Un’impostazione che per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale. Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire”.

L’Europa, prosegue Labriola, “chiede agli operatori di accelerare gli investimenti in 5G Stand Alone, edge, cloud, AI e, domani, 6G. Ma gli investimenti richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno. Se la concorrenza viene spinta fino al punto da rendere strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti, non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale. E un servizio universale qualcuno deve pagarlo”.

Può pagarlo, prosegue Labriola “il consumatore. Lo Stato attraverso la fiscalità generale. Istituzioni pubbliche, fondi europei o altri meccanismi di sostegno. Ma non possiamo pensare che a finanziarlo strutturalmente siano gli operatori. Sono imprese private: raccolgono capitale sul mercato e devono remunerarlo. Se il ritorno non è adeguato, nel tempo il capitale va altrove”.

Il nodo della politica industriale per le telecomunicazioni

Questo “è il punto che spesso manca nel dibattito europeo sulle telecomunicazioni. Non possiamo chiedere contemporaneamente più investimenti, reti più performanti, più copertura, più resilienza e più sovranità digitale senza porci la domanda fondamentale: chi remunera il capitale necessario per realizzarli?”

La questione, conclude l’amministratore delegato di Tim, quindi non è scegliere tra concorrenza e investimenti, ma costruire una concorrenza che produca investimenti e attragga capitale, invece di allontanarlo: “La domanda allora diventa: qual è la nostra politica industriale per le telecomunicazioni? La concorrenza è fondamentale, ma non può essere separata dalla sostenibilità economica degli investimenti. E c’è una contraddizione. Questa indicazione arriva proprio mentre l’Europa, per accelerare la digital transformation e recuperare il gap rispetto a Stati Uniti e Cina, indica una direzione diversa: più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro”.

Il parere dell’Antitrust sulle frequenze

Secondo la visione fornita da Agcm, il rinnovo integrale dei diritti d’uso dello spettro agli operatori che già oggi lo detengono rischia di congelare per altri otto anni gli attuali equilibri del mercato mobile italiano. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato è intervenuta sul percorso avviato dall’Agcom per definire il quadro regolatorio delle risorse in scadenza il 31 dicembre 2029.

L’Autorità riconosce che il rinnovo può offrire agli operatori maggiore certezza e rendere più semplice pianificare gli investimenti sulle reti. La disponibilità dello spettro ha infatti un peso diretto nel radio planning e nello sviluppo delle infrastrutture mobili, anche in vista dell’evoluzione verso 5G Standalone e Multi-access Edge Computing.

La criticità emerge quando il rinnovo viene esteso alla totalità delle risorse in scadenza. Secondo l’Autorità, l’applicazione generalizzata “può incidere negativamente sul corretto dispiegarsi delle dinamiche concorrenziali” perché produrrebbe una “cristallizzazione nelle dotazioni frequenziali per ulteriori otto anni”.

A essere penalizzati sarebbero soprattutto gli operatori che oggi dispongono di quantità inferiori di spettro, ai quali verrebbero lasciati margini più limitati per rafforzare la propria posizione, oltre agli eventuali nuovi entranti.

La disponibilità di frequenze proprie incide infatti sulla capacità di investire direttamente nella rete, aumentarne capacità e prestazioni e offrire servizi più competitivi.

L’opzione mista sui diritti d’uso

La soluzione indicata dall’Agcm è quella dell’“opzione mista” già contemplata dall’Agcom: una parte dei diritti d’uso potrebbe essere rinnovata agli attuali assegnatari, in una quantità da definire sotto il profilo quantitativo e qualitativo: la parte restante dovrebbe invece essere nuovamente assegnata attraverso una procedura competitiva, creando uno spazio di crescita per gli operatori che oggi dispongono di meno risorse e, potenzialmente, per nuovi soggetti.

