La Cina, che sta sperimentando un vero e proprio boom di investimenti in data center, si trova di fronte a una doppia sfida. Non solo deve conciliare le proprie ambizioni nel campo dell’intelligenza artificiale con i costi ambientali dell’espansione infrastrutturale, ma deve anche affrontare le fragilità strutturali emerse sul piano degli investimenti. Il rischio concreto è infatti quello di intrappolare il settore in una situazione di stallo, con infrastrutture costruite in previsione di una domanda che potrebbe rivelarsi inferiore alle aspettative o evolvere in direzioni diverse da quelle immaginate.
A sostenerlo è Ludovica Favarotto, Ispi Junior Research Fellow, che sul portale dell’Istituto per gli studi di politica internazionale ha pubblicato un approfondimento dedicato proprio alle dinamiche che contraddistinguono il mercato delle risorse computazionali nel Far East.
“Attualmente”, ricorda Favarotto, “la Cina occupa il primo posto in Asia e il quinto a livello mondiale per numero di infrastrutture di questo tipo, con circa 368 data center nella Cina continentale e altri 84 a Hong Kong. La Repubblica popolare cinese ospita inoltre i due data center più grandi al mondo per superficie, entrambi situati a Hohhot, capitale della Mongolia Interna. Secondo i dati di KZ Consulting, società di ricerche di mercato, tra il 2023 e il 2024 sono stati annunciati oltre 500 nuovi progetti in diverse aree del Paese. Di questi, almeno 150 sarebbero già entrati in funzione alla fine del 2024, secondo il Comitato per i data center dell’Associazione cinese dell’industria delle comunicazioni. Goldman Sachs Research, dal canto suo, stima che tra il 2025 e il 2028 la domanda di data center in Cina crescerà con un tasso annuo composto del 20%, trainata principalmente dallo sviluppo strutturale dell’AI e dall’aumento degli investimenti degli hyperscaler e delle aziende specializzate in Lll”.
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La forte spinta cinese (che però non eguaglia quella americana) sui data center
In questo scenario, operatori pubblici e privati, nazionali ma anche stranieri, a partire da China Telecom Corporation e China Mobile, Tencent, Huawei e Alibaba danno vita a joint venture per soddisfare la domanda di capacità di calcolo. Uno sforzo che, secondo l’analista rimane inferiore a quella delle controparti statunitensi. “Alibaba, per esempio, ha annunciato l’intenzione di investire oltre 56 miliardi di dollari nel cloud computing e nelle infrastrutture hardware per l’AI nell’arco di tre anni, mentre ByteDance prevede investimenti per 20 miliardi di dollari, comprendenti anche i data center. Per contro, i principali hyperscaler statunitensi prevedono di spendere complessivamente oltre 700 miliardi di dollari nel solo 2026. Per colmare almeno in parte questo divario, gli operatori cinesi stanno facendo ricorso a uno strumento finanziario di nicchia denominato ‘titoli garantiti da attività di tipo holding’, utilizzato per raccogliere capitali. La crescita di questo mercato è stata particolarmente rapida: quasi il 70% di tutte le emissioni è avvenuto negli ultimi sei mesi e i volumi registrati nel 2026 sono già più di dieci volte superiori a quelli dell’anno precedente. Nell’ultimo anno, gli operatori locali hanno raccolto complessivamente circa 1,3 miliardi di dollari (9 miliardi di yuan), capitali destinati all’espansione della capacità computazionale nazionale”.
La strategia (e le risorse economiche) di Pechino
Impossibile non citare il ruolo che il governo centrale sta giocando nella partita: dopo aver avviato una campagna su vasta scala per diffondere l’AI in tutti i settori dell’economia, Pechino ha sostenuto con decisione lo sviluppo dei data center, sia attraverso misure di politica industriale sia mediante iniziative come “Eastern Data, Western Computing”, proposta per la prima volta nel 2020 e ufficialmente avviata nel 2022. Il piano mira a riequilibrare la capacità di elaborazione dei dati tra le regioni orientali, densamente popolate, e quelle occidentali, meno sviluppate ma ricche di risorse energetiche. “Per questo progetto sono stati stanziati oltre 6,12 miliardi di dollari (43,5 miliardi di yuan), destinati alla costruzione di otto hub informatici nazionali e dieci cluster di data center distribuiti in altrettante aree strategiche”, dice Favarotto. “L’obiettivo finale è creare cluster di data center ad alta densità, altamente efficienti dal punto di vista energetico e caratterizzati da basse emissioni di carbonio”.
Il governo ha inoltre manifestato l’intenzione di incrementare la capacità di calcolo e ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere: al vaglio c’è un investimento quinquennale di circa 295 miliardi di dollari per realizzare una rete nazionale di data center e hub di calcolo dedicati esclusivamente all’AI.
