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PUNTI DI VISTA

Radio Padania, i giudici e i contributi “illegittimi”

La Corte dei Conti avanza il sospetto che la radio non abbia i requisiti per beneficiare dei soldi pubblici. Ora toccherà al ministero dello Sviluppo economico e Agcom verificare, fugare o confermare. La rubrica di Guido Scorza

22 Gen 2016

Guido Scorza, avv. esperto in Diritto Internet

Poco meno di ottocento mila euro di finanziamenti pubblici ogni anno tra il 2011 ed il 2013 finiti dalle casse dello Stato in quelle di Radio Padania e ora la Corte dei Conti avanza il sospetto che la radio del partito di Salvini non abbia i requisiti per beneficiare dei contributi in questione. Il dubbio che la magistratura contabile ha messo nero su bianco è di disarmante linearità. Tanto da apparire inverosimile che, se fondato, a nessuno, sin qui, sia sorto.

Eccolo nelle parole della Corte: “Per Radio Padania la situazione si presenta invece diversa [ndr rispetto a quella di Radio Maria, l’altra radio comunitaria a diffusione nazionale che beneficia di analoghi contributi] con una diffusione non uniforme sul territorio nazionale, e con assenza di segnale radioelettrico su parte consistente del territorio: da informazioni di pubblico dominio (sito internet dell’emittente) emerge che il segnale analogico è diffuso in nove regioni italiane (Val d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Sardegna) e che in undici regioni non coperte da segnale analogico (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana e Umbria) il segnale è diffuso in tecnica digitale (Dab – Digital Audio Broadcasting).

La Corte osserva che la mancata diffusione del segnale analogico sull’intero territorio nazionale potrebbe avere effetto anche sulla ricorrenza dei presupposti per l’erogazione dei contributi, dal momento che l’erogazione dei contributi appare legata al carattere di nazionalità (inteso come diffusione analogica del segnale su tutto il territorio italiano) enunciato dal c. 190, art. 4, l. n. 350/2003, ove i soggetti beneficiari sono individuati nelle “emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario”. Il dubbio dei giudici contabili, dunque, è “semplicemente” che, per anni, si sia finanziata con fondi destinati a Radio comunitarie a diffusione nazionale un’emittente che, in realtà, trasmette – almeno con tecnica analogica – solo in alcune regioni.

Ora toccherà al Ministero dello Sviluppo economico e per quanto di sua competenza all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, verificare, fugare o confermare, adottando poi – a seconda di quanto emergerà – le determinazioni del caso, ivi inclusa, eventualmente, quella di richiedere a Radio Padania la restituzione dei milioni di euro sin qui indebitamente incassati.

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