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Data center in Italia, potenziale da 37 miliardi e 26 mila occupati entro il 2036


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La ricerca IDA lega l’espansione delle infrastrutture digitali alla disponibilità di energia, alle autorizzazioni e alle competenze. L’80% delle superfici analizzate riguarda aree già urbanizzate o dismesse. Roma si afferma come secondo polo nazionale

Pubblicato il 8 ott 2026



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Data center Italia


Punti chiave

  • Sviluppo dei data center in Italia: ~26 mila FTE a regime e 36,9 mld€ di investimenti infrastrutturali (2026-2036); ~20 mila FTE annui per la realizzazione.
  • Espansione legata a energia, collegamenti elettrici, connettività e competenze: scarsità di profili specializzati; pipeline commerciale verso ~2,0-2,3 GW entro il 2031.
  • Mercato distribuito: Milano hub, Roma secondo polo; 13 aree di sviluppo; ~80% delle superfici su aree riqualificate; ricadute locali e impulso all’autonomia digitale.
Riassunto generato con AI


Lo sviluppo dei data center in Italia potrebbe sostenere circa 26 mila occupati equivalenti a tempo pieno a regime e attivare 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali nel periodo 2026-2036. È lo scenario di piena realizzazione dei progetti delineato dalla Ricerca di mercato IDA 2026, presentata a Roma al Data Center Symposium. Una prospettiva che lega l’espansione delle infrastrutture per cloud e intelligenza artificiale alla disponibilità di energia, alle connessioni alla rete elettrica e alla capacità di reperire personale specializzato.

Lo studio, realizzato da Grezya per IDA – Italian Datacenter Association, combina l’analisi del mercato con una survey su 80 rispondenti fra operatori e imprese della filiera. Per gli aspetti ambientali esamina la documentazione pubblica di 34 progetti. All’evento hanno preso parte, fra gli altri, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.

Il lavoro cresce lungo tutta la filiera

La stima occupazionale guarda al 2036 e comprende componenti diverse. Nello scenario di piena attivazione della pipeline, ossia dell’insieme dei progetti qualificati individuati dalla ricerca, il settore potrebbe sostenere 11.900 equivalenti a tempo pieno diretti e ricorrenti, ai quali si aggiungerebbero circa 11 mila nella filiera operativa e 3 mila nell’indotto generato dai consumi dei lavoratori.

Gli equivalenti a tempo pieno, indicati nello studio con la sigla FTE, misurano il volume di lavoro rapportato all’impegno di un addetto a tempo pieno. Il dato di circa 26 mila comprende dunque occupazione diretta, indiretta e indotta e va letto come fabbisogno complessivo a regime, distinto dal numero di nuove assunzioni.

Su un piano separato si colloca il lavoro necessario per realizzare le infrastrutture. Sviluppo, progettazione, costruzione, allestimento e messa in esercizio potrebbero richiedere in media circa 20 mila FTE temporanei all’anno fra il 2026 e il 2036. La successione dei cantieri può offrire continuità alle professionalità coinvolte, con un andamento legato ai tempi di avanzamento dei singoli interventi.

La disponibilità di queste competenze condiziona la realizzabilità dei progetti. Nella survey, 53 rispondenti su 80 segnalano la scarsità di profili specializzati fra i principali ostacoli al reperimento del personale. Altri 48 indicano una formazione tecnica ancora poco allineata alle esigenze del settore e 46 la limitata conoscenza dei data center fra i giovani talenti. Il fabbisogno cambia lungo la filiera: nelle attività di sviluppo emergono i responsabili di progetto e di costruzione; nella gestione delle strutture acquistano peso i tecnici elettrici, meccanici e del raffreddamento.

Quasi 37 miliardi per le infrastrutture

Il potenziale economico individuato dalla ricerca riguarda innanzitutto le strutture fisiche e gli impianti. La piena attivazione della pipeline qualificata è associata a 36,9 miliardi di euro di investimenti cumulati nel decennio 2026-2036. La cifra descrive uno scenario di realizzazione dei progetti, con decisioni e condizioni di sviluppo ancora da completare per una parte delle iniziative.

Lo studio stima separatamente circa 67 miliardi di euro di hardware informatico potenzialmente ospitato nelle strutture e circa 600 milioni di servizi per installazione, configurazione, integrazione e messa in esercizio. Sono grandezze con perimetri diversi, che la ricerca mantiene distinte. Anche il valore aggiunto operativo diretto segue una propria dinamica: nello scenario centrale potrebbe raggiungere 3,87 miliardi di euro annui entro il 2036, assumendo un utilizzo medio della capacità operativa dell’85%.

La capacità commerciale verso i 2 GW nel 2031

Alla fine del 2025 la capacità informatica complessivamente installata in Italia raggiunge circa 760 megawatt: 460 MW commerciali, offerti a clienti terzi, e circa 300 MW dedicati alle esigenze interne delle organizzazioni. Queste misure esprimono la potenza disponibile per gli apparati informatici; il consumo di energia dipende anche dall’utilizzo nel tempo.

