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I rischi del fare l'”eterna startup”, Evernote sull’orlo del collasso

Una delle aziende simbolo per l’uso del cloud è in grave difficoltà. Il Ceo fa un passo indietro e la quotazione in Borsa si allontana. Licenziamenti all’orizzonte?

Pubblicato il 09 Ott 2015

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Nel 2012 ha superato la soglia del miliardo di dollari di valutazione, trasformandosi in una start-up di successo. Adesso, dopo che il fondatore e Ceo ha fatto un passo indietro, sembra sempre più in difficoltà.

È il caso di una delle regine del cloud, Evernote. Che rischia di diventare un caso di scuola su come non si deve fare per andare avanti, passando dall’infanzia all’adolescenza e poi alla prima maturità come azienda. Vediamo cosa è successo.

Phil Libin, Ceo ed erede del fondatore (russo come lui: Stepan Pachikov), a luglio ha fatto un passo indietro e lasciato lo scettro di capo dell’azienda di note nella rete a Chris O’Neill, ex dirigente Google. Come mai? Evernote è ricordata come un caso di successo. L’azienda nel 2012, quando è stata valutata un miliardo di dollari, aveva passato i 30 milioni di utenti registrati, aveva raccolto fino a quel momento 270 milioni di dollari di finanziamento a vari stadi di maturità ed era candidata alla quotazione in Borsa da quasi tutti gli analisti.

Andiamo a oggi: 150 milioni di utenti registrati sul modello freemium (utilizzo del servizio di note sincronizzate dal cloud gratuito con servizi premium a pagamento) ma pochissimi introiti e una forte difficoltà nella capacità di allargare la base degli utenti a pagamento. Tagli durissimi, circa il 18% della forza lavoro pronta ad essere cacciata, chiusi tre uffici esteri su dieci, una fortissima ristrutturazione di tutta Evernote che probabilmente mira alla quotazione ed è fortemente voluta dai venture capitalist per riuscire a rientrare del loro investimento.

Una exit strategy che ha cozzato frontalmente con una organizzazione troppo anarchica, un prodotto nato complesso e sempre più barocco, con decine di ramificazioni in sottoprodotti e funzionalità che disperdono anziché focalizzare sul core business, e un ex-Ceo (Lubin) fin troppo vicino alla prima linea, impegnato ad aggiungere funzioni e risolvere problemi di basso livello anziché dedicarsi a un piano strategico di razionalizzazione dell’azienda e dei prodotti. Numerose voci, da quelle di analisti a quelle di giornalisti e recensori, nel tempo hanno sottolineato che il percorso di sviluppo di Evernote stava diventando sempre più complesso e a tratti caotico, con aperture a servizi differenti (la più recente è una modalità collaborativa per cercare di recuperare il mercato occupato in questo momento da software come Slack, ma con scarso successo) e che internamente i team di test dell’usabilità dei prodotti e di ricerca di mercato erano sottodimensionati rispetto all’ambizione dell’azienda.

Il risultato? Secondo alcuni era quello di avere un fascio di prodotti di qualità medio bassa: il ruolo di pioniere degli strumenti di note-taking online oramai passato da tempo a fronte di una concorrenza sempre più strutturata. Servizi come Evernote Food (prodotto per la condivisione di ricette e foto di cibo) è stato chiuso, così come Evernote Hello ed Evernote Peek. Il nervosismo degli investitori, tra i quali spiccano i nomi dei big del capitale di ventura americano e non solo.

Il problema adesso è relativamente più semplice: cura dimagrante, focalizzazione sui prodotti e servizi, maggiore aggressività verso il parco utenti “free” per aumentare il numero delle conversioni. Entro 12-18 mesi, sostengono gli analisti, Evernote deve fare un salto in avanti e cominciare a produrre seriamente fatturato, altrimenti potrebbero cominciare i guai grandi. La “mentalità da startup permanente” voluta da Libin, che raccontava come l’azienda fosse arrivata all’8% (“100 anni da startup”) del suo percorso, forse adesso verrà seriamente rivista.

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