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LA PROPOSTA

La Fed: “Anche il digitale gratuito va calcolato nel Pil”

I servizi non a pagamento creano benefici economici reali, evidenzia Jerome Powell, il presidente della Federal Reserve americana. Un mese di Facebook vale 48 dollari, YouTube 1.173 all’anno. Ma Google batte tutti: 17.530 dollari. Mentre Twitter vale zero

11 Ott 2019

Patrizia Licata

giornalista

Per calcolare il Prodotto interno lordo (Pil) di una nazione i parametri usati tradizionalmente non bastano: servono anche i dati della nuova economia digitale. Che spesso offre servizi gratuiti, ma non per questo privi di valore in termini di ricchezza di un paese. Lo ha affermato Jemore Powell, il presidente della Federal reserve americana.

Il Pil misura il valore dei prodotti e servizi comprati e venduti. Molti servizi dei colossi del digitale – come il motore di ricerca di Google e la Gmail, la piattaforma social di Facebook, i messaggi di WhatsApp, il Gps e le mappe online – sono gratuiti per l’utente finale ma rappresentano comunque un valore: per Powell vanno conteggiati nelle statistiche economiche per catturare la portata di innovazione tecnologica e i benefici che generano per consumatori e imprese, al di là di quanto pagano (o non pagano) per usarli.

“Questione di dati”

Powell, secondo le dichiarazioni rilasciate a una convention di economisti a Washington riportate da Cnbc.com, ha fatto notare che calcolare in modo più accurato il valore della digital economy potrebbe risolvere un dilemma per la banca centrale americana: come mai l’economia è in forte espansione ma la produttività e il Pil crescono a rilento? Per il presidente della Fed è “questione di dati”: nel calcolo potrebbero mancare alcuni elementi essenziali che permettono di misurare la reale produttività di un paese.

Super valore dalla web search

La tesi di Powell prende spunto dal lavoro di un economista del Mit, Erik Brynjolfsson, esperto di intersezioni tra economia e tecnologia. In uno studio realizzato con Avinash Collis del National bureau of economic research e con Felix Eggers della University of Groningen (Paesi Bassi), Brynjolfsson ha interrogato i consumatori su scala globale sul valore economico che attribuiscono ai servizi online. È così emerso come a questi servizi, che pure sono gratuiti, viene attribuito un preciso valore monetario: l’utente medio, per esempio, dice che un mese di Facebook vale 48 dollari. Un servizio di video streaming come YouTube ne vale 1.173 in un anno. Un motore di ricerca vale in media 17.530 dollari: è il servizio digitale dal valore percepito più alto.

Gli studiosi hanno condotto un altro sondaggio più limitato: su scala europea e solo tra studenti e relativamente alle piattaforme di messaggistica. Un mese di Snapchat viene valutato appena 2,17 euro, LinkedIn 1,52 euro, Twitter zero. Ma WhatsApp è un’altra storia: i giovani europei danno un “prezzo” di 536 euro mensili.

Secondo Brynjolfsson il tempo speso sui servizi online su dispositivi fissi e mobili è parte dell’economia e ha a che vedere col Pil. Il presidente della Fed Powell sembra dello stesso avviso ed è pronto a suggerire un nuovo modo di calcolare il valore dell’economia americana.

Anche la banda larga genera Pil

Sono diverse le iniziative con cui la Fed cerca di dare un valore alla digital economy. Powell ha evidenziato una ricerca di David Byrne e Carol Corrado che usa il volume dei data trasmessi attraverso la banda larga, il cavo e il wifi per calcolare il valore dei prodotti e dei servizi online.

L’analisi dei due studiosi mostra che il Pil sarebbe di mezzo punto più alto negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti se fosse stato preso in considerazione il peso reale dell’economia digitale: per Byrne e Corrado ai governi potrebbero sfuggire i tassi di crescita della produzione e del reddito associati con la distribuzione di contenuti ai consumatori tramite il broadband e le piattaforme digitali.

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