L’era digitale ha promesso agilità, scalabilità e costi ottimizzati attraverso l’adozione del cloud pubblico. Per anni, la migrazione verso l’esterno è stata la narrazione dominante, e le aziende hanno spostato carichi di lavoro e dati verso infrastrutture gestite da terze parti. Tuttavia, come spesso accade con le tecnologie emergenti, la realtà si è rivelata più complessa delle aspettative iniziali. Oggi, assistiamo a un fenomeno crescente di “cloud repatriation” o rientro strategico dei carichi di lavoro dal cloud pubblico al data center privato.
Il fenomeno è globale: secondo il report Private Cloud Outlook 2025, pubblicato da Broadcom, il 69% delle organizzazioni sta considerando di ripristinare carichi di lavoro dal cloud pubblico a quello privato, con un terzo che ha già avviato questo processo. E l’Italia non fa eccezione: secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation 2025, il 35% delle aziende italiane sta implementando progetti di questo tipo, in aumento dal 20% del 2024, confermando un trend valutando in crescita.
Questa inversione di tendenza si inserisce in un quadro più ampio, dove le aziende stanno cercando di bilanciare in modo più mirato l’uso delle infrastrutture pubbliche e private. Non si tratta di un passo indietro, ma di una ricalibrazione strategica, dettata da tre fattori principali: costi imprevisti, requisiti di conformità sempre più stringenti e una rinnovata necessità di controllo operativo e sulla sicurezza.
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Costi nascosti e limiti del modello cloud pubblico
Inizialmente, il cloud pubblico sembrava offrire un modello di spesa prevedibile e flessibile, basato sul consumo. Tuttavia, molte aziende si sono rese conto che la realtà è ben diversa. I costi di egress, di storage a lungo termine, le tariffe per l’accesso alle API e le spese per servizi aggiuntivi possono aumentare rapidamente in modo non sempre prevedibile, superando di gran lunga i budget stanziati inizialmente.
Inoltre, la complessità della gestione delle risorse cloud, la difficoltà nel prevederne i picchi di utilizzo e la dipendenza sempre più marcata da specifici fornitori (vendor lock-in) possono portare a inefficienze e a una perdita di potere negoziale.
Pur richiedendo un investimento iniziale maggiore, il data center privato spesso offre un Total Cost of Ownership (TCO) più vantaggioso nel lungo periodo per workload stabili e prevedibili, garantendo anche maggiore trasparenza sui costi operativi. Secondo il Private Cloud Outlook 2025, il 90% dei responsabili IT ritiene il cloud privato più trasparente a livello finanziario rispetto alle piattaforme pubbliche.
Spesso, la soluzione di riferimento si rivela un mix dei due approcci. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation 2025, il 46% delle nuove iniziative digitali in Italia adotta strategie ibride, mentre l’approccio cloud-first è in calo.
Conformità normativa e sovranità del dato
In un panorama normativo in continua evoluzione, la conformità è diventata una priorità assoluta. Regolamenti come GDPR, HIPAA, PCI DSS e normative locali sulla sovranità dei dati impongono requisiti stringenti su dove e come le informazioni sensibili debbano essere archiviate e gestite.
Per il 39% delle organizzazioni italiane l’adeguamento normativo è una priorità. Molte aziende scoprono che mantenere la conformità in un ambiente cloud pubblico, dove la localizzazione fisica dei dati può essere ambigua e la catena di responsabilità complessa, è una sfida ardua e costosa.
Il data center privato offre un controllo inequivocabile sulla posizione fisica dei dati, sugli accessi e sulla loro sicurezza, semplificando i processi di audit e riducendo il rischio di sanzioni, oltre a rafforzare la fiducia di clienti e stakeholder.
Controllo diretto su performance, sicurezza e personalizzazione
La promessa di agilità del cloud pubblico spesso si scontra con latenze imprevedibili e performance non ottimali per applicazioni critiche. Per workload che richiedono bassa latenza o elevata potenza di calcolo, il controllo diretto sull’hardware e sulla rete del data center privato è insostituibile.
La sicurezza rappresenta un’ulteriore motivazione chiave. Nel modello di responsabilità condivisa, la responsabilità ultima della protezione dei dati rimane dell’azienda. Un ambiente privato consente di implementare policy di sicurezza personalizzate, soluzioni avanzate e una visibilità completa dell’infrastruttura, riducendo la superficie di attacco.
Il ruolo strategico della rete nel rientro al data center
Il successo di un rientro strategico al data center privato dipende in larga misura dalla robustezza e dall’intelligenza dell’infrastruttura di networking. Una rete ad alte prestazioni e sicura rappresenta la spina dorsale del controllo operativo e della conformità.
Lo spostamento del data center all’interno della rete aziendale richiede un’architettura di enterprise data center, in cui gli apparati di core gestiscono sia la rete di accesso sia l’interconnessione tra i rack.
Soluzioni di rete avanzate, come quelle offerte da Allied Telesis, sono fondamentali per:
- Garantire performance ottimali
- Rafforzare la sicurezza
- Semplificare la gestione operativa
- Abilitare architetture ibride efficienti
Verso un data center privato orientato al futuro
Il rientro al data center privato non implica l’abbandono del cloud pubblico, ma l’adozione di un approccio più maturo e flessibile. Le aziende bilanciano i carichi di lavoro, mantenendo on-premise ciò che è critico e sfruttando il cloud pubblico per la scalabilità on-demand. Questa tendenza evidenzia l’importanza di investire in un’infrastruttura privata moderna, resiliente e sicura, capace di garantire sovranità, sicurezza ed efficienza operativa nel lungo periodo.












