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Storage geo-distribuito: Garr e Cubbit lanciano il modello federato per la ricerca



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Al debutto una nuova infrastruttura nazionale on‑premise che punta su controllo locale del dato, resilienza operativa e cooperazione tra atenei ed enti scientifici

Pubblicato il 15 apr 2026



Storage geo-distribuito: Garr e Cubbit lanciano il modello federato per la ricerca
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Lo storage geo-distribuito entra in una fase operativa concreta nel sistema universitario italiano. Non come esercizio teorico, ma come infrastruttura reale, già attiva, pensata per reggere nel tempo la crescita dei dati scientifici. L’avvio della sperimentazione annunciato da Garr e Cubbit segna infatti un passaggio strutturale nel modo in cui università e centri di ricerca possono conservare, proteggere e condividere informazioni ad alto valore.

Il progetto nasce da un’esigenza precisa. I dati accademici aumentano a ritmi costanti, diventano più eterogenei e più sensibili. Allo stesso tempo, crescono i vincoli normativi e i rischi legati alla dipendenza da piattaforme esterne. In questo contesto, lo storage geo-distribuito si propone come alternativa concreta al cloud centralizzato, senza rinunciare a scalabilità e continuità di servizio.

Un cambio di paradigma infrastrutturale

L’elemento di rottura non riguarda solo la tecnologia, ma il modello. La nuova rete di archiviazione nasce come sistema federato, aperto alle adesioni, nel quale ogni ente partecipa mantenendo il pieno controllo delle proprie risorse. Le università e i centri di ricerca possono contribuire con hardware locale, trasformandolo in parte di una infrastruttura nazionale condivisa.

Questo approccio valorizza asset già esistenti e riduce la necessità di concentrare i dati in pochi grandi poli. Lo storage geo-distribuito consente così di superare il trade‑off tradizionale tra controllo e resilienza. I dati restano fisicamente in Italia, sotto la governance degli enti che li producono, ma diventano più robusti grazie alla distribuzione geografica.

La capacità iniziale della rete è pari a un petabyte. Il progetto, però, nasce per crescere. L’adesione di nuovi soggetti permette di aumentare lo spazio disponibile e, allo stesso tempo, di rafforzare la resilienza complessiva del sistema.

Il ruolo strategico della rete Garr

In questo scenario, Garr rafforza il proprio ruolo di infrastruttura abilitante per l’ecosistema della conoscenza. Con una dorsale in fibra ottica di circa 24.000 chilometri e oltre mille sedi collegate, la rete dell’istruzione e della ricerca rappresenta già oggi un elemento centrale per la connettività ad alte prestazioni.

Con lo storage geo-distribuito, Garr estende questa funzione al livello dei dati. La nuova infrastruttura viene operata su data center interamente on‑premise, distribuiti sul territorio nazionale. Nella prima fase, l’implementazione coinvolge Bologna, Roma e Bari. Nella seconda, l’estensione a tutti e otto i data center Garr aumenterà ulteriormente la tolleranza ai guasti.

Questo assetto risponde a una esigenza sempre più sentita nella comunità scientifica. I dati devono restare disponibili nel lungo periodo, anche in presenza di incidenti o indisponibilità di singoli siti. Devono inoltre essere gestiti in conformità con requisiti normativi stringenti, inclusi quelli definiti dall’Acn. La distribuzione geografica diventa quindi una leva di sicurezza e non solo di performance.

La tecnologia come abilitatore, non come vincolo

Il contributo di Cubbit si colloca sul piano architetturale. La piattaforma Cubbit DS3 Composer introduce un object storage progettato fin dall’origine per funzionare in modo distribuito. I dati vengono cifrati, frammentati e distribuiti su più sedi. Nessun nodo conserva l’informazione completa.

Questa scelta riduce i rischi di esposizione e consente al sistema di garantire disponibilità anche in caso di guasti multipli. Lo storage geo-distribuito non si affida a repliche tradizionali, ma a un meccanismo di ricostruzione che sfrutta la presenza dei frammenti su siti diversi.

