Un contatore che comunica i consumi senza bisogno di una lettura sul posto, una macchina industriale che segnala un possibile guasto, un container rintracciabile lungo la catena logistica. La crescita dell’Internet of Things passa da applicazioni che sono entrate nei processi delle imprese e nella gestione dei servizi essenziali. Dopo l’hype degli anni scorsi, gli oggetti connessi hanno consolidato il proprio ruolo e continuano ad aprire opportunità di business, anche se oggi l’attenzione si concentra soprattutto sull’intelligenza artificiale.
“Nella semplicità, ormai quasi nell’ovvietà dell’IoT, ci sono ancora potenziali enormi“, dice a CorCom Davide Brandini, appena nominato Senior Vice President Southeast Europe Sales di 1NCE, società che integra connettività cellulare e software per sviluppare e gestire applicazioni IoT. Dopo una lunga carriera nelle telecomunicazioni (TIM, Vodafone), Brandini è tornato a quello che scherzosamente definisce un suo “vecchio vizio”, perché “alla fine ‘forever telecom’, il gusto delle telecomunicazioni rimane dentro”. La nuova sfida, per lui, oggi si chiama Internet of Things. Vediamo come intende affrontarla, ma prima facciamo il punto sul suo tragitto professionale.
Indice degli argomenti
Chi è Davide Brandini e il nuovo incarico in 1NCE
Laureato in Informatica all’Università degli Studi di Milano, con un master alla London Business School, Brandini comincia la carriera in TIM, per poi passare da KPNQwest ed Ebone. Nel 2002 entra in Vodafone, dove assume responsabilità commerciali sulle grandi imprese, le multinazionali e le PMI. In Vodafone Global Enterprise guida le vendite per il Sud Europa e diventa Country Manager per l’Italia, occupandosi successivamente del settore pubblico in Vodafone Italia. Seguono le esperienze come Sales Director di MINT e nel management di Assist Digital, nell’area telecomunicazioni e tecnologia.
Da ottobre 2026 è Senior Vice President Southeast Europe Sales di 1NCE, con il compito di sviluppare il business e rafforzare le relazioni con clienti e partner nell’Europa sud-orientale. Un incarico che lo riporta nel settore in cui ha costruito gran parte del proprio percorso professionale.
Come è nata e che cosa fa 1NCE
Fondata a Colonia alla fine del 2017 da Alexander P. Sator insieme a Deutsche Telekom, 1NCE integra connettività cellulare e software per sviluppare e gestire applicazioni IoT. Tra gli investitori è entrata successivamente anche SoftBank, coinvolta nel finanziamento annunciato nel 2021 per sostenere l’espansione internazionale. La società dichiara una presenza in oltre 170 Paesi e più di quaranta milioni di connessioni gestite.
Il nome si pronuncia “once”, come l’inglese “una volta”, perché vuole richiamare il modello commerciale delle origini: un pagamento anticipato per dieci anni di servizio, inizialmente proposto a dieci euro. Oggi l’offerta standard IoT Lifetime Flat costa dodici euro per dieci anni e comprende complessivamente 500 MB e 250 sms, con possibilità di acquistare ricariche. Una formula pensata per dispositivi che trasmettono piccoli volumi di dati.
Internet of Things, una crescita tumultuosa
Brandini, che cosa l’ha convinta a tornare nelle telecomunicazioni?
La passione per questo settore è rimasta, anche dopo esserne uscito nel 2021. Ho ritrovato persone che conoscevo e che hanno contribuito a costruire 1NCE, ma soprattutto ho visto un’opportunità in un ambito più specializzato delle telecomunicazioni: la connettività per l’IoT. È un mercato in forte espansione, attraversato anche da cambiamenti tecnologici importanti. Questa combinazione ha pesato sulla mia scelta.
Le telecomunicazioni vengono spesso raccontate come un mercato sotto pressione. Perché nell’IoT il quadro è diverso?
