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Sciopero alla Treccani: “Potevamo essere la Wikipedia italiana”

I dipendenti dell’enciclopedia attaccano i vertici dell’istituto: “Management immobile da dieci anni, ora siamo sull’orlo del baratro”

15 Dic 2010

Sciopero e aria tesa alla Treccani dopo le esternazioni del
presidente dell’Istituto Giuliano Amato sulle resistenze interne
verso la digitalizzazione. L’enciclopedia è in crisi nera di
vendite, ma i sindacati non ci stanno a passare per sabotatori:
"Poteva diventare la Wikipedia italiana già a partire dal
1998 e invece, per l’immobilismo dei vertici sul fronte della
digitalizzazione, siamo sull’orlo del baratro", attacca la
Slc-Cgil. Queste le motivazioni che hanno spinto i dipendenti della
Treccani, mostro sacro delle enciclopedie italiane, a incrociare le
braccia per due giorni, oggi e domani. Nel mirino il management
dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, guidata dal 2003
dall'amministratore delegato Franco Tatò, criticato per la
mancanza, da anni, di un piano editoriale e industriale. In più,
non è piaciuta nemmeno una recente intervista del presidente
Giuliano Amato, che a mezzo stampa ha fatto sapere dall’anno
prossimo che la Treccani "rinuncia al cartaceo per investire
nella rete e battere Wikipedia".

Ma ecco le ragioni dei sindacati. "Non mancheranno commenti di
chi, sulla base di vecchi stereotipi, accuserà lavoratori e
sindacati di essere contro l'innovazione – attacca il
segretario nazionale Slc-Cgil Massimo Cestaro – Niente di più
falso. Risale al 1998 – aggiunge – il primo accordo che, proprio
sulla base delle richieste sindacali, impegnava l'azienda ad
affrontare il tema delle nuove tecnologie che, già allora,
cominciava ad affacciarsi. Da allora si è fatto poco o niente. Le
questioni poste dal presidente dell'istituto, Giuliano Amato
sono di assoluto rilievo. Spiace però dover constatare che su due
aspetti centrali manchi totalmente un progetto editoriale,
industriale e di riassetto aziendale. Il primo tema riguarda il
rapporto tra i progetti editoriali, la loro commercializzazione
attraverso le nuove piattaforme tecnologiche e i possibili ritorni
in termini economici; il secondo attiene alle forme di possibile
coesistenza tra la "missione" una grande istituzione
culturale e gli assetti di un mercato in costante
trasformazione".

Oggi – sostengono i lavoratori della Treccani in una nota sindacale
congiunta – in una fase di drammatica crisi del settore, ma in un
periodo dell'anno (le festività natalizie) in cui è legittimo
immaginare che la rete di vendita sia tesa al raggiungimento degli
obiettivi annuali per garantire il fatturato alla Treccani,
attraverso l'intervista il presidente Amato ci fa sapere, e fa
sapere all'opinione pubblica, che siamo in presenza di una vera
e propria “débâcle” delle vendite e che "se continuiamo
così, nel 2011 non avremo più nuovi compratori". La domanda
che ci poniamo – replicano i lavoratori della Treccani è: perché?
Perché il presidente Amato, un attimo prima di rilasciare
l'intervista, non ha avvertito la necessità di convocarci per
illustrarci lo stato dell'Azienda e le misure decise per
arginare la frana? A chi giova questa logica del tanto peggio tanto
meglio?".

"Abbiamo colto – proseguono i dipendenti Treccani in sciopero
– in alcuni passaggi dell'intervista, accenni alle
"resistenze diffuse all'interno della Treccani"
contro il web; ebbene, siamo stati proprio noi, fin dal lontano
1998, a firmare un accordo con l'azienda per la creazione della
"enciclopedia generalista digitale", cui si sarebbero
affiancate le "opere satelliti" di carattere
specialistico, insieme alla riduzione dei costi di struttura
attraverso la creazione della "redazione unica"; siamo
stati noi, negli anni, sempre inascoltati, a sollecitare
l'applicazione di quell'accordo e di quella riforma; siamo
ancora noi, oggi, a chiedere al presidente Amato (e ai vertici
tutti della Treccani, stabilmente insediati da molti anni), come
mai quell'accordo del 1998, che in anticipo sulla nascita di
Wikipedia avrebbe fatto della Treccani la prima enciclopedia
italiana on line, è rimasto tenacemente, pervicacemente lettera
morta".