La capacità It dei data center attivi a livello globale aumenterà di quasi sei volte, passando dagli attuali circa 24 GW a circa 147 GW entro il 2035. Il dato, che emerge dalle nuove stime di Abi Research, è un’apparente buona notizia per le telco: i data center hanno bisogno di connettività avanzata, reti, spettro, fibra, 5G, edge, cloud. Ma le telco sono pronte per la sfida?
Questa crescita sbalorditiva, spiega un’analisi firmata da Leo Gergs, principal analyst, Abi Research, è guidata in gran parte dai carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale (Ai), dagli hyperscaler e dalla crescente densità di potenza a livello di rack. Questo cambiamento radicale pone le telco a un bivio: creare davvero valore dalla connettività. Anzi, cambiare la loro proposta di valore sulla connettività.
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Boom dei data center, nuova sfida per le telco
Gergs nota che la crescita esplosiva della capacità dei data center è guidata dall’addestramento dell’Ai, dall’inferenza e da carichi di lavoro sempre più densi che richiedono molta più potenza, molto più raffreddamento e una connettività molto più affidabile rispetto alle applicazioni tradizionali. La densità dei rack è in aumento, il consumo energetico per sito è in aumento e la tolleranza alla latenza si sta riducendo.
“Per gli operatori di telecomunicazioni, questo è importante perché cambia il punto in cui si accumula valore nello stack digitale”, scrive l’analista. “La connettività è ancora essenziale, ma non è più una risorsa scarsa. Lo sono il calcolo e l’energia, e la capacità di co-localizzare questi due elementi in modo efficiente sta diventando il vero collo di bottiglia”.
I carichi di lavoro Ai creano un bivio strategico
Da anni le telco cercano di “salire nella scala del valore”, ma, afferma Gergs, le loro strategie non sono ancora riuscire a dimostrare di poter generare crescita da un business diverso dalla connettività. Il boom dei data center basati sull’Ai starebbe mettendo in luce questa contraddizione.
“I carichi di lavoro dell’Ai sono sensibili alla latenza. Hanno sempre più bisogno di elaborazione a livello regionale o metropolitano. Traggono vantaggio dalla stretta integrazione tra rete, strutture edge e piattaforme cloud“, spiega Gergs. “Sulla carta, questo dovrebbe giocare un ruolo fondamentale nei punti di forza delle telecomunicazioni: asset distribuiti, presenza locale, spettro, fibra e relazioni aziendali. Ma in pratica le telco si trovano da qualche parte nel mezzo”.
Ovvero, sono aziende troppo basate sull’infrastruttura per cambiare rapidamente rotta come i player cloud-native e sono culturalmente troppo avverse al rischio per competere direttamente con gli hyperscaler. “Quindi si affidano a partnership sicure, incrementali e, soprattutto, a valore limitato”, afferma l’analista.
Un nuovo ruolo per la connettività nel cloud
L’aspetto interessante è che la prossima ondata di crescita del cloud potrebbe non provenire esclusivamente dai noti tre hyperscaler Usa, secondo Abi Research.
“Stanno emergendo provider cloud più piccoli, focalizzati sull’intelligenza artificiale, che sono molto attenti al sito fisico dove avviene il computing e al modo in cui ci si connette agli utenti”, afferma Gergs. “Questi player non vogliono necessariamente possedere fibra, torri o reti metropolitane, ma hanno bisogno che funzionino in modo eccezionale”.
Ciò crea un’opportunità per le aziende delle telecomunicazioni, non per diventare esse stesse fornitori di cloud, ma per diventare partner infrastrutturali imprescindibili. Il problema, però, prosegue l’analista, è che molti operatori continuano a vendere la connettività come se fosse il prodotto, piuttosto che come parte di una più ampia capacità infrastrutturale legata a garanzie di elaborazione, localizzazione e prestazioni.
Data center e accesso alla rete, quali rischi per le telco
Riguardo alla crescita dei data center, Gergs sottolinea che la loro capacità di scalare dipende strettamente dalla disponibilità di energia e dalla capacità della rete.
Ora i carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale si stanno scontrando con i limiti della rete elettrica, in particolare in Europa, ma sempre più anche altrove. I progetti vengono ritardati o ridimensionati non perché i clienti non siano pronti, ma perché la rete non riesce a fornire energia sufficiente dove serve.
“Il problema non è l’alimentazione in astratto. È l’accesso alla rete. Questo rende il problema fisico e regionale, determinato da permessi, coordinamento comunale e lunghi tempi di pianificazione. In altre parole, si tratta di un problema infrastrutturale, non di cloud”, osserva Gergs. “In teoria, gli operatori di telecomunicazioni dovrebbero avere un vantaggio. Gestiscono già infrastrutture fisiche, collaborano con servizi di pubblica utilità e municipalità e gestiscono siti metropolitani ed edge in prossimità di aree della rete soggette a vincoli. Storicamente, queste risorse sono state ottimizzate in termini di copertura e costi. In futuro, potrebbero dover essere ottimizzate, facendo convergere energia, accesso alla rete e posizionamento del computing”.
Le telco si ritrovano davanti a un ulteriore bivio strategico. Vorranno diventare un meccanismo di distribuzione altamente efficiente per l’infrastruttura di intelligenza artificiale di qualcun altro, connessa a data center che gli operatori non hanno avuto alcun ruolo nel plasmare e su cui non hanno avuto alcun potere di influenza una volta costruiti?
La risposta degli esperti è chiara: è un ruolo che raramente comporta margini elevati. Le telco devono prendere la strada verso il valore, non verso le reti-commodity.








