Il caso Starshield in Ucraina riporta al centro del dibattito il rapporto tra tecnologie digitali, sicurezza nazionale e autonomia strategica. Un’infrastruttura satellitare controllata dagli Stati Uniti, diventata essenziale per le operazioni militari ucraine, sarebbe stata sottoposta a restrizioni operative decise a Washington. Ne parliamo con Antonio Pescapè, professore ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università degli Studi di Napoli Federico II, per comprendere le implicazioni tecnologiche, militari e geopolitiche della vicenda e le sfide che attendono l’Europa e l’Italia.
Professore, partiamo dai fatti. Che cosa è successo in Ucraina e perché la vicenda Starshield sta facendo discutere?
Il 15 ottobre Reuters ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale l’ordine di limitare il funzionamento di Starshield, il sistema satellitare militare sviluppato da SpaceX, sarebbe arrivato dall’interno della Casa Bianca. Non è stato accertato chi abbia assunto personalmente la decisione e un alto funzionario americano ha negato che l’ordine provenisse direttamente dal presidente Trump, ma l’aspetto che considero più importante dal mio punto di vista non riguarda la ricostruzione delle responsabilità politiche. Riguarda le conseguenze concrete di quelle restrizioni.
Professore, quali sono queste conseguenze?
Secondo le fonti citate da Reuters, alcuni terminali satellitari installati su piattaforme in movimento hanno subito limitazioni di funzionamento. Successivamente, il servizio sarebbe stato ripristinato, ma con una soglia di velocità di circa 160 chilometri orari. Una modifica apparentemente circoscritta, che però ha avuto conseguenze rilevanti sulle operazioni militari ucraine.
Il punto è proprio questo: non è stato necessario distruggere un satellite, attaccare un’infrastruttura di telecomunicazione o compromettere un sistema informatico. È stato sufficiente modificare le condizioni operative di un servizio digitale fornito da un altro paese. Poteva succedere. Ed è successo.
Facciamo un passo indietro. Come è diventato così importante Starlink per l’Ucraina?
Bisogna tornare al febbraio del 2022, nei primi giorni dell’invasione russa. Una delle conseguenze immediate della guerra è stata la compromissione di numerose infrastrutture di telecomunicazione ucraine. Le reti terrestri sono state danneggiate, interrotte o rese indisponibili in diverse aree del Paese. In quella situazione SpaceX, l’azienda di Elon Musk, ha attivato Starlink in Ucraina, rendendo disponibile una connettività satellitare che non dipendeva dalle infrastrutture terrestri colpite dagli attacchi.
Nell’aprile 2022, attraverso una collaborazione tra SpaceX e l’agenzia americana USAID, erano già stati forniti 5.000 terminali. Da quel momento la diffusione della tecnologia è cresciuta enormemente. Nell’aprile 2025, secondo i dati del Ministero ucraino della Trasformazione digitale, il Paese aveva ricevuto oltre 50.000 terminali Starlink grazie alla collaborazione con partner e donatori internazionali. Di questi, 29.500 erano stati forniti dalla Polonia.
Parliamo quindi di un’infrastruttura diffusa su tutto il territorio, utilizzata da soggetti civili e militari. Starlink ha consentito di mantenere operative comunicazioni fondamentali per ospedali, servizi di emergenza, pubbliche amministrazioni, infrastrutture critiche e popolazione civile. Ma progressivamente è diventato anche uno strumento essenziale per le operazioni militari. Le comunicazioni tra reparti, il coordinamento delle unità, lo scambio di informazioni raccolte sul campo e il controllo di alcuni sistemi senza pilota hanno beneficiato della disponibilità di collegamenti satellitari a banda larga.
In un contesto nel quale le infrastrutture tradizionali possono essere distrutte o interrotte, avere terminali relativamente semplici da installare e una rete satellitare distribuita rappresenta un vantaggio operativo straordinario.
Quindi Starlink ha cambiato concretamente anche il modo di combattere questa guerra?
Certamente ha contribuito a modificare alcune modalità operative. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto le operazioni militari moderne dipendano dalla capacità di raccogliere, trasmettere, elaborare e utilizzare informazioni in tempi estremamente ridotti. Pensiamo ai droni, che sono diventati protagonisti del conflitto. Un drone non è soltanto una piattaforma che vola. È un sistema che acquisisce informazioni attraverso sensori, le trasmette a distanza, riceve comandi e, in molti casi, opera come componente di un’architettura più ampia nella quale intervengono operatori, sistemi di elaborazione e altri dispositivi.
La disponibilità di una connessione affidabile può incidere direttamente sull’efficacia di queste operazioni. Lo stesso ragionamento vale per il coordinamento delle unità militari, per la condivisione delle informazioni e per i sistemi di comando e controllo. Oggi la capacità militare di un Paese dipende sempre più dalla disponibilità delle infrastrutture digitali che collegano persone, piattaforme e sistemi.
