Le smart city stanno entrando in una fase di discontinuità che supera il paradigma costruito negli ultimi vent’anni. L’analisi di Chandrasekhar Panda, Henning Soller e Saswat Swain di McKinsey descrive un salto concettuale in cui le amministrazioni non si limitano più a raccogliere dati o digitalizzare processi, ma introducono infrastrutture AI-native in grado di osservare, simulare e agire senza attendere complesse escalation interne. Gli autori spiegano che tecnologie come sensing ad alta risoluzione, edge computing e intelligenza artificiale permettono un funzionamento continuo dei servizi urbani, con interventi automatici entro millisecondi. Le città diventano così sistemi capaci di autoregolarsi, riducendo guasti, congestioni e inefficienze che gravano sui bilanci e peggiorano la qualità della vita. La crescita demografica e la pressione sulle reti accelerano questa trasformazione, mentre il calo dei costi tecnologici rende più accessibile una gestione coordinata e intelligente delle infrastrutture.
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Smart city, l’AI-native spinge la transizione verso servizi urbani autonomi
Le nuove architetture urbane abilitano sistemi software distribuiti, capaci di percepire i cambiamenti, simulare scenari e intervenire senza ricorrere a lunghe escalation amministrative. Ecco come cambieranno le città

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