STUDIO FUB-COTEC

Ict, contrordine: in Italia non c’è skill shortage di professionisti

Secondo lo studio “Il ruolo del capitale umano nel settore Ict” della Fondazione Bordoni e del Cotec nel nostro Paese non mancano gli ingegneri specialisti. Piuttosto è la domanda da parte delle aziende a non decollare

Pubblicato il 17 Apr 2012

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In Italia non sembra emergere un reale problema di skill shortage riferito ai laureati in ingegneria, o almeno la questione appare molto ridimensionata. Questa in sintesi la fotografia che emerge dallo studio “Il ruolo del capitale umano nel settore Ict”, realizzato da Fub (Fondazione Ugo Bordoni) e Cotec nel periodo aprile-agosto 2011. Le due Fondazioni intendono alimentare il dibattito sulla presunta carenza di competenze (skill shortage) riferita ai laureati in ingegneria elettronica, informatica, gestionale, di telecomunicazioni. La fotografia sembra sufficientemente corroborata dai dati e testimonia la difficoltà del sistema produttivo italiano ad assorbire laureati in discipline scientifiche.

In particolare, osservando l’ultimo quinquennio, si osserva che il sistema universitario produce in media circa 300mila laureati l’anno di cui circa 80mila in discipline scientifiche (28%). Di questi, circa 36.000 sono laureati in ingegneria (12% dei laureati italiani).

La stima dei fabbisogni professionali da parte delle imprese e dell’industria è di circa 550mila lavoratori l’anno di cui 65mila laureati (12%). Di questi, circa 20mila sono ingegneri (dati Excelsior).

Il confronto fra domanda e offerta per laureati in ingegneria – segmento più forte dei laureati nel mercato del lavoro – mostra una domanda inferiore, o nella migliore delle ipotesi allineata all’offerta; tutte le altre lauree invece mostrano un’offerta di gran lunga superiore alla domanda. A tre anni dalla laurea, inoltre, il tasso di disoccupazione degli ingegneri è del 2,6% mentre per le altre lauree si toccano valori prossimi al 10%; una volta assunti, e dopo tre anni dalla laurea, solo la metà degli ingegneri e dei laureati in discipline scientifiche svolge mansioni e compiti che richiedono l’uso delle competenze acquisite nel corso degli studi (per le altre lauree ancora meno), l’altra metà degli assunti svolge compiti assai meno complessi; a cinque anni i valori restano quasi invariati.

Le retribuzioni nette a tre anni dalla laurea specialistica si attestano, per le lauree in discipline scientifiche, intorno a 1.250 euro mensili mentre per i rami dell’ingegneria intorno ai 1.500 euro mensili; dopo ciqnue anni i valori risultano rispettivamente di 1.400 e 1.600 euro: l’entità di questi valori testimonia anch’essa un’offerta debole in termini contrattuali; sempre in tema di retribuzioni va sottolineatoa la forbice, a tre anni dalla laurea, di circa 17 punti percentuali a vantaggio degli uomini rispetto alle donne con aumento a circa 20 punti a cinque anni.

Lo studio è stato presentato oggi nella storica villa Griffone, residenza di Guglielmo Marconi e sede dell’omonima fondazione a Pontecchio Marconi. Dopo che il Presidente della Fondazione Marconi Gabriele Falciasecca ha introdotto i lavori considerando come in anni passati molte idee siano nate da problemi, il Presidente Fub Alessandro Luciano ha fatto presente “come Marconi legò l’innovazione al prodotto e al mercato. Ma al giorno d’oggi, secondo i dati Istat del rapporto “Noi Italia” dello scorso gennaio, gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono ancora pari allo 0,65% del Pil contro una media Ue dell’1,21%, facendo guadagnare quindi all’Italia l’etichetta di “innovatore moderato”. L’aumento dell’accesso all’ambiente digitale porta un aumento diretto e indiretto del Pil; vanno pertanto rimodulati i rapporti tra ricerca, innovazione e mercato, perché senza ricerca e senza sforzo innovativo gli obiettivi indicati dall’Europa per il 2013 e il 2020 rischiano di diventare irraggiungibili, così come le opportunità offerte dall’Agenda Digitale.

Claudio Roveda, Direttore generale della Fondazione Cotec, ha introdotto il segmento dedicato allo studio presentando un approfondito quadro della ricerca e dell’innovazione in Italia, con una serie di dati specifici riguardanti la formazione e l’innovazione nelle imprese italiane.

Mario Frullone, Direttore delle ricerche Fub, ha approfondito lo studio, registrando un eccesso dell’offerta sulla domanda di ingegneri e uno scarso utilizzo delle competenze acquisite sul posto di lavoro; l’impressione è di essere in una fase di maturità delle tecnologie Ict, notando però una difficoltà di comunicazione tra università e impresa e assenza di obiettivi comuni; laddove le università rimproverano all’impresa di non essere innovativa e le aziende lamentano nei neoassunti ingegneri la mancanza di soft skill ovvero le competenze trasversali che hanno a che fare con relazionalità, leadership, predisposizione al cambiamento. D’altronde lo studente tipico d’ingegneria proviene sempre più spesso da istituti tecnici e sempre meno dai licei, mancando quindi di sensibilità umanistica.

Tra le personalità istituzionali, il Segretario generale dell’Agcom Roberto Viola ritiene che l’Italia debba focalizzarsi solamente su un tema dei tanti dell’Agenda Digitale: quello della crescita e dell’alfabetizzazione digitale, perché solo il 20% della popolazione utilizza i servizi digitali; per il Presidente della Commissione trasporti, poste e telecomunicazioni on. Mario Valducci, bisogna uscire dalla logica dei numeri per pensare al rilancio del Paese, poiché siamo costretti a un salto di qualità per battere la concorrenza non solo dell’Occidente ma di Paesi sempre più evoluti. Per l’onorevole Paolo Gentiloni la strategia digitale deve essere attuata nel più breve tempo possibile: è una delle poche carte fondamentali che abbiamo da giocare al tavolo della crisi, e bisogna tenerne conto anche quando si parla di investimenti pubblici.

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