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IL REPORT

Più digitale tra i professionisti italiani, ma la strada è ancora lunga

Toccano quota 1.265 milioni gli investimenti 2018 in Ict di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro. La fotografia scattata dal rapporto dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale, School of Management Polimi. Claudio Rorato: “Tecnologia leva di crescita della redditività”. I nomi dei vincitori del Premio Professionista Digitale 2018

08 Mag 2019

L. O.

Digitale al decollo tra i professionisti italiani, e l’impatto sulla redditività degli studi su fa sentire. Ma il panorama mostra ancora zone d’ombra. Gli investimenti in Ict di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari nel 2018 hanno raggiunto quota 1.265 milioni di euro, con una crescita del 7,9% rispetto all’anno precedente: trainano l’adempimento a obblighi normativi e la crescente consapevolezza dell’utilità degli strumenti digitali. Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, presentata oggi a Milano al convegno “Dati, dati, dati: l’Umanesimo digitale per i professionisti”.

Gli avvocati sono i professionisti che spendono di meno (6.000 euro) ma registrano la crescita di investimenti più elevata (+13,2%), mentre gli studi multidisciplinari dedicano il budget più alto (15.500 euro), seguiti da commercialisti (9.400 euro) e consulenti del lavoro (8.900 euro).

“Positivo l’impatto delle nuove tecnologie sulla redditività degli studi – commenta Claudio Rorato, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale – oltre la metà degli studi in cui sono più presenti strumenti digitali ad alto tasso di innovatività ha registrato un aumento superiore al 10%. Le sfida per il futuro sarà aumentare la diffusione di cultura innovativa e approccio collaborativo, che adesso, pur in crescita, interessa circa un terzo degli studi professionali”.

Secondo la ricerca, infatti, la presenza di tecnologie a basso livello di innovazione fa crescere lo studio nel 57% del campione intervistato (fino al 10% nel 43% dei casi e oltre il 10% per il 14% dei professionisti). Percentuale che sale al 60% se sono presenti strumenti a media innovatività (di cui il 21% cresce di oltre il 10%) e al 69% se lo studio usa tecnologie ad alto tasso di innovazione (fra cui ben il 53% cresce più del 10%).

La tecnologia più adottata è la firma digitale (97%), seguita dalla fatturazione elettronica (lo strumento più in crescita a causa dell’obbligo normativo, dal 42% all’82%), dall’archivio digitale dei documenti (47%), conservazione digitale (45%), VPN – reti virtuali private (44%) e videochiamate (42%).

Non mancano i lati in ombra: meno di quattro professionisti su dieci (38%) hanno un sito Internet, solo il 29% è presente sui social media e appena il 23% utilizza strumenti di e-learning. Ancora marginale l’adozione di tecnologie di frontiera, come la Business Intelligence (3%), la Blockchain (2%) e l’Artificial Intelligence (1%).

Il digitale impatta nei rapporti tra professionisti e Pmi: i servizi tradizionali offerti dagli studi vengono promossi dalle piccole e medie imrpese, ma la “pagella” cambia segno se si considerano i servizi innovativi abilitati dalla capacità di raccogliere e sfruttare i dati. Solo il 29% delle aziende – si legge nel sondaggio condotto dall’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale insieme a Doxa – condividerebbe altri dati con gli studi professionali, che in generale appaiono impreparati su questo fronte: appena un quarto fornisce servizi di controllo di gestione e circa il 3% utilizza i software di business intelligence per organizzare servizi basati sui dati.

“Le tecnologie più diffuse sono ancora quelle imposte dagli obblighi normativi – dice Elisa Santorsola, Direttore Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale -. Stenta ancora a decollare il sito internet, stabile sia nell’utilizzo (38%) sia nell’interesse (27%). È il sintomo di una cultura ancora in formazione per quanto riguarda l’orientamento al mercato, soprattutto quello potenziale, ancora difficile da percepire nelle categorie professionali, soprattutto in termini di nuove azioni da attivare”.

