Il Digital Networks Act punta a semplificare e armonizzare le regole europee delle telecomunicazioni. Tuttavia, alcune disposizioni rischiano di produrre l’effetto opposto. Potrebbero ampliare gli obblighi, aumentare i costi e spostare sui regolatori decisioni finora affidate al mercato. A lanciare l’allarme è lo studio indipendente “I rischi del Dna per l’interconnessione Ip e l’ecosistema delle comunicazioni”, firmato da Benoit Felten, managing director di Fiberevolution, e finanziato da Ccia Europe. Le valutazioni, precisa il documento, appartengono esclusivamente all’autore e non riflettono necessariamente la posizione dell’associazione.
Il rapporto concentra l’attenzione su due elementi della proposta europea. Il primo riguarda l’estensione del regime di autorizzazione generale prevista dall’articolo 9. Il secondo interessa il meccanismo di conciliazione disciplinato dagli articoli 191-193. Secondo Felten, entrambe le misure potrebbero modificare gli equilibri dell’interconnessione Ip. Il rischio più rilevante riguarda la possibile introduzione indiretta di network fees, cioè pagamenti legati allo scambio del traffico Internet.
La questione va oltre il confronto tra grandi telco e piattaforme globali. Un ampliamento troppo generico del perimetro normativo potrebbe coinvolgere Cdn, fornitori cloud, data center, reti private e imprese digitali. Gli effetti si propagherebbero quindi lungo l’intera catena del valore, fino alle Pmi e agli utenti finali.
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Un mercato costruito sulla cooperazione volontaria
L’interconnessione Ip rappresenta l’infrastruttura invisibile che permette a Internet di funzionare. Quando un utente guarda un video, usa un’applicazione cloud o effettua un pagamento, i dati attraversano reti gestite da soggetti diversi. Queste reti si scambiano traffico attraverso accordi tecnici e commerciali.
Il sistema poggia principalmente su tre modelli. Il transit offre a una rete l’accesso all’intera Internet attraverso un fornitore specializzato. Il peering consente invece a due reti di scambiarsi direttamente il traffico, quando entrambe ne ricavano un beneficio. Nella quasi totalità dei casi, osserva il report, questo scambio non prevede pagamenti. Le Content delivery network, o Cdn, avvicinano infine i contenuti agli utenti, riducendo latenza e carico sulle dorsali.
Questa architettura si è sviluppata attraverso negoziazioni volontarie. Secondo lo studio, ha sostenuto per decenni la crescita del traffico senza compromettere efficienza, qualità e resilienza. Felten richiama anche le analisi del Berec, che descrivono l’interconnessione come un mercato competitivo e sostanzialmente funzionante.
Il rapporto evidenzia quindi un problema di metodo. La proposta interviene su un sistema complesso senza dimostrare l’esistenza di un fallimento strutturale. Anche il Servizio di ricerca del Parlamento europeo ha rilevato questa lacuna. Secondo il documento citato da Felten, “mentre la valutazione d’impatto menziona brevemente la mancanza di cooperazione tra gli attori degli ecosistemi della connettività, non affronta adeguatamente la questione né discute le opzioni politiche”.
L’articolo 9 amplia il perimetro delle regole
Il primo fronte critico riguarda l’autorizzazione generale. L’articolo 9 estende il regime ai fornitori di reti usate, interamente o prevalentemente, per offrire servizi di comunicazione elettronica o servizi della società dell’informazione disponibili al pubblico.
La formulazione segna un cambio rilevante rispetto al Codice europeo delle comunicazioni elettroniche. Il nuovo testo potrebbe includere soggetti molto diversi dagli operatori telco tradizionali. Nel perimetro potrebbero rientrare Cdn, Internet exchange point, transit provider, piattaforme cloud e reti aziendali private.
La definizione potrebbe inoltre coinvolgere servizi bancari, commercio elettronico, giornali online, posta elettronica e archiviazione digitale. Il rapporto cita anche broadcaster, fintech, imprese di trasporto e utility. Molte di queste realtà operano già dentro quadri normativi specifici.
