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Hacking Team, nell’inchiesta spuntano anche gruppi jihadisti

La Procura di Milano sta valutando l’ipotesi che i sistemi di spionaggio siano finiti in mano a gruppi terroristici islamici: scoperto un versamento da 300mila euro di una società saudita durante il blitz nella sede della società torinese Mala

04 Nov 2015

Andrea Frollà

I sistemi informati di spionaggio di Hacking Team, la software house milanese finita sotto attacco informatico a luglio scorso, potrebbero essere finiti nella mani di jihadisti. La Procura di Milano sta valutando questa ipotesi dopo le perquisizioni disposte stamattina in una società torinese e la scoperta di un ingente pagamento da parte di una società saudita.

Il blitz odierno, disposto dal pm Alessandro Gobbis ed effettuato dalla Polizia Postale, è avvenuto nella sede di Mala, società con sede a Torino riconducibile a due dei cinque indagati, ossia gli ex collaboratori di Hacking Team Mostapha Maanna e Guido Landi. Nell’inchiesta sono sotto indagine da luglio anche tre ex dipendenti dell’azienda milanese, finita nell’occhio del ciclone per il rischio che il software-spia Galileo, utilizzato da governi di tutto il mondo, sia finito nelle mani sbagliate.

Proprio quest’ultima ipotesi si lega ora ad un possibile coinvolgimento di gruppi jihadisti: gli inquirenti hanno infatti scoperto un versamento di circa 300mila euro sul conto della Hacking Team dalla Saudi Technology Development, società con sede in Arabia Saudita. La procura non esclude che questo giro di denaro sia servito per acquistare dai due ex collaboratori della software house il codice sorgente di Galileo a favore di un committente ancora ignoto, che potrebbe anche avere una matrice terroristica. Resta anche in piedi l’ipotesi che dietro al pagamento ci possano essere militari stranieri o alcuni governi esteri.

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