Ma il percorso per la digitalizzazione degli studi professionali è ancora lungo, con il 61% che rivela un livello scarso o appena sufficiente. Gli obblighi normativi spingeranno i professionisti a digitalizzare maggiormente i propri processi, ma già adesso una minoranza sta acquisendo conoscenze in grado di andare oltre l’adempimento normativo e offrire nuovi servizi alla clientela. Appena il 37% degli studi adotta un approccio collaborativo positivo sia nelle relazioni interne sia in quelle esterne allo studio, con alcune differenze fra le diverse categorie professionali.

I più collaborativi sono gli studi multidisciplinari, che usano i portali per la condivisione documentale nel 46% dei casi, seguiti dai commercialisti (37%), dai consulenti per il lavoro (32%) e dagli avvocati (18%). Quasi due terzi dei professionisti sono ancora dotati di scarsa o sufficiente cultura innovativa, segno che mancano ancora quei comportamenti in grado di orientare le azioni di carattere innovativo. Lacune correlate anche a una formazione ancora indirizzata prevalentemente alle tematiche giuridico-economiche, con solo il 20-30% circa dei professionisti che ha partecipato a corsi di formazione incentrati su altre competenze e percentuali decisamente inferiori per i dipendenti (max 8%). Per questi ultimi la formazione prevalente è ancora quella dedicata all’uso delle tecnologie di studio (12%).

“Soltanto una percentuale compresa fra il 36% e il 39% circa degli studi professionali si colloca a un livello elevato nelle tre componenti tipiche dell’economia digitale: collaborazione, digitalizzazione e cultura dell’innovazione – commenta  Rorato -. Tuttavia, la fascia di professionisti con un punteggio sufficiente in queste dimensioni tende ad allargarsi rispetto agli anni precedenti. È il segnale della crescita dell’alfabetizzazione digitale tra i professionisti, anche se a un livello ancora poco evoluto”.

Nel dettaglio, nella professione legale, dove si concentrano gli studi di maggior dimensione, è presente la più alta percentuale di studi che non hanno dedicato risorse alle tecnologie digitali (5%) e il maggior numero di micro investitori (sotto i 3mila euro, 59%), ma anche la quota più elevata di studi in grado di investire tra i 100mila e i 250mila euro (2%). I commercialisti sono il gruppo con il maggior numero di medi investitori (con spesa fra 3mila e 10mila euro), mentre i consulenti del lavoro si dividono omogeneamente fra le diverse classi di spesa. Gli studi multidisciplinari risultano, infine, l’unica categoria presente in tutte le fasce di investimento, segno di una maturità diffusa in tutte le dimensioni di studio, e registrano il minor numero di micro investitori (20,5%) e la percentuale più elevata di professionisti che hanno investito fra i 10mila e i 50mila euro (29,8%).

L’inadeguatezza delle competenze e degli strumenti informatici a disposizione e le difficoltà a procurarsi lavoro sufficiente per mantenere o ingrandire lo studio sono le principali preoccupazioni espresse dai professionisti. Aggiornare le proprie competenze per rispondere ai cambiamenti portati dal digitale è una preoccupazione per sei studi su dieci, che nel 47% dei casi esprimono incertezze sulle proprie competenze in ottica futura e soltanto nel 38% si ritengono già pronti.

L’Osservatorio ha annunciato a Milano i vincitori del Premio Professionista Digitale 2018 rivolto agli studi che si sono distinti per capacità innovativa a livello organizzativo e di business con l’utilizzo delle tecnologie digitali. Hanno ricevuto il premio per la categoria degli avvocati lo Studio Toffoletto De Luca Tamajo e Soci di Milano, per la categoria dei Commercialisti un ex aequo tra lo Studio Beretta & Associati di Milano e lo Studio Bernardini di Bernardini dott. Fabrizio & Partners di Altopascio (LU), per la categoria Consulenti del Lavoro lo Studio Roberto Corno di Varese. Gli altri finalisti del Premio Professionista Digitale 2018 sono lo studio Barbieri & Associati Dottori Commercialisti di Bologna, lo studio Consulenza Maraglino di Taranto, Nexum stp S.p.A. di Roma, lo Studio Commercialista Baseggio di Baseggio Simona a Roma, lo Studio di Consulenza – Societario Tributario di Roma, lo Studio Legale Avvocato Federico Vincenzi di Brescia e lo Studio Miazzo di Novara.

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