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PA digitale, Pnrr in dirittura d’arrivo: via alla sfida dell’AI



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Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’Italia è riuscita a indirizzare con efficacia le risorse destinate alla trasformazione del settore pubblico. Ma tra gennaio e giugno 2026 bisognerà ancora implementare il 30% di quanto promesso alla Commissione europea su questo fronte. Per cavalcare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sarà possibile attingere ai voucher e ai fondi strutturali in mano alle Regioni: sul piatto ci sono poco meno di 3 miliardi

Pubblicato il 27 gen 2026



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Negli ultimi anni, grazie al Pnrr, l’Italia ha goduto di risorse straordinarie per affrontare il percorso di trasformazione digitale del settore pubblico: circa 49 miliardi di euro in un quinquennio il 30% di tutte le risorse europee accantonate a questo scopo.

Fondi che, secondo ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, il nostro Paese ha utilizzato bene: siamo tra i più avanti in Europa nella realizzazione del piano previsto nel Pnrr. Ma tra gennaio e giugno 2026 dovremo implementare ancora il 30% di quanto promesso alla Commissione europea su questo fronte e subito dopo entreremo nel vivo della sfida dell’AI.

Il post-Pnrr: ecco le nuove sfide

In generale, l’agenda digitale italiana si trova ad affrontare un nuovo scenario, ricco di opportunità e di potenziali criticità. A livello internazionale, la Penisola continua ad attestarsi nella parte bassa del ranking dei Paesi più digitalizzati: secondo gli indicatori della Digital Decade 2030 siamo 23esimi su 27 Paesi europei, pur registrando un tasso di crescita in linea con quello di altri Paesi europei di pari dimensioni e complessità amministrativa. Mentre realizzeremo nei tempi gli ultimi interventi del Pnrr, è necessario pensare a come dare un futuro sostenibile alla trasformazione digitale del Paese.
“Negli ultimi anni l’Italia ha goduto di risorse straordinarie per la propria digitalizzazione e ha accelerato su ambiti chiave per una PA più moderna ed efficiente”, spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale. “Ora che abbiamo un ‘sistema operativo’ per il Paese, basato su solide infrastrutture digitali, è necessario fare squadra e costruire un ecosistema organizzativo per l’innovazione digitale. Mentre lavoriamo per finalizzare quanto promesso alla Commissione Europea, dobbiamo pensare a come approcciare il ‘nuovo mondo’ post Pnrr. Senza azioni mirate le infrastrutture digitali costruite in questi anni rischiano di non generare l’impatto duraturo di cui il Paese ha bisogno”.
Sarà necessario gestire con efficienza le minori risorse a disposizione per la trasformazione digitale, soprattutto in vista della sfida dell’intelligenza artificiale. In parte, si potrà attingere al “tesoretto” di 800 milioni di euro non spesi e messi da parte dagli enti locali che hanno realizzato i progetti del Pnrr grazie ai voucher di PA digitale 2026. Ci sono poi i fondi strutturali in mano alle Regioni: circa 2 miliardi di euro al netto delle riprogrammazioni per l’iniziativa Step.

Verso una vera PA digitale

Tornando a quanto già fatto, almeno il 60% delle risorse associate al Piano italiano è stato destinato a PA centrali, locali o imprese pubbliche e, mediamente, il 34% delle risorse dei vari Pnrr europei per la trasformazione digitale è dedicato a iniziative di eGovernment
“Anche grazie al Pnrr, la PA ha definitivamente preso consapevolezza degli asset a propria disposizione e della sua capacità di innescare processi di trasformazione digitale”, conferma spiega Michele Benedetti, direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale. “Molto è stato fatto per costruire un vero e proprio ‘sistema operativo’ per il Paese. Da diversi anni l’Italia ha adottato un modello per lo sviluppo e l’erogazione di servizi pubblici digitali basato su dataset e componenti condivisi, piattaforme per accentrare l’offerta di servizi pubblici, modelli di interoperabilità e soluzioni cloud capaci di garantire scalabilità, sicurezza ed efficienza nelle infrastrutture. Su ognuno di questi pilastri l’Italia sta lavorando con determinazione, ponendo basi sempre più solide per l’evoluzione del sistema pubblico digitale”.

