Il tema della copia privata torna a occupare il centro del dibattito digitale italiano, e lo fa con la forza di una decisione che – almeno stando a quanto filtra dalle ricostruzioni delle ultime ore – rischia di avere un impatto immediato su prezzi, investimenti e attrattività del mercato. Al cuore della controversia c’è il decreto sul compenso per copia privata firmato dal Ministro della Cultura, che secondo Anitec-Assinform si muoverebbe in una direzione non allineata con l’evoluzione tecnologica e con le modalità attuali di consumo dei contenuti.
Il punto non è soltanto “quanto” si paga, ma “come” viene definito e su cosa viene applicato. Se, storicamente, il meccanismo del compenso ha riguardato supporti e dispositivi di registrazione, oggi l’estensione al cloud storage apre un terreno nuovo, in cui i confini tra uso personale, servizi professionali, infrastrutture abilitanti e piattaforme globali sono molto meno netti rispetto al passato.
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La linea di Anitec-Assinform: preoccupazione, metodo e distanza dalla tecnologia
Nel comunicato stampa, Anitec-Assinform esprime “forte preoccupazione” per un testo che, sempre secondo quanto riportato, produrrebbe un incremento dei costi intorno al 20% e introdurrebbe il compenso anche sul cloud storage. L’Associazione sottolinea soprattutto un tema di metodo: le richieste di confronto rivolte al Ministero e agli uffici competenti sarebbero rimaste senza riscontro, con il risultato – evidenzia – di lasciare fuori dal processo decisionale proprio le imprese chiamate a sostenere economicamente il compenso.
È un passaggio che, nel linguaggio dell’industria, equivale a una presa di distanza netta: non si contesta la tutela del diritto d’autore come principio, ma si contesta l’efficacia e l’aderenza degli strumenti. Anitec-Assinform lo afferma chiaramente: la promozione del diritto d’autore è fondamentale, ma non può tradursi in meccanismi giudicati “ormai superati” rispetto al funzionamento dell’economia digitale. In altre parole, l’Associazione chiede che l’impianto regolatorio non venga costruito guardando allo scenario di ieri, quando oggi la fruizione passa sempre più spesso da streaming, piattaforme, abbonamenti e accesso “on demand”.
Il nodo cloud: da infrastruttura abilitante a rischio “prelievo” generalizzato
Il punto più sensibile – e potenzialmente più dirompente – è l’introduzione del compenso sul cloud storage. Anitec-Assinform la definisce una scelta “particolarmente critica”, perché rischierebbe di trasformarsi in una vera e propria “tassa sul cloud”, con conseguenze a catena: minore propensione agli investimenti in innovazione, crescita degli oneri lungo la filiera tecnologica e, infine, ricadute sui consumatori.
Qui la partita diventa anche industriale e strategica. Il cloud non è soltanto un servizio: è un’infrastruttura abilitante, un elemento base per scalare applicazioni, gestire dati, garantire continuità operativa e cybersecurity, sostenere progetti di modernizzazione della PA e digitalizzazione delle PMI. Per questo, l’idea di legare un prelievo alla “memoria” in cloud, senza distinzioni sufficientemente chiare tra ambiti d’uso e tipologie di clientela, viene letta dalle imprese come un possibile freno alla competitività.
Il rischio, sottolinea l’Associazione, è che l’Italia si posizioni come mercato più oneroso o meno prevedibile per gli operatori tecnologici. E in un contesto in cui la concorrenza si gioca anche su marginalità, scala e semplicità regolatoria, la percezione conta quasi quanto la misura in sé.
Le reazioni della filiera: Aiip e Assintel tra “sconcerto” e ipotesi ricorso
Nelle stesse ore, il fronte delle critiche si allarga. Un lancio AGI del 25 febbraio 2026 riferisce che Aiip e Assintel esprimono “sconcerto” per la versione definitiva del decreto, che confermerebbe senza modifiche sostanziali le anticipazioni circolate nell’estate 2025. Le associazioni mettono l’accento su un cambio di paradigma: “introduce infatti un prelievo periodico per la ‘memoria in cloud o spazio di memorizzazione in cloud’, con un compenso mensile calcolato per GB e per utente e un tetto massimo mensile per utente, oltre a obblighi dichiarativi e amministrativi a carico dei fornitori e degli operatori della filiera, di fatto trasformando con un colpo di penna un’imposizione una tantum in un’imposizione ricorrente”.
Il passaggio è cruciale, perché evidenzia un aspetto spesso decisivo nelle scelte di investimento: la differenza tra un costo “una tantum” e un costo ricorrente. Nel cloud, dove la crescita è elastica e legata a consumi, utenti, dati e casi d’uso, un meccanismo mensile può incidere direttamente sulla convenienza di modelli e offerte.