Da qui nasce il rischio di sovrapposizioni con Nis2 e Dora, oltre a nuovi obblighi di notifica, rendicontazione e conformità. L’impatto graverebbe soprattutto sui soggetti più piccoli, che dispongono di risorse limitate per gestire gli adempimenti. Inoltre, interpretazioni diverse tra le autorità nazionali potrebbero aumentare la frammentazione del mercato unico.
Il testo presenta anche una tensione interna. Il considerando 43 esclude le reti destinate soprattutto a comunicazioni private, interne o riservate a gruppi predeterminati. Tuttavia, le disposizioni operative permettono una lettura più ampia. Poiché gli articoli hanno valore vincolante, la differenza alimenta incertezza giuridica.
Le Cdn al centro del possibile cambio di equilibrio
Le conseguenze del Digital Networks Act diventano più delicate quando i nuovi soggetti ricevono la qualifica di reti pubbliche di comunicazione elettronica. In quel caso, potrebbero scattare gli obblighi di accesso e interconnessione previsti dagli articoli 66-69. L’autorità nazionale avrebbe inoltre il potere di intervenire nelle controversie ai sensi dell’articolo 189.
Nel mondo Ip, però, il peering nasce da una scelta volontaria e da un interesse reciproco. Un intervento regolatorio potrebbe trasformare un accordo tecnico-commerciale in una relazione soggetta ad arbitrato. Secondo Felten, le grandi telco potrebbero usare questo canale per chiedere compensazioni ai soggetti che generano o trasportano molto traffico.
Le Cdn rappresentano il caso più evidente. Queste infrastrutture conservano copie dei contenuti vicino agli utenti e migliorano le prestazioni. Se sottoposte al nuovo regime, dovrebbero sostenere maggiori costi amministrativi. Una loro eventuale classificazione come reti pubbliche potrebbe inoltre esporle a obblighi di peering e procedure di risoluzione delle dispute.
Il report teme un effetto precedente. Una decisione favorevole a un operatore in un singolo Paese potrebbe alimentare richieste analoghe in altri mercati. In questo modo, l’arbitrato diventerebbe lo strumento per introdurre compensazioni economiche nello scambio del traffico.
A pagare non sarebbero soltanto i grandi fornitori di contenuti. Le Cdn servono migliaia di aziende europee, comprese testate online, piattaforme di gaming, servizi video e applicazioni aziendali. Un aumento dei costi potrebbe quindi trasferirsi sui clienti e, successivamente, sui consumatori.
La conciliazione volontaria e il rischio di un’evoluzione obbligatoria
Il secondo punto critico del Digital Networks Act riguarda il meccanismo previsto dagli articoli 191-193. La proposta affida al Berec il compito di elaborare linee guida sulla cooperazione nell’ecosistema. Le autorità nazionali dovrebbero organizzare incontri conciliativi tra fornitori di reti e altre imprese.
Nella formulazione attuale, entrambe le parti devono accettare la procedura. Il meccanismo resta quindi volontario. Tuttavia, la Commissione dovrà valutarne il funzionamento dopo 36 mesi. Secondo lo studio, la clausola di revisione potrebbe aprire la strada a un futuro passaggio verso forme obbligatorie.
Il problema non riguarda soltanto la possibilità di imporre un accordo. La definizione delle materie conciliabili appare molto ampia. Comprende infatti gli aspetti tecnici e commerciali connessi alla fornitura di comunicazioni elettroniche e servizi della società dell’informazione.
Un perimetro simile potrebbe includere quasi ogni rapporto contrattuale nell’ecosistema digitale. Inoltre, richieste ripetute di conciliazione potrebbero creare l’impressione di un malfunzionamento diffuso, anche senza evidenze di mercato. Per Felten, questo processo offrirebbe un secondo canale verso l’introduzione delle network fees.
Il dibattito europeo sulla cosiddetta fair share riemergerebbe così sotto una forma diversa. Non più un contributo diretto imposto ai grandi generatori di traffico, ma una serie di controversie e negoziazioni mediate. Il risultato economico potrebbe però risultare simile.
Costi a cascata per cloud, servizi online e Pmi
Lo studio individua una catena di conseguenze che parte dai fornitori di transit e dalle Cdn. Se aumentano i costi per trasportare il traffico, questi soggetti tenderanno a trasferirli sui clienti. L’effetto raggiungerebbe imprese online, startup, fornitori software e piattaforme digitali.