Per fare qualche esempio concreto, basti dire che l’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente è ormai una soluzione consolidata a cui tutti i Comuni italiani aderiscono e consente ai cittadini di scaricare autonomamente 15 certificati anagrafici, di produrre autocertificazioni, di gestire digitalmente il cambio di residenza e di usufruire di diversi altri servizi già utilizzati da quasi 10 milioni di cittadini.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico è attivo in tutte le Regioni, anche se non ancora completamente operativo e interoperabile: 7 milioni di italiani l’hanno usato negli ultimi 3 mesi, solo 25 milioni hanno dato consenso alla consultazione dei documenti di medici e operatori SSN. Circa 67.000 basi dati popolano il portale dati.gov.it che importa i dataset in formato aperto esposti da 1.800 PA aderenti.
PagoPA è stata usata da oltre 20mila enti, con 448 milioni di pagamenti digitali per oltre 400 miliardi di euro transati. L’App IO è stata scaricata da oltre 42 milioni di italiani e le quasi 16.000 PA presenti offrono oltre 370.000 servizi. Spid è nelle mani di 41 milioni di italiani che nel 2025 l’hanno utilizzato 1,3 miliardi di volte (31 accessi medi annui). Sono invece 48 milioni le Cie rilasciate in corso di validità e 9 milioni gli italiani che hanno usato CieID per accedere a servizi digitali. Alla piattaforma Send hanno aderito 6.700 PA, con circa 30 milioni di notifiche inviate, di cui 7 milioni esclusivamente tramite canali digitali.
Rispetto all’ambito strategico del cloud, infine, oltre 600 pubbliche amministrazioni hanno scelto di migrare i loro dati e applicativi verso il Polo Strategico Nazionale. Il target di migrazione di dati e servizi di almeno 280 enti è da raggiungere entro giugno 2026. Procede la migrazione al cloud di dati e servizi pubblici “guidata” dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale: oltre 13.000 enti hanno presentato piani di migrazione e oltre 8.000 li hanno terminati. È alla portata il target di 12.464 enti migrati entro giugno 2026.

Il ruolo della PA nell’adozione dell’AI

Ma nella sfida della digitalizzazione, la PA avrà un ruolo di primo piano solo se saprà introdurre con efficacia l’intelligenza artificiale al proprio interno. Il 57% del tempo lavorativo dei dipendenti pubblici è potenzialmente automatizzabile grazie all’AI, senza ridurre l’occupazione, ma creando efficienza e liberando risorse per attività a maggior valore aggiunto in un settore pubblico che deve far fronte al problema dei pensionamenti. I principali vantaggi delle PA che hanno avviato sperimentazioni con l’AI sono il supporto alle decisioni (nel 45%) e il miglioramento della gestione documentale (41%).
“La PA italiana deve sfruttare appieno le opportunità offerte dall’AI”, dice Giuliano Noci, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale. “Per riuscirci, è innanzitutto necessario ripensare in chiave digitale i processi di erogazione dei servizi pubblici. Occorre poi investire nella qualificazione delle competenze dei dipendenti affiancandoli con agenti capaci di automatizzare le attività ripetitive e supportare le decisioni complesse, consentendo alle persone di concentrarsi su compiti a maggior valore aggiunto. È inoltre fondamentale rafforzare il coordinamento tra le PA e tra queste e il settore privato. Infine, bisogna dotarsi di sistemi efficaci di misurazione degli impatti, per garantire che gli interventi contribuiscano a ridurre, e non ad ampliare, le disuguaglianze dei nostri territori”.

Degli oltre 400 progetti di AI in ambito pubblico censiti a livello internazionale dall’Osservatorio nel 2025, solo il 43% è pienamente operativo, creando benefici per dipendenti pubblici, cittadini o imprese, mentre il 21% è costituito da annunci e il 37% è in fase di Proof of Concept. In Italia, la situazione è migliore: i progetti sono per il 49% operativi, il 26% in fase d’annuncio e il 25% PoC. La PA deve imparare a mantenere un equilibrio nella sperimentazione pragmatica di IA, evitando di disperdere energia in soluzioni troppo di frontiera.
Secondo le stime dell’Osservatorio, il 57% del tempo dei dipendenti pubblici italiani è impiegato in attività automatizzabili tramite l’AI. Ma è difficile che l’intelligenza artificiale rubi il lavoro dei dipendenti pubblici italiani, che oggi sono sottodimensionati (in Italia solo l’8% della popolazione attiva lavora nella PA, contro la media europea dell’12%) e anziani (età media di 50 anni). In un sistema di questo genere, in cui circa 700mila persone andranno in pensione nei prossimi cinque anni, è fondamentale investire in AI per mantenere gli attuali livelli di erogazione dei servizi pubblici. Ogni dipendente pubblico dovrebbe essere affiancato da agenti artificiali che lo supportino nelle attività ripetitive e standardizzabili, automatizzando le fasi a basso valore aggiunto e liberando tempo per quelle che richiedono giudizio, responsabilità e relazione empatica con cittadini e imprese.
Le tecnologie digitali – e in particolare l’AI – possono fare molto bene o molto male a seconda di come vengono introdotte. La ricerca dell’Osservatorio su 18 Regioni e Province Autonome mostra che 13 non hanno ancora elaborato una strategia specifica sull’Intelligenza artificiale: 12 hanno già acquistato soluzioni di AI sul mercato, prevalentemente per migliorare l’efficienza operativa, 8 hanno definito strumenti per il monitoraggio dei risultati e degli impatti dei sistemi mentre 15 hanno avviato programmi di formazione per il personale sulla tecnologia.

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