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Pericolo bolla hi-tech. Una miccia le start up cinesi

Secondo l’Economist l’euforia che sta contagiando il settore tecnologico ricorda quella di 12 anni fa. Oggi lo scoppio potrebbe essere causato dalle nuove aziende all’ombra della Grande muraglia

13 Mag 2011

La nuova bolla dell’hi tech sta crescendo a vista d’occhio.
L’esuberanza irrazionale del mercato drogato da maxi quotazioni
ha di nuovo contagiato il mondo di Internet. Investitori
attenzione, ammonisce l’Economist, che nell’ultimo numero mette
in copertina la nuova “tech bubble”, che tanto ricorda quella
che colpì la Silicon Valley nel 2000.

Facebook e Twitter non sono quotate, ma sul mercato secondario il
market value è rispettivamente di 76 miliardi di dollari per il
social network (più della Boeing o della Ford) e di 7,7 miliardi
di dollari per il cinguettio della Rete. E non è tutto, LinkedIn,
il social network dei professionisti, stima di raggiungere una
capitalizzazione di 3,3 miliardi di dollari dopo l’Ipo. E
Microsoft ha sborsato la bellezza di 8,5 miliardi di dollari per
rilevare Skype, il fornitore di servizi telefonici Voip, una somma
dieci volte superiore al fatturato del 2010, con un premio di 400
volte rispetto gli utili operativi.

Ma almeno questi sono nomi grossi dell’hi tech, anche se
l’euforia ha contagiato anche le start up meno “glamour”,
come ad esempio Color, un social network specializzato in file
sharing di fotografie, valutata sui 100 milioni di dollari, anche
se il servizio non è ancora stato testato. Per non parlare
dell’ondata cinese di start up, come Renren, il Facebook cinese,
che al debutto a New York ha sbancato.

E allora, siamo tornati al 2000. Molte cose da allora sono
cambiate, sostiene l’Economist, non ultimo il fatto che oggi ci
sono 2 miliardi di connessioni a internet veloce nel mondo, mentre
dieci anni fa Internet era ancora agli albori. Nel 2000 molte start
up, ad esempio Webvan e Pets.com, avevano ambizioni smisurate ma
ricavi irrisori. Oggi, le star del web come Groupon (acquisti di
gruppo) oppure Zynga (social gaming), registrano fatturati e utili
di tutto rispetto.

Anche il numero di Ipo è contenuto oggi rispetto all’ondata del
2000. E il Nasdaq veleggia intorno ai 2mila punti, rispetto ai
5mila cui era arrivato ai tempi d’oro pre-bolla del marzo
2000.

Oggi l’entusiasmo intorno all’hi tech è meno diffuso, limitato
ad una platea di venture capitalist e private equity agguerriti che
combattono per accaparrarsi quote nelle aziende più promettenti.
Insomma, oggi il rischio di perdite di massa per l’investitore
medio, quello che di solito in borsa non fa grandi cose, è più
limitato rispetto al 2000.

Oggi, rispetto al 2000, l’entusiasmo per l’hi tech non riguarda
soltanto la Silicon Valley, ma coinvolge anche altre economie,
dalla Russia, all’Estonia – Skype è nato lì – passando per
la Finlandia, dove Rovio, produttore del famoso game per smartphone
Angry Bird, ha raccolto 42 milioni di dollari nel suo ultimo round
di finanziamenti. In Cina ci sono Renren e Youku, il Youtube
cinese, promettono utili anche agli investitori occidentali. Le
start up cinesi raccolgono 15-20 milioni di dollari di
finanziamenti “early stage”.

Facebook potrebbe diventare la prossima Google, una volta sbarcata
in borsa, e anche LinkedIn potrebbe sfondare. Ma a far scoppiare la
bolla, oggi come oggi, rischiano di essere le aziende cinesi,
perché coloro che stanno correndo ad investire sotto la Grande
Muraglia potrebbero aver sottovalutato i rischi politici di
investire in un regime che fa della censura un cavallo di
battaglia.

Nel 2000 lo scoppio della bolla contagiò anche il settore delle
telco, che all’epoca stavano costruendo i network per Internet.
Oggi, almeno questo problema non dovrebbe esserci, anche se i
rischi di una nuova bolla ci sono tutti.