PUNTO DI VISTA

Hi-tech e legittima difesa, un matrimonio difficile

L’utilizzo di sistemi innovativi per valutare casi di cronaca in cui sono coinvolte le forze dell’ordine non dà sempre i risultati sperati

24 Apr 2015

Piero Laporta

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Walter Scott, 50 anni, afroamericano di North Charleston, muore per le rivoltellate alla schiena sparate da Thomas Slager, poliziotto bianco, che accampa la legittima difesa. Lo inchioda un video. È arrestato per omicidio e licenziato dalla polizia, seduta stante. Lo attendono trent’anni o l’ergastolo. Il sindaco, Keith Summey non offre vie d’uscita alle vestali della privacy di North Charleston: i poliziotti saranno dotati d’una body camera. “I soliti poliziotti Usa”, echeggiavano i commenti dei tiggì nostrani, inconsapevoli della sorte beffarda: di lì a poco arriva la condanna dell’Italia dalla Corte Europea dei diritti umani, per il G8 di Genova, luglio 2001, quattordici anni fa: “La polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura”.

Anche in quel caso dunque una body camera avrebbe fatto risparmiare tempo, denari e sofferenze? Pure la questione dei marò in India, poteva risolversi con una “combat camera”? Forse. Adottati tuttavia gli ausili tecnologici disponibili, il tempo intercorrente tra reato e condanna, in Italia è un abisso, negli Usa è un istante. Qual è la ragione? Un’isteria fra potenzialità tecnologiche e meccanismi legali? Le telecamere nella Diaz sarebbero state utili a sanzionare? Certo, Tar permettendo. La disponibilità d’un video non pare però risolutiva: la tivvù, inquadrando Carlo Giuliani, all’assalto d’una camionetta dei carabinieri, ne fece un eroe, con una sala del Parlamento dedicatagli. È sicuro che il video certifichi che la legittima difesa del poliziotto bianco e quella del carabiniere siano la stessa cosa?

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