Le Pmi europee risultano particolarmente esposte. Molte aziende non gestiscono infrastrutture proprie e acquistano servizi di cloud, distribuzione dei contenuti e connettività. Nuovi oneri regolatori entrerebbero quindi nei prezzi dei servizi utilizzati per vendere, collaborare e innovare.
Anche la qualità potrebbe peggiorare. Oggi gli operatori selezionano le rotte in base a efficienza, costo e prestazioni. La presenza di pagamenti regolati potrebbe spingere il traffico verso percorsi meno costosi ma tecnicamente peggiori. Il risultato sarebbe una maggiore latenza e una minore flessibilità nella gestione della rete.
Gli effetti arriverebbero inoltre all’adozione dell’intelligenza artificiale, del cloud e delle applicazioni industriali connesse. Questi servizi richiedono reti affidabili e costi prevedibili. Un incremento delle barriere all’ingresso potrebbe rallentare gli investimenti e rendere l’Europa meno attrattiva.
Il rapporto individua qui una contraddizione strategica. L’Unione europea vuole aumentare capacità, resilienza e innovazione. Tuttavia, trattare la crescita del traffico come un costo da compensare rischia di penalizzare proprio l’uso delle reti che gli investimenti intendono favorire.
Il Digital Networks Act e il nodo dell’evidenza economica
Felten collega le criticità attuali a un percorso iniziato nel 2023. In quell’anno, la Commissione aprì il confronto sul contributo equo degli attori digitali. Il Libro bianco del 2024 propose poi di ampliare il quadro normativo in nome della convergenza tra telecomunicazioni e cloud.
Nel 2025 emerse l’ipotesi di un arbitrato obbligatorio per le controversie di interconnessione. Tuttavia, ricorda lo studio, la stessa Commissione riconosceva il numero limitato dei conflitti. Inoltre, 84 organizzazioni e gruppi della società civile chiesero ai decisori europei di evitare interventi capaci di introdurre obblighi di pagamento diretti o indiretti.
Il nuovo rapporto riprende anche due analisi realizzate da Plum Consulting nel 2024 e nel 2025. La prima esaminava l’estensione delle regole telco all’intera economia digitale. La seconda valutava gli effetti della risoluzione obbligatoria delle controversie. Entrambe indicavano maggiori costi, frammentazione e pressioni sui prezzi.
Secondo Felten, il Digital Networks Act incorpora ora quei rischi nel testo legislativo. L’assenza di dati quantitativi su un malfunzionamento sistemico diventa quindi il punto centrale. Regolare un mercato senza dimostrare il problema potrebbe produrre più danni che benefici.
Le modifiche proposte durante l’iter europeo
Il report non mette in discussione gli obiettivi generali della riforma. Riconosce la necessità di rafforzare sicurezza, resilienza e competitività delle infrastrutture. Chiede però di intervenire sul testo per evitare conseguenze non proporzionate.
La prima correzione riguarda l’articolo 9. Felten propone di circoscrivere con precisione i soggetti sottoposti all’autorizzazione generale. In particolare, lo studio suggerisce di escludere esplicitamente reti private e Cdn, che svolgono funzioni diverse rispetto alle reti pubbliche.
Il legislatore dovrebbe inoltre verificare se Nis2, Dora e le altre norme già vigenti possano raggiungere gli obiettivi di sicurezza. Questa valutazione eviterebbe duplicazioni e ridurrebbe gli oneri amministrativi.
Sul fronte della conciliazione, la raccomandazione risulta più netta. Lo studio propone di eliminare gli articoli 191-193, poiché non risponderebbero a un’esigenza dimostrata. In alternativa, chiede almeno di cancellare la clausola di revisione che potrebbe rendere obbligatorio il meccanismo.
La partita si sposta ora sul negoziato tra Parlamento europeo e Consiglio. In quella sede si definirà l’equilibrio tra regole telco ed economia digitale. Il punto decisivo non riguarda soltanto chi dovrà contribuire ai costi delle reti. Riguarda il modello con cui l’Europa intende governare Internet.



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