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IL PARERE

La Corte Ue: “UberPop e taxi: stesso servizio, stessi obblighi”

Il parere dell’Avvocatura generale riconduce il servizio nel settore dei trasporti: gli Stati membri possono imporre l’obbligo di licenza. Uber: “Impatto minimo in Europa”. Sullo sfondo i possibili effetti collaterali sulla sharing economy

11 Mag 2017

Andrea Frollà

I servizi di auto con conducente offerti via app da Uber rientrano nel settore dei trasporti, con la conseguenza che gli Stati membri possono imporre l’obbligo di licenze e autorizzazioni come per i taxi. È questa la conclusione a cui è giunto l’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Maciej Szpunar, il cui giudizio non è però vincolante per la sentenza che sarà pronunciata dalla Corte di Lussemburgo su un caso sollevato in Spagna. La pronuncia si riferisce all’esporto presentato da un’associazione di conducenti di taxi di Barcellona, che sostenevano che Uber fosse coinvolto in concorrenza sleale con il suo servizio UberPop, che si avvale di conducenti senza licenza.

Finora, il colosso americano aveva rivendicato la libertà di operare negli Stati membri in virtù del suo status di fornitore di servizi nella società dell’informazione, che lo svincolerebbe dalle legislazioni nazionali che regolano i servizi di trasporto. L’avvocatura generale dell’Unione europea è di tutt’altro avviso. Secondo l’avvocato generale, Uber non soddisfa le condizioni per essere definito un “servizio misto” e rientrare dunque nella nozione di “servizio della società dell’informazione”. In particolare, sostiene Szpunar, i conducenti che circolano nell’ambito di Uber non svolgono un’attività propria che esisterebbe indipendentemente dalla suddetta piattaforma. Inoltre, aggiunge l’avvocato generale, Uber “controlla i fattori economicamente rilevanti dei servizi di trasporto urbano, imponendo ai conducenti condizioni preliminari per l’accesso e lo svolgimento dell’attività”.

Così facendo, prosegue l’avvocato, “premia finanziariamente i conducenti che coprono un numero rilevante di tratte ed esercita un controllo indiretto sulla qualità del lavoro degli autisti, fissando di fatto il prezzo del servizio”. Queste caratteristiche “portano a escludere che Uber possa essere considerata come un semplice intermediario tra conducenti e passeggeri. Inoltre, nell’ambito del servizio misto offerto dalla piattaforma Uber, è il trasporto a rappresentare la prestazione principale che attribuisce al servizio misto il suo significato economico”.

La compagnia, se l’orientamento dell’avvocatura generale fosse confermato dalla Corte di Lussemburgo, potrebbe essere obbligata a possedere le licenze richieste dalle legislazioni nazionali per i taxi, poiché non beneficia del principio di libera circolazione dei servizi garantito dall’Ue per i cosiddetti servizi della società dell’informazione. E a stoppare altrimenti il servizio Uberpop in Europa. Questo servizio non è più attivo in Spagna, come in Italia dal giugno del 2014. Ma lo è ancora in Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Finlandia e Svizzera. Potrebbe invece continuare a fornire gli altri servizi basati su conducenti autorizzati, come UberX, UberLimo e altri. Il parere dell’avvocatura generale e la sentenza potrebbero avere un enorme impatto sull’attività di Uber in Europa, compresa l’Italia dove la compagnia di trasporto privato è da tempo bersagliata dalle critiche e dalle accuse di concorrenza sleale da parte dei tassisti.

“Abbiamo ricevuto il parere e attendiamo ora la decisione finale nel corso dell’anno. Essere considerati una società di trasporto non cambierebbe il modo in cui molti Paesi europei già oggi regolano le nostre attività – commenta Uber Italia all’Agi -. Ci auguriamo, tuttavia, che questo non rallenti i necessari processi di aggiornamento di leggi datate che impediscono a milioni di europei di accedere a corse affidabili con un semplice clic”.

L’avvocato generale della Corte di Giustizia europea “ha dato una chiara indicazione alla Corte sul fatto che Uber debba possedere le licenze richieste dalle legislazioni nazionali per i taxi”, commentano i sindacati Ugl taxi, Federtsxi Cisal, Uil trasporti, Fit Cisl e Fast Confsal Tpln. “Ora ci aspettiamo che anche in Italia, nonostante le fortissime pressioni di politici lobbisti – conclude la nota – queste conclusioni si concretizzino grazie alla magistratura che stabilirà le giuste ragioni dei tassisti e dei noleggiatori che chiedono regole certe per tutti, anche per una multinazionale da 70 miliardi di dollari come Uber”.

Una sentenza negativa su Uber Pop, sottolinea Innocenzo Genna, consulente IT a Bruxelles, potrebbe generare effetti collaterali negativi su tutta la sharing economy: “Questo è il caso, ad esempio, di AirBnb, che è costantemente sotto attacco dell’industria alberghiera. L’imposizione della piena applicazione delle regole degli hotel su clienti di Airbnb comporterebbe la fine del business model della compagnia”. Dello stesso parere gli eurodeputati del gruppo conservatore Ecr: “Il parere di oggi – afferma l’eurodeputato Dan Dalton, membro della commissione per il mercato interno – ha implicazioni enormi per i servizi digitali innovativi e rivolti al consumatore in tutta Europa, che offrono buoni servizi a buoni prezzi, in contrasto con i vecchi monopoli che non hanno tenuto il passo con le evoluzioni digitali”.