Anche il meccanismo della procedura dovrebbe però differire dalle aste tradizionali. L’Agcm prospetta una gara senza rilanci competitivi, nella quale possa avere maggiore peso la qualità tecnica dell’offerta rispetto al prezzo, con l’obiettivo di evitare che costi troppo elevati per l’acquisizione dello spettro finiscano per sottrarre risorse agli investimenti successivi nelle reti.

Alla procedura competitiva l’Autorità propone di affiancare un cap sulla quantità di diritti d’uso acquisibili dagli operatori che beneficeranno maggiormente dei rinnovi.

ll quadro industriale delle Tlc

Di fronte al parere dell’Antitrust si colloca, tuttavia, un quadro industriale più ampio. Dopo quindici anni segnati da forte competizione sui prezzi, pressione regolatoria e investimenti elevati, il settore delle Tlc continua a finanziare l’evoluzione delle reti con ricavi e margini sotto pressione, soprattutto nel mobile.

Secondo i dati Agcom, tra il 2010 e il 2025 i ricavi complessivi delle telecomunicazioni sono scesi da 41,9 a 29,5 miliardi di euro, con una contrazione vicina al 30%. Nello stesso periodo gli investimenti effettuati dagli operatori superano i 100 miliardi di euro, mentre il ritorno economico sul capitale impiegato si è progressivamente ridotto.

Il 2025 ha segnato una prima inversione di tendenza, con il valore complessivo delle comunicazioni elettroniche salito da 28,2 a 29,5 miliardi di euro, in crescita del 4,5%. Il recupero resta però sbilanciato: la rete fissa cresce del 7,9%, raggiungendo 18,5 miliardi, mentre il mobile arretra ancora dello 0,6%, fermandosi poco sotto gli 11 miliardi.

La crescita, inoltre, è sostenuta sempre di più dal wholesale, dal segmento business e dai servizi Ict, mentre il core della connettività continua a risentire della pressione sui prezzi.

La fragilità emerge ancora più chiaramente dagli investimenti. Nel 2025 quelli infrastrutturali complessivi sono aumentati del 4,5%, arrivando a 7,74 miliardi di euro, ma la crescita è interamente concentrata sulla rete fissa, dove gli investimenti salgono del 10,3% a 6,24 miliardi.

Nel mobile, al contrario, gli investimenti diminuiscono del 14,4%, scendendo a circa 1,5 miliardi di euro.

Prezzi Tlc in controtendenza rispetto alle utility

Il divario emerge anche nel confronto con gli altri servizi essenziali. Tra il 2010 e il 2025 l’inflazione cumulata è stata pari a circa il 29%, mentre i prezzi del gas sono aumentati del 53% e quelli dell’energia elettrica del 104%.

Nello stesso periodo i prezzi dei servizi di telecomunicazione sono diminuiti del 42%.

In pratica, gli operatori hanno aumentato la capacità delle reti, sostenuto la crescita esponenziale del traffico e continuato a investire, ma senza beneficiare di un analogo incremento dei ricavi.

L’andamento dell’Arpu mobile descrive le difficoltà: in Italia il ricavo medio mensile per utente si ferma a circa 9 euro, contro 14,9 euro nella media europea, 16,5 euro nel Regno Unito e 42,1 euro negli Stati Uniti.

Del Fante conferma il management alla guida di Tim

Intanto Labriola e il suo team manageriale sono confermati al timone di Tim dopo l’Opas di Poste Italiane, ha confermato Matteo Del Fante.

L’Ad di Poste ha risposto ”sì” alle domande sulla conferma del gruppo di manager alla guida della telco a margine di un evento promosso dalla Commissione di vigilanza sulla Cassa Depositi e Prestiti. Durante l’evento Del Fante ha detto che, dopo la conclusione dell’acquisizione, si cercherà di utilizzare “il know how e tutte le competenze dentro l’azienda Tim, magari anche con il nostro supporto di bilancio insieme al nostro azionista Cdp”.

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