Disintermediazione, illusione o punto forza della società digitale? - CorCom

IL RAPPORTO

Disintermediazione, illusione o punto forza della società digitale?

La diffusione dei new media e delle app consente un accesso a beni servizi mai visto prima, come rileva il rapporto Censis-Ucsi. Ma bisogna evitare che questa occasione di autonomia diventi foriera di di solitudine

30 Mar 2015

Paola Liberace

Tornato alla pubblicazione dopo un anno di pausa, il rapporto Censis-Ucsi – presentato il 26 marzo scorso a Roma – è dedicato alla disintermediazione, riprendendo il tema del rapporto annuale del Censis, presentato alla fine dello scorso anno. Se le mediazioni, i corpi intermedi, gli organismi interposti sono saltati nella società italiana in generale, tanto più questo è vero nella sfera particolare dei media e nell’ambito digitale: perché proprio la Rete, in tutte le sue sfaccettature, ha consentito a un pubblico sempre più vasto di avere diretto accesso a beni e servizi (oltre che alla conoscenza di informazioni e all’esercizio di opzioni, comprese quelle politiche ed economiche) una volta preclusi nell’immediato.

Il potere di disintermediazione dei new media si estende ben oltre l’ambito della comunicazione propriamente detta, come mostrano il successo delle piattaforme di prenotazione viaggi online, l’avanzata dell’ecommerce e dell’home banking, oltre che fenomeni come Uber, AirBnB e altre app che fanno incontrare velocemente e direttamente domanda e offerta di trasporti, alloggi, e via dicendo. Ma cosa accade nel più ristretto settore della comunicazione di massa? Il rapporto insiste sull’evoluzione verso la TV “fai da te”, sulla tendenza alla personalizzazione del palinsesto, sull’arbitraggio tra i vari mezzi operato dal singolo utente, sulla deriva narcisistica, se non solipsistica, dell’atto comunicativo (della quale è emblematica la mania del selfie). Confrontando i dati, tuttavia, si può constatare la tenuta della fruizione televisiva, seppure riveduta e corretta dall’avanzata delle nuove forme di distribuzione. Quelle che il rapporto chiama “web TV” e “mobile TV”, di fatto, sono ancora in larga parte sostanziate dai “vecchi” programmi televisivi: i quali, come ha affermato Selli di Mediaset nel corso della presentazione, rappresentano a tutt’oggi la principale fonte di approvvigionamento del video online, tanto quello fruito tramite gli schermi dei PC quanto degli smartphone e dei tablet.

Malgrado la persistente enfasi sulla personalizzazione, la “vecchia” TV è ancora viva e vegeta: nessuno è ancora riuscito a sostituirla nel suo inimitabile ruolo di “occupare il tempo libero lasciandolo libero”, secondo la bella definizione fornita da Selli. D’altro canto, come ha fatto notare Carlo Freccero, a una fase iniziale di puro entusiasmo per tutto ciò che proveniva dalla Rete, controcanto dell’altrettanto pura ostilità per tutto quanto riguardasse il mezzo televisivo, sta facendo seguito una fase di maggiore disincanto, determinato da una prospettiva critica, più realistica, verso i nuovi mezzi digitali, e da una parallela rivalutazione della tanto vituperata televisione. In sede di presentazione, Freccero – impegnato al momento in una ricerca sulla manipolazione mediatica – si è spinto a ipotizzare che ben presto potremmo rimpiangere la trasparente persuasività della TV, avvolti come saremo dall’occulta spirale innescata dai new media: i quali per loro natura non fanno che mostrare a ciascuno il mondo come egli lo vede, come vorrebbe che fosse, e quindi approfondendo la chiusura individuale invece di favorire il confronto. E chissà che la disintermediazione, a quel punto, non ci appaia davvero una fonte di fragilità, in quanto illusione di forza: o, come l’ha descritta in chiusura di convegno Giuseppe De Rita, un’occasione di autonomia che si fa invece rischio di solitudine

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