POST COVID

Servizi B2B, software e Tlc: cresce l’appeal dell’Italia, +5% di investimenti esteri

È quanto emerge dall’EY Attractiveness Survey: il nostro Paese resta comunque indietro rispetto alla media europea ma i segnali sono positivi. Le tech & digital company in testa alla classifica degli spender. Seguono i player delle telecomunicazioni, dell’energia e dei servizi finanziari

25 Giu 2021

Mila Fiordalisi

Direttore

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Servizi B2B, software e IT, logistica e wholesale: sono queste le aree che stanno riscontrando il maggior successo sul fronte degli investimenti esteri in l’Italia. E nell’anno della pandemia sono aumentate le iniziative di investimento di retto toccando il +5% – per un totale di 113 nuovi progetti in programma – in parte in controtendenza con la media europea. È quanto emerge dall’ultimo Attractiveness Index di EY(qui il report) secondo cui la quota di mercato dell’Italia resta comunque contenuta rispetto agli altri Paesi e ferma al 2% nonostante il nostro Paese sia la quarta economia in Europa in termini dimensionali.

Ma il +5% vale molto al confronto con quanto sta accadendo nelle altre economie: ad aver registrato una battuta d’arresto decisa degli investimenti in imprese nazionali dall’estero sono stati in particolare Spagna (-27%) e Paesi Bassi (-24%) e Russia (-26%), ma i risultati non sono stati incoraggianti neppure in Francia (-18%), UK (-12%), Germania (-4%). Soffrono anche i Paesi dell’Europa centro-orientale con l’Ungheria che registra un calo vertiginoso del 54%. Compiono invece un gran balzo in avanti Svizzera (+25%), Finlandia (+23%) e Turchia (+18%).

“L’Italia è attrattiva. È riuscita ad esserlo nell’anno difficile del 2020, con una performance del +5% di progetti di investimento diretto estero annunciati e in fase di implementazione, in alcuni casi con un trend migliore di altre grandi economie europee, tra cui Regno Unito e Francia. Anno su anno, l’incremento dei progetti in Italia ha segnato uno stacco in parziale controtendenza rispetto alla media europea” commenta Massimo Antonelli, AD di EY in Italia e Managing Partner dell’area Mediterranea – “Se è vero che questo è un segnale positivo di ripresa, la porzione degli investimenti diretti esteri destinati al nostro Paese rimane comunque limitata. C’è necessità che le migliori risorse dell’Italia siano convogliate per rendere il Paese più attrattivo e competitivo a livello internazionale. Bisogna ricreare un clima generale di fiducia, soprattutto ora che le sfide del rilancio promosso tramite il Next Generation EU sono prossime, e avranno un impatto forte sulla competitività dell’Europa intera. Serve un esercizio collettivo da parte di istituzioni e aziende affinché questo segnale positivo sia stimolo alla crescita e possa diventare strutturale”.

Dove si concentrano gli investimenti esteri

Sono i servizi B2B a registrare il maggior interesse da parte degli investitori esteri in Italia con una quota del 13%, seguiti da software e IT, logistica e wholesale – entrambe le aree al 12%, anche se il comparto software e IT ha registrato una discesa di 5 punti rispetto al 2019. Al quarto e quinto posto finanza (8%) e farmaceutico (7%).

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Gli investimenti esteri destinati al nostro Paese sono in parte improntati al potenziamento della forza commerciale e del marketing (il 22% dei progetti d’investimento in Italia). Questa tipologia di progettualità è finalizzata in primis a intercettare la domanda interna, con servizi e prodotti dedicati alle esigenze locali di consumo. Al contempo, tuttavia, crescono gli investimenti in funzioni a maggior valore aggiunto, volti a valorizzare il know-how tecnico e imprenditoriale nazionale, soprattutto in ambito di processi di produzione (19% dei progetti) e ricerca e sviluppo (15%).

Gli Usa i principali investitori

Sono gli Stati Uniti a detenere lo scettro degli investimenti in Italia con il 24% di marketshare, seguiti da Francia (16%) e Germania (12%). Il Nord-Ovest (58%) si conferma l’area più attrattiva, seguita dal centro Italia (24%).

Regole e burocrazia i fardelli italiani

Tra le criticità evidenziate dagli investitori esteri ci sono l’incertezza a livello di regolamentazione (evidenziata dal 56% del campione) e un eccessivo carico burocratico per il business (55%)Meno tasse (29%), sostegno alle piccole-medie imprese (28%) e riduzione del costo del lavoro (28%) sono le aree in cui l’Italia deve concentrarsi secondo i manager delle società investitrici. Per le aziende che già operano nel Paese, invece, è più rilevante l’incentivazione alle politiche di sostenibilità ambientale (35%), mentre meno preponderante appare l’intervento sul costo del lavoro (20%);

Investimenti al rialzo per il futuro

Ma c’è ottimismo e fiducia sul futuro del Paese: il 48% dei manager intervistati ha intenzione di investire in Italia in futuro ed il 60% è convinto che nei prossimi 3 anni il Paese sarà più attrattivo.

“Gli investitori esteri guardano all’Italia con fiducia rinnovata ed ottimismo. Il 60% dei manager intervistati è infatti convinto che nei prossimi tre anni il Paese avrà migliorato la propria competitività a livello europeo, e quasi la metà si dichiara pronto a espandere le proprie attività sul nostro territorio – commenta Marco Daviddi, Mediterranean Leader per l’area Strategy and Transactions di EY-. Una porzione rilevante di nuovi flussi d’investimento punta all’Italia per il proprio know-how tecnico e per la qualità del capitale umano. Occorre lavorare su questi aspetti per valorizzare le eccellenze del nostro Paese anche in ambiti a maggior valore aggiunto, tra cui ricerca e sviluppo, processi manifatturieri e relativi controlli qualità. Le infrastrutture esistenti non sono viste come un limite agli investimenti, nonostante la disomogeneità di varie aree del Paese, che necessitano di investimenti per guadagnare competitività. Rafforzare la domanda interna è un’ulteriore leva attivabile per consentire di attrarre più investimenti in futuro, con un conseguente impatto su occupazione e crescita. In Italia un’inversione del clima di fiducia di consumatori e imprese è stata rilevata anche da Istat, con un incremento osservato da febbraio scorso in avanti”.

Del campione intervistato, la totalità delle aziende operante nel settore tecnologico e digitale sarebbe interessata a investire in Italia. Seguono i player delle telecomunicazioni (75%), dell’energia (71%) e dei servizi finanziari (70%). Si mostrano più cauti invece coloro che operano nella manifattura avanzata (33%) e nell’industria dei media e dell’intrattenimento (17%).

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