“Tuttavia”, nota Favarotto, “la rapida espansione della capacità di calcolo del Paese si scontra con crescenti vincoli energetici e ambientali”. Attualmente, infatti, gli impianti sono alimentati prevalentemente a carbone, che rappresenta quasi il 70% del mix energetico, mentre le fonti rinnovabili coprono circa il 20%, il nucleare il 10% e il gas naturale la quota restante. “La ragione”, spiega l’analista, “è soprattutto geografica: i data center sono concentrati nella Cina orientale, dove circa il 70% dell’elettricità è ancora prodotta da centrali a carbone. Negli ultimi cinque anni, tuttavia, il Paese ha accelerato lo sviluppo della capacità eolica e solare. Secondo uno studio della Iea pubblicato nel 2025, entro il 2035 le fonti rinnovabili e il nucleare forniranno complessivamente il 60% dell’elettricità destinata ad alimentare i data center cinesi”.
Approvvigionamento energetico e impatto ambientale, allo studio sistemi alternativi
Anche per queste ragioni, la Cina sta sperimentando soluzioni innovative per ottimizzare lo sfruttamento delle reti elettriche. Si parla per esempio di sistemi a “elettricità spot”, in cui i prezzi dell’energia variano in tempo reale in funzione della disponibilità della rete. “L’iniziativa, avviata nella provincia meridionale del Guangdong, rappresenta una novità significativa: finora, infatti, i data center sono stati alimentati con un carico pressoché costante, indipendentemente dal prezzo o dalle condizioni della rete. Con il nuovo sistema, invece, i carichi di lavoro vengono spostati nelle fasce orarie in cui l’elettricità è più abbondante e meno costosa, mentre il consumo viene ridotto durante i picchi di domanda”, dice Favarotto.
Oltre ad affrontare la sfida energetica, la Cina sta ripensando anche la collocazione fisica di queste infrastrutture. Nell’ambito di una più ampia strategia spaziale nazionale, il Paese punta a realizzare entro il 2030 una “Space Cloud” su scala industriale, alimentata dall’energia solare raccolta nello spazio e capace di generare una potenza dell’ordine dei gigawatt, iniziativa menzionata nel 15° Piano quinquennale.
Ma la ricerca di sedi alternative non si limita allo spazio: la ricercatrice dell’Ispi cita infatti l’inaugurazione, lo scorso 9 giugno del primo data center sottomarino al mondo alimentato dall’energia eolica. Il progetto pilota “Shanghai Lingang Undersea Data Center Demonstration Project” dispone di una capacità complessiva di 24 MW e ha richiesto un investimento di circa 235 milioni di dollari (1,6 miliardi di yuan). Secondo le stime del governo cinese, l’impianto consentirà un risparmio annuo di circa 105mila tonnellate di acqua dolce e 122 milioni di kWh di elettricità. Rispetto ai data center convenzionali, utilizza oltre il 95% di energia proveniente da fonti rinnovabili, riduce il consumo energetico del 22,8%, l’occupazione di suolo di oltre il 90% ed elimina quasi completamente il fabbisogno di acqua per il raffreddamento.
I nuovi rischi sistemici
Nonostante l’enorme dispiego di forze, secondo l’Ispi questa “corsa all’oro” sembra comunque aver perso slancio, schiacciata dal divario tra investimenti speculativi e una domanda inferiore alle aspettative. Tra le cause citate, l’ingresso di numerosi attori inesperti, sia pubblici sia privati, che, sull’onda dell’entusiasmo, hanno realizzato infrastrutture non sempre adeguate alle reali esigenze del Paese. Ne è derivata una spinta per la costruzione di data center avanzati, spesso senza un’adeguata valutazione della domanda effettiva e della fattibilità tecnica.
D’altra parte, una recente analisi del China Academy of Information and Communications Technology sulla distribuzione dei data center nel 2025 evidenzia come l’espansione nelle regioni occidentali non abbia raggiunto l’obiettivo originario. “Le strutture realizzate nell’entroterra sembrano infatti rispondere prevalentemente alle esigenze locali delle aree meno popolate, piuttosto che costituire un reale trasferimento della capacità di calcolo dalle province costiere. Di conseguenza, le regioni occidentali meno sviluppate rischiano di uscirne penalizzate, ritrovandosi con data center ‘fantasma’ inutilizzati”, sottolinea Favarotto, secondo cui questo squilibrio ha spinto diverse società straniere di private equity a ridurre la propria esposizione nel mercato cinese, dopo aver investito ingenti capitali nel boom del cloud computing”.
Il risultato, conclude l’analista, è che una parte dei progetti non sta producendo i risultati attesi. Da un lato, cresce la pressione sul sistema energetico nazionale; dall’altro, numerosi data center vengono ormai considerati alla stregua di attività in sofferenza, che gli investitori cercano di cedere anche a prezzi inferiori al loro valore.







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