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PRIMO PIANO

Digitale, in Italia nel 2021 atteso balzo del 3,1%. Ma non basta. Marco Gay: “Mercato sottovalutato”

Il rapporto Anitec-Assinform stima un aumento del 2,5% a fine 2019 e del 2,8% al 2020. Sprint dagli “enabler”: IoT a +14% e cloud a +22%. Ma l’innovazione riguarda soprattutto le grandi imprese, serve più impegno per medie e piccole aziende: investimenti 4.0 chiave di volta. Il presidente: “Cruciale attivare il Fondo Innovazione”

13 Nov 2019

Federica Meta

Giornalista

Cresce il digitale italiano anche se sue potenzialità non sono del tutto valorizzate. Il mercato, che comprende informatica, telecomunicazioni, contenuti digitali ed elettronica di consumo crescerà nel triennio 2019-2021 a un tasso medio annuo del 2,8%, risultante da incrementi del 2,5% a 72.223 milioni di euro nel 2019, del 2,8% a 74.254 milioni nel 2020 e del 3,1% a 76.536 milioni nel 2021. Lo rileva l’edizione 2019 del rapporto Il Digitale in Italia, presentato oggi da Anitec-Assinform, in collaborazione con NetConsulting cube.

La proiezione segue a un 2018 già chiuso in crescita del 2,5% e già quarto anno consecutivo di ripresa del mercato. Si accentuerà, secondo il report, lo scarto fra le dinamiche delle componenti più consolidate e più innovative, con le seconde stimate crescere da qui al 2021 e nell’insieme a tassi 10 volte più elevati. Le stime sono frutto delle continuità degli investimenti in reti di comunicazione ad alta capacità, dei programmi Impresa 4.0 e dei programmi di ammodernamento della PA (nuovo Piano Triennale) ma, pur dando conto di una trasformazione digitale avviata, evidenziano ancora il profilo di un Paese con troppe entità, soprattutto di minori dimensioni e in molti settori, ancora ai margini di un ammodernamento necessario per continuare a creare valore e occupazione. Di qui l’urgenza di elaborare politiche ad hoc per colmare il gap.

“Si è innescato un processo virtuoso – evidenzia il presidente di Anitec-Assinform, Marco Gay – La spinta delle compenti più innovative si autoalimenta sulla base di risultati concreti e si trasmette all’intero mercato, a partire dal software ai servizi. In tutti i settori le medie e grandi imprese investono nel digitale, visto non più solo come fattore di efficienza, ma come leva strategica per innovare prodotti, servizi, modelli di business. E i dati presentati oggi lo confermano“.

E infatti, a parte i servizi di rete, per il quali si attende la spinta del 5G, la progressione attesa per il medio termine è trasversale a tutti i comparti. Tra il 2019 e il 2021, Dispositivi e Sistemi cresceranno a un tasso medio annuo dell’1,9% (da circa 19.100 milioni nel 2019 a 19.900 nel 2021); Software e Soluzioni Ict del 6,3% (da circa 7.600 milioni nel 2019 a 8.580 nel 2021); Servizi Ict del 6,1% (da circa 12.280 milioni nel 2019 a 13.870 nel 2021); Contenuti e Pubblicità Digitale del 7,2% (da circa 11.990 milioni nel 2019 a 13750 nel 2021″.

I digital enabler

Estraendo dai diversi comparti le componenti più innovative (dette anche Digital Enabler, per le possibilità che offrono) si ha conferma della loro crescente rilevanza. Da qui al 2021, cresceranno a tassi medi annui del 14,2% l’IoT, del 13,9% la Cybersecurity, del 22% il Cloud, del 14,7% l’ambito Big Data, dell’11,6% le Piattaforme per la gestione Web, del 9,1% il Mobile business, dell’11,8% i prodotti e le applicazioni Wearable. In fortissima crescita anche lntelligenza Artificiale e Blockchain, pur con valori di partenza contenuti. “La crescita di queste componenti, in un quadro di digitalizzazione diffusa, va sostenuta – ha aggiunto Gay – sono la chiave per evolvere in coerenza con le sfide di una trasformazione digitale di portata mondiale, cui si può rispondere solo con l’innovazione. Chiunque, da tutto il mondo può vendere sul nostro mercato generando valore aggiunto e occupazione nel proprio paese. E chiunque dall’Italia, può entrare nelle filiere di produzione globali dove i processi digitalizzati contano moltissimo per far sì che creatività, qualità ed esperienza operativa del made in Italy continuino a fare la differenza”.

I settori di utenza

Guardando ai settori d’utenza, sempre in termini crescite medie annue da qui al 2021, si conferma il ruolo trainante di Banche (+4,8%), Industria (+5,2%), Distribuzione (+5,1%) e Utility 5,1%), cui si aggiungono anche Assicurazioni (+5,1%) e Trasporti (+3,9%).  Ed è stimato anche migliorare il trend del settore pubblico (+ 0,6% per la PA Centrale, + 1,3% per la PA Locale), scontando l’attuazione del Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2019-2021.

Sul fronte dell’innovazione diffusa molto resta però da fare. Fatto 100 il solo mercato business, il 2018 ha visto le grandi imprese (oltre 250 addetti) esprimere ben il 58,7% degli investimenti Ict, contro il 18,7% delle medie (50-249 addetti) e solo il 22,6% delle piccole (1-49 addetti), che hanno un peso in termini di occupazione e Pil proporzionalmente più elevato. Il quadro al 2021 lascia intravedere un’accentuazione dello scarto. “Per gli investimenti digitali sono previsti incrementi medi annui del 4,7% per le grandi imprese, del 3,8% nelle medie e del 2,1% nelle piccole – ha precisato Gay – e quest’ultimo dato è da correggere al rialzo con pragmatismo, con incentivi centrati non solo sulla bassa taglia dimensionale o la localizzazione, ma anche indirizzati ai progetti delle grandi aziende che puntano a integrare le piccole in ecosistemi collaborativi. Il ruolo guida dei capifiliera è fondamentale”.

