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SMART CITY. Un occhio IT sulla città

06 Giu 2011

La sicurezza urbana passa attraverso nuove forme di interazione tra
i sistemi tecnologici e innovative modalità di mappatura del
territorio. Ne parliamo con Gian Guido Nobili, responsabile
dell’area ricerca e progettazione del servizio Politiche per la
sicurezza urbana della Regione Emilia Romagna e professore
incaricato di Sociologia giuridica all’Università di
Modena-Reggio Emilia.
In che modo le nuove tecnologie hanno contribuito a migliorare la
sicurezza urbana?
Certamente da una decina d’anni buona parte delle politiche di
prevenzione si stanno concentrando sulla prevenzione situazionale,
soprattutto con azioni mirate alla modifica dell’ambiente fisico
e tra queste misure certamente le tecnologie sono diventate sempre
più importanti, a partire dalla videosorveglianza che a metà
degli anni ’90 ha egemonizzato i tre quarti delle misure in
Inghilterra per poi giungere anche in Italia, dove rappresenta
circa un terzo delle politiche di prevenzione. Esistono diverse
soluzioni tecnologiche di sicurezza ma sia per scarsa conoscenza da
parte delle amministrazioni locali sia perché la videosorveglianza
resta una delle più riconoscibili da parte dei cittadini, questi
due elementi hanno contribuito al successo di questo tipo di
installazioni.
Quali altre tecnologie sono disponibili sul mercato e che tipo di
problemi pongono tecnologie come la videosorveglianza alle
amministrazioni locali?
Esistono molte altre soluzioni come l’informatizzazione delle
informazioni legate alla sicurezza urbana, in maniera da avere la
possibilità di analizzare il disordine su mappe territoriali
attraverso software cartografici e predisporre così politiche di
intervento più mirate. Rispetto alla videosorveglianza i problemi
sono stati diversi. Sul piano normativo la normativa sulla privacy
è stata adeguata progressivamente ma fino ai più recenti
interventi legislativi, come il Pacchetto sicurezza del 2008 che ha
riconosciuto ai sindaci potestà di intervento su sicurezza urbana,
legislatore e garante erano molto più restrittivi nel riconoscere
spazi di intervento alle amministrazioni comunali sulla sicurezza
urbana.
E sul piano tecnologico?
C’è stata una serie di riflessioni su come progettare al meglio
lo sviluppo dei sistemi di videosorveglianza. È importante
installare tali tecnologie identificando le zone a rischio ma i
dati sulla criminalità non sono resi disponibili in maniera
disaggregata e questo resta un forte limite per la pianificazione
degli interventi e per la valutazione della loro efficacia. Ad oggi
esprimere giudizi su tutte le politiche di prevenzione
dell’insicurezza in Italia è difficoltoso se non impossibile per
l’assenza di dati disaggregati e questo rappresenta un fattore
importante soprattutto se si raffronta a quanto avviene nei paesi
anglosassoni.
Verso quali strumenti o azioni si sta orientando il futuro delle
tecnologie applicate alla sicurezza?
La videosorveglianza continua ad avere un ruolo importante ma
rispetto ai vecchi sistemi analogici c’è un investimento verso
la cosiddetta Intelligence vision, che consente di stabilire
sistemi di videosorveglianza capaci di attivare l’operatore in
caso di pericolo attraverso software specifici. Le tecnologie
digitali hanno sviluppato una serie di tecniche di motion detection
che consentono di segnalare automaticamente all’operatore
eventuali immagini anomale. Si sta cercando di abbinare le
tecnologie biometriche alla videosorveglianza, consentendo ad
esempio l’identificazione di un singolo soggetto, ad esempio, in
uno stadio.
Quali sono gli elementi che determinano il successo delle
esperienze di applicazione delle nuove tecnologie alla
sicurezza?
In Italia sono state realizzate esperienze ritenute positive dagli
operatori ma è difficile ottenere un sistema che dia una
valutazione formale dei risultati. In termini di progettazione, è
necessario individuare al meglio le zone di rischio e il tipo di
attività che si intende osservare. Bisogna tener conto anche di
elementi tecnici, tra cui la qualità dell’immagine che spesso è
molto scarsa e ne ha inficiato l’utilizzo come mezzo di prova.
Per questo serve chiarire se la videosorveglianza è finalizzata
all’osservazione in tempo reale o solo alla consultazione
successiva, per l’utilizzo come prova in giudizio. Decisiva è
anche l’attività di formazione per gli operatori: se non si
agisce in questa direzione, il sistema è sottoutilizzato o poco
gestito perché si registra spesso resistenza ai cambiamenti
organizzativi e tecnologici. Inoltre è necessario promuovere la
sostenibilità dei sistemi di sorveglianza, fissando sistemi
efficaci di gestione e aggiornamento generale.

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