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Fenomeno marketplace, caccia grossa al freelance

Lavoro indipendente, nasce la piazza virtuale per il brokeraggio. È boom dei portali per l’arruolamento di manodopera digitale: un nuovo filone d’oro a disposizione del venture capital. Favorite le opportunità di lavoro, ma anche guerre sui prezzi e mark-up sui servizi

04 Lug 2011

"We are the workforce of the future", siamo i lavoratori
del futuro! Non è soltanto uno slogan che ripete senza timore la
Freelancers Union – la più grande associazione al mondo di
lavoratori indipendenti, nata nel 1995 nello Stato di New York e
forte oggi di 150mila iscritti – ma anche l’evidenza presentata
da uno studio condotto da Littler Mendelson, il più noto studio di
avvocati specializzati in controversie di lavoro degli Stati Uniti,
secondo il quale la domanda di lavoro sarà costituita dopo la
recessione per il 50% da alternative labour arrangements, ovvero da
forme di contratto “non standard” e da lavoratori autonomi.

I freelancer crescono e con loro l’attenzione che Internet
riserva come sempre alle tendenze emergenti: il Web è la
“sostanza liquida” dove i nuovi lavoratori della conoscenza
trovano un habitat plasmabile, oltre a nuovi mercati di scambio
dove portare manodopera soprattutto digitale.
L’hanno capito i venture capitalist che vedono nel segmento dei
freelancer un potenziale enorme per sviluppare servizi e piazze
telematiche di brokeraggio del lavoro indipendente, un segmento in
costante espansione.

Secondo WhichLance nell’ultimo trimestre del 2010 i primi cinque
marketplace dedicati ai freelancer hanno registrato transazioni per
ben 82,64 milioni di dollari e sono cresciuti complessivamente del
17%. Gli utenti iscritti a Freelancer.com, il primo portale al
mondo, hanno superato quota 2 milioni e 600mila, facendo lievitare
il fatturato del portale al ritmo del 20% ogni trimestre. In testa
ci sono Elance e oDesk, con l’80,5% del fatturato di questi
servizi e a seguire l’inglese Peopleperhour.com, lo stesso
Freelancers.com e portali come Guru.com, nato nel lontano 1998,
iFreelance.com, vWorker.com (ex RentACoder) o ScriptLance. Tutte
realtà in fortissima crescita, che fatturano fino a 273 milioni di
dollari all’anno come nel caso di Elance, mentre per oDesk le
previsioni sul primo trimestre del 2011 parlano di 34 milioni di
dollari. Imprese e committenti sembrano fidarsi e dopo un inizio
legato in prevalenza a minijobs oggi iniziano a transitare dal Web
anche progetti con budget elevati.

Sui primi cinque servizi in Rete i buyer hanno superato quota 1
milione: Freelancer.com da solo ne conta oltre 320.000. E ciò che
sorprende è il fatto che gli stessi progetti intermediati dai
broker online crescono in maniera lineare con un andamento slegato
da quello economico (intaccato dalla crisi) e dalle dinamiche che
interessano l’occupazione. oDesk ha raccolto solo negli ultimi
tre mesi del 2010 oltre 200mila progetti. Nello stesso periodo
Elance ha pubblicato 105.225 nuove chance, Freelancer.com 88.703.
Mentre in una fase iniziale le proposte di lavoro riguardavano
esclusivamente progetti IT di sviluppo software, grafica o design
di servizi Web, oggi si fanno largo anche progetti per l’area
mobile, il sales & marketing o il supporto alle attività
amministrative e arrivano le prime richieste anche nel segmento
della consulenza legale o del planning finanziario.

L’approccio dei portali è diversificato: alcuni forniscono
piattaforme applicative in cui loggarsi per assicurare lo
svolgimento effettivo del lavoro e pagano prevalentemente “a
ore”, altri intermediano soltanto i contatti. Tutti, però,
gestiscono le transazioni e prevedono fee per l’uso dei servizi
di intermediazione. Il business nasce da qui.

Spesso i progetti sono aste pubbliche e non è raro vedere la
competizione tra freelancer di tutto il mondo, dagli indiani ai
cinesi e asiatici. A fare la differenza spesso è il costo della
vita e del lavoro nei differenti Paesi ed è su questi che i
fornitori fanno margine.

Asiatici e indiani sono imbattibili nei prezzi per lo sviluppo
software, ma operano in segmenti precisi quando cioè non è
richiesta una relazione stretta col committente o lingue diverse
dall’inglese. I siti più longevi hanno capito però che
l’azione di brokeraggio non basta per attrarre risorse e
committenti.

Serve orientare i giovani freelancer, mentre ai più esperti
offrono servizi di portfolio e promozione individuale. I
marketplace più evoluti hanno strutturato fondi di garanzia per i
pagamenti a tutela del lavoro svolto: le imprese che propongono
progetti sono costrette a depositi cauzionali per i compensi.
Questo risolve una delle questioni più spinose, i mancati
pagamenti in tempo di crisi, per tamponare i quali la Freelancers
Union ha proposto allo Stato di New York un “Freelancer Payment
Protection Act”. In Italia sono arrivati neoLancer.it e la
tedesca Twago ad affiancare Link2me.it. Anche in questo caso
esistono vantaggi e rischi: più opportunità di lavoro, ma anche
guerre sui prezzi, mark-up sui servizi e spesso riduzione del
lavoro autonomo a cottimo, rischio moderno del knowledge working
che aprirà forse la stagione di un nuovo taylorismo telematico.

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