Impresa 4.0 volano di crescita

Emerge così anche l’urgenza di provvedimenti per rendere l’innovazione digitale più diffusa e che, al contempo, permettano al settore Ict di rafforzarsi ed evolvere per esprimere con ancora maggiore efficacia il ruolo strategico che gli compete.

Su primo fronte si guarda al rinnovo dei programmi Impresa 4.0, che a condizioni costanti promettono di far crescere gli investimenti innovativi in sistemi industriali e sistemi Ict da qui al 2021 a un tasso medio annuo del 15,5% (da oltre 3030 milioni nel 2019 a circa 4000 milioni nel 2021), mantenendo la quota della componente Ict attorno al 56-57%. “I risultati attesi sono importanti – ha evidenziato Gay – soprattutto per un sistema produttivo come il nostro, che sino a due anni fa accusava investimenti fermi, se non in calo; e confermano i risultati conseguibili con provvedimenti che meritano di non essere rimessi in discussione ogni anno, ma di essere rinnovati su una base triennale stabile, come già dal Mise è stato proposto.”

Il nodo competenze

Sul secondo fronte, quello del rafforzamento del settore, si tratta di favorire una crescita già in atto e che genera valore e occupazione – tra il 2015 e il 2018 il numero di imprese è cresciuto da 107.340 a 112.340 e quello degli addetti da 477.850 a 512.400 – e di farlo rimuovendo gli ostacoli all’evoluzione verso le tecnologie e le applicazioni più innovative e i modelli di business centrati sul supporto e il know-how realizzativo. “Gli imprenditori del settore – ha aggiunto Gay – devono fare la loro parte. Ma non si può continuare rimandare la soluzione di due problemi che condizionano le prospettive del settore e che sono materia di intervento delle Istituzioni: la scarsità di competenze digitali e un finanziamento pubblico alla R&D nell’Ict marginale e non comparabile con quello dei paesi guida dell’Europa”.

A fronte di una occupazione Ict in crescita annua del 2,4%, la forbice domanda-offerta di competenze digitali continua infatti ad allargarsi e mancano 12.000 laureati. A fronte di oltre 10.000 Startup Innovative, per più della metà appartenenti al settore Ict, da circa un decennio la spesa R&S del settore Ict in Italia, attorno ai 2,2 miliardi di euro l’anno, è per oltre l’80% autofinanziato dalle imprese, per il 13% circa dal resto del mondo e solo per il 6% dal settore pubblico. “A sette mesi dai primi annunci, si va solo ora profilando l’operatività al Fondo per l’Innovazione, essenziale per dare una marcia in più anche alla R&D di un settore, quello dell’Ict, che è strategico per spingere l’innovazione in tutti i settori e territori”, ha ricordato il presidente”.

“Quello del Fondo per l’innovazione è solo un esempio di come anche le buone idee rischino ritardi e incertezze che poco hanno a che fare con le prassi di un Paese proiettato al futuro – ha concluso – Chiediamo al Governo in carica di tenerne conto. Perché in Italia la dinamica dell’innovazione digitale potrebbe essere ancora più viva se solo si iniziasse a dare un segnale più netto sulla volontà di creare un ecosistema più favorevole agli investimenti innovativi, tramite una maggiore stabilità fiscale e normativa per chi investe nel cambiamento e una PA con meno vincoli culturali e organizzativi”.

Per il numero uno di Confindustria, Vincenzo Boccia “la questione digitale è un driver di sviluppo trasversale del Paese e coniuga manifattura, prodotti e servizi”.

“‘Un Paese che non ha materie prime e fonti energetiche deve tornare ai fondamentali, focalizzarsi sul lavoro, che è un fattore di coesione – ha spiegato Boccia – ha detto Boccia, sottolineando che dobbiamo darci grandi obiettivi nella creazione di posti di lavoro’, anche puntando sul digitale e ‘intervenendo sui fattori, cosa da cui e’ nata Industria 4.0″. Secondo Boccia, “puntare sull’industria ad alto valore aggiunto è uno dei fini. Per questo apprezziamo il rinnovo di Industria 4.0”.

La “strategie” della ministra Paola Pisano

“Il Governo si sta concentrando sul fatto che bisogna digitalizzare i servizi della pubblica amministrazione, renderla più innovativa creando una politica di innovazione del Paese. E per questo servono investimenti”, ha detto la ministra per l’Innovazione, Paola Pisano in un’intervista video trasmessa durante il convegno “Digitale per Crescere”. “Bisogna rendere i servizi più in linea con modalità di utilizzo del cittadino, quindi focalizzando sul mobile – ha spiegato – Bisogna fare in modo che il Paese usi di più il digitale. E in questo scenario il  public procurement e importante per consentire anche a Pmi e startup di partecipare alla domanda di digitale della PA”. Inoltre, è necessario fare in modo che nascano “più startup nel Paese, cosa che per varie motivazioni non si riesce a fare, e dare a queste imprese più possibilità di dimostrare il proprio valore, anche assicurando fondi per l’innovazione”.

Scarica qui il report Anitec-Assinform

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