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Caso Intel, Istituto Bruno Leoni: la multa Ue danneggia i consumatori

La “politica degli sconti” che ha fatto scattare la mega-sanzione al chipmaker non è sufficiente a sostenere le argomentazioni della Commissione Ue. E lascia spazio all’ipotesi che la decisione muova da argomenti “indipendenti da valutazioni di mercato”

25 Feb 2011

La multa dell'Antitrust europeo a Intel – la più grande mai
comminata dal Garante comunitario della concorrenza – poggia su un
terreno sdrucciolevole e dimostra la necessità di ripensare
l'applicazione del diritto comunitario della concorrenza. Lo
sostengono Luca Mazzone e Alberto Mingardi nel Briefing Paper
dell'Istituto Bruno Leoni "Here we go again. Antitrust e
imprese innovative. Il caso Intel-UE e l'importanza del
controllo giurisdizionale" (PDF ).

Intel è stata accusata dalla Commissione europea di aver praticato
una "politica degli sconti" che avrebbe danneggiato i
consumatori "tenendo fuori potenziali concorrenti dal mercato
dei chip per computer per molti anni".

Tuttavia, secondo Mazzone e Mingardi, "La pratica degli
'sconti predatori' è controversa, come centro di un
castello accusatorio. Il modo in cui la Commissione europea ha
argomentato le sue accuse è discutibile e non si fonda su solide
basi economiche".

Infatti, "L'unica evidenza certa è la costante
diminuzione dei prezzi al consumatore – che è andata di pari passo
al crescere della performance" dei microprocessori. Il
problema, spiega il Briefing Paper, è che un settore ad alto tasso
di innovazione può difficilmente essere ingabbiato in una griglia
interpretativa "statica", come quella a cui si ispira la
logica antitrust della Commissione. In questi casi "il
tribunale di revisione non deve accettare acriticamente le
dichiarazioni della Direzione Concorrenza", specie se esse
prescindono da qualunque valutazione sull'effettiva dinamica
del mercato.

In conclusione, scrivono Mazzone e Mingardi, "se nel mercato
dei microprocessori abbiamo avuto una costante diminuzione dei
prezzi ed una crescente innovazione di prodotto, con grandi
benefici per le imprese acquirenti e quindi per i consumatori
finali, non sembra esagerato sostenere che si constata una totale
assenza di una corrispondenza fattuale tra la condanna e il fine
che dovrebbe avere la 'tutela della concorrenza'. Quel che
è più grave, ciò lascia spazio per ipotizzare che la decisione
della Commissione muova da argomenti totalmente indipendenti da
valutazioni di mercato".