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Liberalizzazione dei servizi locali. Lucarelli: “Stessi principi nell’IT”

Il vicepresidente di Confidustria Servizi innovativi e tecnologici: “Il mercato dell’innovazione penalizzato dalla presenza delle società in house”

14 Ott 2010

“Un passo sostanziale nel processo di liberalizzazione e
modernizzazione del settore dei servizi in Italia". Ennio
Lucarelli vicepresidente di Confindustria Servizi Innovativi e
Tecnologici commenta così la recente pubblicazione in Gazzetta
Ufficiale del Regolamento attuativo della Riforma dei servizi
pubblici locali.

“La nuova norma introduce nella prassi dei servizi pubblici
principi importanti di trasparenza e concorrenza, che ci aspettiamo
possano costituire la base per un’azione istituzionale
altrettanto efficace verso il mercato dei servizi innovativi –
sottolinea – In Italia lo sviluppo delle attività di Ict,
ingegneria, marketing, consulenza , facility management, servizi
culturali continua, infatti, a essere penalizzato da un’
importante presenza imprenditoriale dello Stato, soprattutto a
livello locale, che interviene con società a capitale pubblico,
arrivate a circa 7000 secondo la banca dati della Funzione
Pubblica. Società pubbliche dove le norme sulla separazione tra
politica e amministrazione vengono spesso aggirate, con assunzioni
discrezionali di personale senza alcun concorso pubblico, con il
dilagare degli affidamenti “in house” omettendo di confrontarsi
con la concorrenza dell’offerta di mercato. Su questo fenomeno è
intervenuto recentemente il Consiglio di Stato che, con due
sentenze, ha chiarito come le attribuzioni dirette producano
effetti distorsivi della concorrenza e debbano quindi essere
strettamente limitate a casi di provata eccezionalità”.

Secondo il vicepresidente Csit  "in un momento come questo di
difficoltà di ripresa economica e, allo stesso tempo, di forti
esigenze di modernizzazione e crescita della competitività del
Paese è essenziale che la domanda pubblica torni a svolgere il
ruolo di stimolo dell’innovazione".

Oggi il valore della spesa pubblica italiana per l’acquisto di
beni e servizi ammonta al 14,08% del Pil, a fronte di una media
dell’Europa a 27 che è del 17,23% (ma la quota dell’Olanda è
del 25,51% del Pil e della Gran Bretagna del 18,83%).
"In diversi paesi europei già si stanno introducendo gli
appalti pubblici nelle rispettive strategie per l’innovazione –
ricorda – mentre la stessa Ue si prepara a riconoscere la
centralità degli appalti pubblici nella strategia di Europa 2020.
Proprio la necessità di rigore sui conti pubblici che impedisce
all’Italia di varare politiche attive di incentivi, oggi impone
di inquadrare la domanda pubblica in una strategia di sostegno
all’innovazione, tesa a perseguire il miglioramento della
qualità di prodotti e servizi. Ma è una strategia che può
funzionare solo se l’amministrazione pubblica si concentra sui
compiti istituzionali, per diventare un acquirente intelligente,
trasparente, capace di valutare i risultati”.

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