Un altro elemento chiave riguarda l’integrazione. La compatibilità con lo standard S3 permette di inserire la nuova infrastruttura nei flussi di lavoro esistenti. Laboratori e gruppi di ricerca possono continuare a usare applicazioni e strumenti già consolidati, evitando costi di migrazione e complessità operative.

Controllo del dato e collaborazione selettiva

Uno dei nodi più delicati nella gestione dei dati scientifici riguarda l’equilibrio tra protezione e condivisione. Il modello proposto da Garr e Cubbit affronta il tema in modo strutturale. Ogni ente mantiene l’accesso esclusivo ai propri dati, che restano segregati e protetti. Allo stesso tempo, il sistema consente di autorizzare in modo granulare l’accesso a singoli dataset o progetti.

Questa flessibilità abilita collaborazioni tra gruppi di ricerca diversi, anche esterni alla rete Garr, senza compromettere la sicurezza complessiva. Lo storage geo-distribuito diventa così un fattore abilitante per la cooperazione scientifica, non un ostacolo da gestire.

La gestione avviene da un’unica interfaccia, che permette di definire livelli differenziati di servizio e protezione in base al valore dei dati. I casi d’uso includono repository immutabili per i backup, soluzioni di disaster recovery e archiviazione di lungo periodo per dati semilavorati utilizzati in attività di analisi.

Una risposta al rischio di lock‑in

Dietro il progetto emerge anche una scelta politica, in senso industriale. La dipendenza da infrastrutture di terze parti, spesso extraeuropee, espone università ed enti di ricerca a rischi di lock‑in tecnologico e a una perdita progressiva di sovranità. Lo storage geo-distribuito operato interamente sul territorio nazionale risponde a questa criticità.

Il dato resta localizzato, controllabile e verificabile. La governance rimane nelle mani degli enti che partecipano alla rete. In un contesto geopolitico e normativo sempre più complesso, questo aspetto assume un valore strategico per l’intero sistema della ricerca.

Le voci dei protagonisti

Massimo Carboni, Chief Technical Officer di Garr, sottolinea il significato dell’iniziativa: “Per Garr, garantire alla comunità della ricerca e dell’istruzione infrastrutture digitali affidabili, sicure e sostenibili è una priorità strategica. L’adozione di soluzioni di object storage distribuito e geo-replicato rappresenta un passo fondamentale per rispondere alla crescita esponenziale dei dati scientifici e alle nuove esigenze di resilienza, sicurezza e conformità normativa. La collaborazione con Cubbit ci consente di mantenere il pieno controllo dei dati e di valorizzare un modello distribuito e on-premise, coerente con i principi GARR di autonomia digitale e di supporto alla ricerca.”

Dal lato industriale, Alessandro Cillario, Co‑Ceo e co‑fondatore di Cubbit, evidenzia la portata del progetto: “Siamo fieri di collaborare con Garr, una realtà di massima rilevanza per l’Italia e per la sua comunità scientifica. È una collaborazione strategica per garantire al mondo della ricerca e dell’università pieno controllo sui propri dati, assicurando autonomia, sovranità e resilienza a uno degli ecosistemi più strategici del Paese. Questo progetto dimostra che oggi è possibile creare una rete di archiviazione di nuova generazione, interamente operata sul territorio nazionale, capace di coniugare prestazioni elevate, controllo locale del dato e assenza di lock-in. È un modello unico in Europa, nato dall’integrazione tra una tecnologia nativamente geo-distribuita e una rete nazionale ad alta velocità, pensato per rispondere alle esigenze concrete della ricerca italiana.”

Un laboratorio per il futuro digitale della ricerca

La presentazione ufficiale alla Conferenza Garr 2026, in programma a Pisa dal 19 al 21 maggio, rappresenterà un momento di confronto con la comunità. Il valore del progetto, però, va oltre l’evento. Lo storage geo-distribuito promosso da Garr e Cubbit si propone come laboratorio infrastrutturale per ripensare la gestione dei dati scientifici in chiave cooperativa.

Se la sperimentazione confermerà le aspettative, il modello potrà diventare un riferimento stabile per il sistema universitario italiano. Non una semplice alternativa tecnica, ma un tassello essenziale di una strategia più ampia di autonomia digitale e sostenibilità della ricerca.

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