Per il mercato commerciale la ricerca individua una pipeline qualificata di 1.839 MW, articolata in 230 MW in costruzione, 673 MW in sviluppo e 936 MW in fase preliminare qualificata. La somma con la capacità già operativa porta il perimetro identificato a 2.299 MW. La traiettoria delineata dallo studio indica circa 2,0-2,3 GW entro il 2031, a fronte di progetti con differenti livelli di maturità e certezza.

La conversione di questo potenziale in strutture attive dipenderà dalla disponibilità energetica, dai collegamenti elettrici, dalle autorizzazioni e dalle condizioni commerciali. La connettività entra nello stesso quadro: i siti devono poter contare su collegamenti e interconnessioni adeguati alle piattaforme che ospiteranno. Per gli operatori, lo sviluppo della capacità di calcolo richiede quindi una pianificazione coordinata con quella delle reti.

Roma e i poli regionali ampliano la geografia del mercato

Milano mantiene il ruolo di principale hub nazionale, ma la ricerca individua 13 aree e corridoi di sviluppo e descrive un mercato che si articola anche intorno ad altri territori. Roma emerge come secondo polo italiano. Torino, Motor Valley e Nord Adriatico presentano opportunità legate alla domanda industriale; Puglia, Sicilia e Sardegna assumono rilievo anche per la connettività e la posizione nella geografia digitale mediterranea.

Nello scenario 2031, lo studio stima una domanda commerciale complessiva di 217 MW per Roma, 38 MW per Torino e Alpi Occidentali e 35 MW per Napoli e Campania. Per la Puglia il valore è di 19 MW, per il Nord Adriatico di 13 MW e per la Motor Valley di 9 MW. Queste proiezioni descrivono gli spazi di sviluppo dei mercati locali, con esiti legati all’evoluzione della domanda e alla realizzazione delle infrastrutture.

Le ricadute sui territori comprendono anche contributi, opere e flussi fiscali. La ricerca stima circa 111 milioni di euro di contributi e opere connessi allo sviluppo e circa 29,6 milioni annui di fiscalità immobiliare lorda, dei quali circa 9 milioni destinati ai territori. I redditi degli occupati diretti e indiretti potrebbero inoltre attivare circa 467 milioni di euro annui di consumi delle famiglie.

La periodicità di queste grandezze è diversa: i contributi maturano durante lo sviluppo dei progetti, i consumi e la fiscalità sono flussi annui. Gli ulteriori benefici, come opere elettriche e viarie, formazione e coinvolgimento dei fornitori locali, dipendono dalle caratteristiche dei siti e dagli accordi con le comunità.

L’80% delle superfici riguarda aree già trasformate

Il rapporto con le amministrazioni locali passa anche dalla scelta dei siti. Nell’analisi ambientale, circa l’80% delle superfici interessate dai progetti riguarda aree già urbanizzate o dismesse, oggetto di riqualificazione e recupero. Il restante 20% interessa aree precedentemente non urbanizzate. Tutti gli interventi esaminati ricadono su terreni con destinazione compatibile con lo sviluppo industriale.

Il dato riguarda le superfici del campione analizzato e mostra il peso del riuso di aree industriali nella localizzazione dei nuovi impianti. La valutazione degli effetti sul territorio richiede poi di considerare, per ciascun progetto, il fabbisogno energetico, l’approvvigionamento idrico e le soluzioni di raffreddamento.

Su questo fronte lo studio descrive l’evoluzione verso sistemi a secco, circuiti chiusi e configurazioni ibride, accanto al raffreddamento a liquido degli apparati. Il consumo idrico dipende dall’intera configurazione dell’impianto, compreso il modo in cui il calore viene dissipato all’esterno. Anche il recupero del calore prodotto dai server richiede condizioni locali precise, a partire dalla presenza di reti e utilizzatori nelle vicinanze.

L’attenzione delle comunità emerge nelle risposte della survey: 48 partecipanti su 80 indicano suolo e acqua fra i temi prioritari del dialogo territoriale, seguiti dall’energia, segnalata da 35, e da calore o microclima, indicati da 32. Per accompagnare l’espansione del settore, la ricerca richiama la necessità di indicatori confrontabili e informazioni sulle caratteristiche effettive dei singoli interventi.

Beltramino: capacità in Italia per rafforzare l’autonomia digitale

“Siamo orgogliosi del confronto emerso oggi al Data Center Symposium tra istituzioni e industria, base per affrontare il futuro del settore partendo da dati concreti e verificabili – afferma Luca Beltramino, presidente di IDA – La ricerca che abbiamo presentato vuole proprio contribuire a questo: rendere disponibili numeri trasparenti, che aiutino a comprendere la realtà dei progetti e a costruire un dialogo più consapevole con i territori. È un confronto che riteniamo fondamentale perché i data center sono un’infrastruttura strategica per il Paese, alla base di attività e servizi ormai indispensabili e parte della quotidianità di ciascuno di noi. Sviluppare questa capacità in Italia significa rafforzare la nostra autonomia digitale e non lasciare che una quota sempre più importante dell’economia italiana dipenda da infrastrutture che si trovano fuori dai nostri confini”.

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