Il settore delle telecomunicazioni deve fare i conti con molti operatori, una competitività estrema e ricavi e margini compressi. Nell’IoT queste dinamiche sono meno marcate, perché il numero degli oggetti da connettere continua a crescere. Nelle valutazioni che richiamavo, siamo nell’ordine dei cinque miliardi di connessioni cellulari IoT nel 2026, con altri cinquecento milioni nel 2027 e una prospettiva di sette-otto miliardi nel 2030. Se allarghiamo lo sguardo a tutte le tecnologie, parliamo di decine di miliardi di oggetti connessi. La connettività cellulare è soltanto una componente di questo universo.
Quali applicazioni stanno trainando la crescita in Italia e nel Sud-Est Europa?
Il primo grande ambito è lo smart metering per energia, gas e acqua. Contatori e dispositivi che raccolgono informazioni sulle reti vengono connessi sia per esigenze operative sia per la spinta delle normative e dei programmi di ammodernamento. È un mercato enorme.
Poi ci sono automotive e smart mobility: le nuove auto nascono sempre più connesse e la connettività riguarda anche i veicoli già in circolazione, per esempio attraverso le scatole nere assicurative. Un altro motore è la tracciabilità nella logistica e nella supply chain: container, camion, pallet e merci possono essere seguiti con tecnologie diverse, molte delle quali cellulari.
Nell’industria ci sono robot, linee di produzione e manutenzione predittiva, con dati che aiutano ad anticipare guasti e fermi macchina. A questi ambiti si aggiungono la sanità, con telemedicina, monitoraggio remoto e dispositivi indossabili, e applicazioni più specifiche, dalle colonnine di ricarica alle telecamere di sorveglianza.
IoT e svolte tecnologiche: cosa sta succedendo
Quale cambiamento tecnologico può accelerare ulteriormente il mercato?
Il passaggio verso le eSIM programmabili è un punto di svolta. Siamo abituati a pensare che per collegare un oggetto occorra inserire una scheda e che, per cambiare operatore, si debba sostituirla fisicamente. La possibilità di gestire i profili da remoto riduce questo vincolo. Non è soltanto un aggiornamento dell’hardware: cambia le prospettive per gli operatori e per chi costruisce i dispositivi, perché semplifica la gestione della connettività.
Che cosa significa, concretamente, per un produttore italiano che vende all’estero?
L’Italia ha produttori di contatori e dispositivi molto specializzati, anche di piccole e medie dimensioni. Un’azienda può progettare in Italia, produrre altrove e consegnare negli Stati Uniti, negli Emirati o in Sudamerica. Il problema diventa: come connettere tutti questi oggetti?
Noi proponiamo un unico interlocutore commerciale e una piattaforma di gestione, attraverso accordi con gli operatori nei Paesi coperti. Il produttore non deve costruire ogni volta una relazione contrattuale locale. Può predisporre la connettività nel dispositivo e gestirla quando l’oggetto viene distribuito. Possiamo anche spedire le sim direttamente a chi lo produce, perché le inserisca durante la fabbricazione».
1NCE verso nuovi mercati
Qual è la priorità del suo nuovo incarico nel Sud-Est Europa?
Replicare i risultati ottenuti in Italia. Per 1NCE l’Italia è un mercato fortissimo, essenziale sia per ricavi sia per margini. Abbiamo anche una buona presenza in Grecia, mentre in Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Albania e Slovenia i clienti sono ancora pochi.
Sono mercati con potenzialità importanti, sostenuti dalla necessità di connettere nuovi oggetti e dall’evoluzione delle regole. La Slovenia, per esempio, è piccola ma tecnologicamente avanzata. Dobbiamo farci conoscere, partecipare agli eventi, entrare in relazione con associazioni e imprese e costruire una presenza più solida.
Le sfide da affrontare
Quali ostacoli incontra questa espansione?
Ci sono innanzitutto vincoli regolatori sul permanent roaming, cioè sull’utilizzo stabile di una sim internazionale in un altro Paese. La Turchia è un caso particolarmente importante per la mia regione: ha dimensioni, infrastrutture e prospettive di crescita significative, ma questi limiti devono essere affrontati. Anche in India, fuori dalla mia area, esistono restrizioni. Occorre quindi trovare accordi con operatori locali o rinunciare a determinate opportunità.
