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Barriere cinesi per l’Ict. Bruxelles non ci sta

Pechino si prepara ad approvare una legge per tutelate la tecnologia made in China. La Camera di commercio europea sul piede di guerra: si limita l’accesso al business

11 Dic 2009

Le associazioni che rappresentano gli interessi dell’Ict in
Europa dichiarano guerra alla politica protezionistica cinese:
Pechino sarebbe infatti in procinto di approvare una nuova legge
che favorisce la tecnologia made in China rispetto
all’innovazione che arriva dall’estero. Le aziende e le fonti
diplomatiche hanno rivelato che Bruxelles sta facendo pressione
sulle controparti cinesi per ostacolare con azioni di lobby la
nuova legge per gli approvvigionamenti pubblici che avvantaggia la
tecnologia nazionale.
In base alla nuova legge, almeno alcune delle parti che compongono
un prodotto o una tecnologia devono essere sviluppate localmente
per poter partecipare alle gare del governo.

La Missione cinese presso l’Ue (Chinese Mission to the European
Union) ha fatto sapere che tale legge non rappresenta un indirizzo
di politica macro-economica e ha chiesto ulteriori informazioni. I
diplomatici cinesi hanno spiegato che ci saranno diversi ministeri
che potranno applicare la norma e stanno cercando di capire quali
enti sono interessati.

Il concetto di “innovazione indigena” è stato per la prima
volta introdotto in Cina nel 2005, ma la nuova legge viene di fatto
a codificare il crescente protezionismo cinese nel settore Ict.
Anche se il premier Hu Jintao ha assicurato che le aziende europee
potranno godere di un ambiente di business favorevole, anche dal
punto di vista fiscale, la nuova legge, dicono i rappresentanti
dell’industria Ue, sembra dimostrare l’opposto. Le aziende si
lamentano anche della mancanza di trasparenza delle gare per
l’approvvigionamento pubblico in Cina. “Le nostre imprese
trovano difficoltà a raggiungere i requisiti richiesti da questa
legge", ha dichiarato James Lovegrove della filiale europea di
TechAmerica.

Nonostante la recente apertura della Cina agli affari con le
aziende straniere, i governi e i rappresentanti industriali
dell’Occidente sostengono di non poter competere nel Paese
asiatico a pari livello con le controparti locali. Il Parlamento
europeo, preoccupato dal crescente trend protezionistico di
Pechino, ha votato a febbraio la presentazione di una richiesta
alla Cina per rimuovere le barriere agli scambi equi con
l’estero. A giugno, però, il governo cinese ha confermato la sua
linea politica invitando gli enti pubblici ad acquistare di
preferenza beni made in China. Il nodo del libero scambio con la
Cina è stato al centro del China-Eu Summit di maggio a Praga, dove
è stata decisa la creazione di un centro per le Pmi europee in
Cina (European Sme centre), con sede a Pechino, che aprirà entro
la fine dell’anno.

A settembre, la Camera di commercio europea in Cina è tornata a
porre l’accento sulle restrizioni per il business delle aziende
straniere che operano in Cina e ha denunciato un rallentamento del
progresso delle riforme nel Paese. Il presidente della Camera Joerg
Wuttke ha spiegato che in molti settori l’intervento del governo
è sempre più pesante, mentre aumentano le restrizioni agli
investimenti stranieri. Nella sua position paper per il 2010, la
Camera di commercio europea accusa le autorità cinesi di usare le
procedure di certificazione e la regolamentazione tecnica per
limitare di fatto l’accesso al mercato e in alcuni casi di
escludere del tutto le aziende a partecipazione straniera da
determinati settori.