Aiip e Assintel richiamano poi criticità che riguardano sia il merito sia il metodo, indicando rischi di duplicazione del prelievo lungo la filiera e oneri di compliance che potrebbero pesare in modo sproporzionato su PMI e operatori nazionali. E su questo punto emergono due dichiarazioni dal tono politico-industriale molto marcato. Il presidente Aiip, Giuliano Claudio Peritore, afferma: “Siamo sconcertati: le anticipazioni di agosto vengono confermate senza modifiche sostanziali. Nel momento in cui timidamente si sta parlando di supportare il cloud nazionale ed europeo, nell’ottica della sovranita’ digitale, il prelievo sul cloud storage rischia di trasformarsi in una doppia imposizione e in un freno agli investimenti digitali italiani. AIIP sta valutando un ricorso e ogni iniziativa utile a tutelare imprese e utenti”.
Sulla stessa linea la presidente Assintel, Paola Generali: “Colpire indiscriminatamente lo storage cloud significa introdurre un onere parafiscale su un’infrastruttura abilitante per competitivita’ e innovazione. E’ una misura incoerente con le politiche di digitalizzazione e con la Strategia Cloud, e rischia di aggravare i costi per imprese e professionisti. Per questo Assintel, con Aiip, sta valutando un ricorso, per tutelare le medie e piccole imprese italiane”.
Le due associazioni chiedono al Ministero di “aprire con urgenza un tavolo tecnico con tutte le categorie realmente coinvolte e di intervenire per: escludere in modo chiaro ed ex ante i servizi cloud forniti a clienti business; prevenire i doppi prelievi lungo la filiera; semplificare drasticamente adempimenti, esenzioni e rimborsi, evitando che si traducano in una ‘probatio diabolica’”. Al netto del dibattito giuridico, il messaggio che arriva al mercato è semplice: se il testo resterà com’è, la conflittualità potrebbe spostarsi dai comunicati alle aule.
Impatti possibili: prezzi, competitività e incertezza regolatoria
Che cosa significa, concretamente, un aumento dei costi “intorno al 20%” e l’estensione del compenso al cloud? La risposta dipende dalla struttura effettiva del decreto e dai perimetri applicativi, ma la direzione indicata dalle associazioni è chiara: nuovi oneri per la filiera rischiano di tradursi in maggiori costi per cittadini e imprese, perché chi opera sul mercato tende fisiologicamente a ribaltare almeno una parte degli incrementi sui listini o sui canoni.
C’è poi un secondo ordine di effetti, spesso più subdolo: l’incertezza. In settori dove i cicli di investimento sono rapidi ma gli impegni infrastrutturali sono lunghi, ciò che pesa non è soltanto la misura, ma la prevedibilità del quadro. Se le regole introducono meccanismi percepiti come poco coerenti con la tecnologia o poco distintivi tra segmenti (consumer vs business), il rischio è che l’Italia venga vista come un contesto più complesso, meno competitivo o più esposto a contenziosi.
Infine, sullo sfondo c’è il tema europeo richiamato da Anitec-Assinform: l’Associazione chiede soluzioni coerenti con l’evoluzione tecnologica e con il quadro normativo UE. È un passaggio che segnala un possibile terreno di confronto anche “a monte”, sul piano della compatibilità e della proporzionalità delle misure, in un mercato – quello digitale – che per definizione non conosce confini nazionali netti.
La richiesta finale: confronto politico immediato e revisione dell’impianto
Il comunicato di Anitec-Assinform si chiude con una richiesta che suona come un ultimatum istituzionale: aprire subito un confronto a livello politico per individuare soluzioni più coerenti con tecnologia, Europa e bisogni di imprese e consumatori. È un invito che, letto insieme alle posizioni di Aiip e Assintel, compone un quadro di pressione crescente sul Ministero: il settore chiede un tavolo, chiede criteri più attuali, e soprattutto chiede che il cloud non venga trattato come un semplice “supporto” del passato.
Se il decreto resterà immutato, la vicenda potrebbe diventare un caso emblematico di tensione tra tutela del diritto d’autore e dinamiche dell’economia digitale. Se invece si aprirà un canale di confronto, il risultato potrebbe essere un riassetto del meccanismo capace di distinguere meglio tra usi, filiere e mercati, riducendo il rischio che una misura nata per compensare un’eccezione diventi – nella percezione delle imprese – un freno strutturale all’innovazione.