L’altro grande tema è la sicurezza degli oggetti connessi. Collegare un dispositivo significa renderlo potenzialmente accessibile anche a un malintenzionato. Pensiamo all’automobile: i vantaggi della connessione devono accompagnarsi alla protezione dal rischio che una terza parte ne prenda il controllo.
Come cambia il ruolo degli operatori nella catena del valore?
Oggi la connettività IoT viene ancora percepita spesso come una bolletta: devo collegare un oggetto e pagare il servizio. Dobbiamo far emergere il suo ruolo di funzionalità che abilita altri servizi, includendo piattaforme, software e informazioni utili al cliente.
Non basta dire che un dispositivo è connesso: possiamo aiutare a capire come funziona, quali comportamenti segnalano un possibile malfunzionamento, quali apparati rendono meglio e come ottimizzarne la distribuzione. Le reti producono enormi quantità di dati che possono supportare queste decisioni.
Un’evoluzione ulteriore potrebbe essere fornire dispositivo e connettività come servizio. Oggi un’utility compra normalmente il contatore da un produttore e la connessione da un operatore. Si potrebbe ragionare su un’offerta integrata con un modello a servizio: è una possibilità per salire nella catena del valore».
IoT e intelligenza artificiale: come usarla per comparazioni e informazioni strutturate
Dove utilizzate già l’intelligenza artificiale?
Nei primi livelli dell’assistenza ai clienti, attraverso agenti AI, e in un servizio di vendita di token riservato ai nostri clienti. Abbiamo accordi con diversi fornitori di modelli e possiamo mettere a disposizione l’accesso a condizioni negoziate come grande operatore.
Per un’impresa che non vuole gestire direttamente più contratti, oppure per una realtà più piccola, significa semplificare l’acquisto e l’utilizzo di questi servizi. Sono due applicazioni concrete, ma la prospettiva più interessante riguarda il valore delle informazioni ricavate dalla gestione dei dispositivi.
Quali decisioni potrebbero migliorare grazie a questi dati?
Un’utility con milioni di apparati deve capire quali dispositivi funzionano meglio, come si comportano le batterie e quali prodotti scegliere per le installazioni successive. Gestiamo circa quaranta milioni di dispositivi: questa esperienza può aiutare a confrontare il comportamento degli apparati in contesti differenti.
L’obiettivo è fornire informazioni strutturate che permettano di gestire meglio la rete e orientare le scelte di acquisto. È una direzione nella quale possiamo crescere insieme ai clienti, andando oltre la semplice fornitura della connessione.
IoT e PMI: gestire l’operatività
Come rendete l’IoT accessibile alle PMI che non hanno competenze interne?
Con un’offerta semplice anche per piccoli progetti. Una realtà che ha bisogno di cinquanta sim può rivolgersi al nostro team commerciale digitale oppure acquistare sul marketplace. Il modello standard prevede dodici euro per dieci anni di servizio; sulle grandi commesse possiamo costruire accordi personalizzati.
La semplicità riguarda anche l’operatività: scegliere il formato della sim, riceverla, utilizzare la piattaforma e avere supporto quando serve. Chi distribuisce dispositivi in più Paesi non deve organizzare separatamente ogni fornitura. In altre aziende ho dovuto gestire una barriera all’ingresso per i clienti troppo piccoli; qui vogliamo servire dalla piccola impresa alla grande organizzazione».
Da qualche anno a questa parte l’AI domina l’attenzione e si parla meno di IoT. Cosa lo rende oggi interessante per chi cerca opportunità di business?
L’intelligenza artificiale la utilizziamo tutti e ci aiuta in molte attività, ma resta aperta la domanda su chi riuscirà a monetizzarla, quanto e con quali modelli. Anche la disponibilità dei clienti a pagare deve ancora essere compresa fino in fondo.
Nell’IoT ci sono invece applicazioni con business case già molto solidi, perché risolvono problemi concreti. Basta confrontare il costo di mandare una persona a leggere un contatore del gas con quello di raccogliere il dato da remoto. Il ritorno è facile da comprendere e da calcolare. Oggi forse se ne parla meno, ma dietro applicazioni diventate quasi scontate rimangono opportunità enormi.



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