È una trasformazione profonda. In passato tendevamo a identificare la superiorità militare soprattutto con le caratteristiche delle piattaforme fisiche: aerei, navi, veicoli, sistemi d’arma. Oggi quelle piattaforme operano all’interno di sistemi interconnessi e la loro efficacia dipende anche dalle reti, dal software, dai dati e dalla capacità di elaborazione. Una piattaforma tecnologicamente avanzata, privata delle comunicazioni o dei servizi digitali sui quali si basa, può perdere una parte significativa delle proprie capacità operative.
Torniamo alla vicenda di questi giorni. In che modo una limitazione della velocità può avere conseguenze militari così importanti?
È necessario comprendere come funziona la dipendenza da un collegamento satellitare. Alcuni droni utilizzano le comunicazioni satellitari per trasmettere dati, immagini e informazioni oppure per ricevere comandi durante il volo. Se un servizio viene limitato quando il terminale supera determinate condizioni operative, per esempio una certa velocità, quelle piattaforme possono perdere la connettività necessaria a svolgere specifiche missioni.
Secondo i funzionari ucraini citati da Reuters, le restrizioni hanno complicato alcune operazioni di attacco contro obiettivi militari e infrastrutture logistiche russe nei territori occupati. Ma c’è un altro aspetto che considero ancora più significativo. Le restrizioni avrebbero rallentato anche i droni intercettori utilizzati per contrastare gli Shahed russi. Quindi non stiamo parlando soltanto di capacità offensive. Stiamo parlando anche di sistemi impiegati nella difesa aerea e nella protezione delle infrastrutture e della popolazione civile.
È importante naturalmente distinguere i fatti documentati dalle ricostruzioni ancora oggetto di verifica, soprattutto per quanto riguarda le motivazioni politiche della decisione sulle quali ovviamente non mi esprimo. Ma il meccanismo tecnologico è chiaro. Se una capacità militare dipende da un servizio digitale esterno, modificare le condizioni di quel servizio può incidere direttamente sulla capacità di utilizzare determinati sistemi.
Reuters ha collegato queste restrizioni anche alle pressioni americane affinché Kiev interrompesse gli attacchi contro le raffinerie russe. Possiamo parlare di un uso politico della tecnologia?
Bisogna essere rigorosi nell’interpretazione dei fatti ed io non nè competenze né informazioni oltre a quanto ho letto. Reuters ha ricostruito un contesto nel quale Washington stava esercitando pressioni su Kiev affinché interrompesse gli attacchi contro le raffinerie russe. Nello stesso periodo sarebbero state introdotte le limitazioni operative a Starshield. Questo elemento è certamente significativo, ma non consente, da solo, di stabilire definitivamente un rapporto causale tra le pressioni diplomatiche e la decisione tecnica.
Detto questo, la vicenda pone una questione che va ben oltre il singolo episodio. Le infrastrutture digitali sono strumenti tecnologici, ma quando diventano essenziali per le attività economiche, per le funzioni pubbliche o per la difesa assumono inevitabilmente anche una dimensione geopolitica. Chi controlla un’infrastruttura può, nei limiti delle proprie competenze e delle condizioni contrattuali e normative, influenzarne la disponibilità e le modalità di utilizzo.
Nel caso di Starshield, Elon Musk ha precisato che il sistema è sotto il controllo del governo statunitense e che eventuali limitazioni operative vengono decise dalle autorità militari americane o dal presidente. Questo rende ancora più evidente la distinzione tra utilizzare una tecnologia e controllarla. E quando quella tecnologia è essenziale per la sicurezza nazionale, questa distinzione diventa strategica.
Arriviamo allora al tema della sovranità digitale. Che cosa ci insegna questa vicenda?
Ci insegna una cosa che, a mio avviso, continuiamo a sottovalutare. La sovranità digitale non riguarda soltanto il controllo dei dati o la disponibilità di infrastrutture informatiche. Da tempo in Europa discutiamo di autonomia strategica, di dipendenza dai grandi fornitori tecnologici extraeuropei, di cloud sovrano, di intelligenza artificiale e di piattaforme digitali. Sono temi fondamentali. Ma spesso li affrontiamo prevalentemente dal punto di vista economico, industriale o della protezione dei dati.
La vicenda ucraina ci ricorda che la sovranità digitale riguarda direttamente la sicurezza e la difesa nazionale. Le infrastrutture digitali costituiscono ormai una componente essenziale delle capacità operative di uno Stato. Satelliti, telecomunicazioni, sistemi di posizionamento, infrastrutture cloud, piattaforme software, intelligenza artificiale, sistemi crittografici e tecnologie di comando e controllo sono elementi indispensabili per la difesa moderna.
Se un Paese costruisce le proprie capacità operative su tecnologie controllate da altri, deve essere consapevole che quelle dipendenze possono tradursi in vulnerabilità strategiche. E attenzione: non serve necessariamente che qualcuno interrompa completamente un servizio. Può essere sufficiente limitarne una funzionalità, modificarne le prestazioni, restringerne l’area geografica di utilizzo o cambiare le condizioni di accesso. Una capacità tecnologica sulla quale abbiamo costruito una parte della nostra sicurezza può improvvisamente non essere più disponibile nelle condizioni necessarie. Ed è proprio questo il rischio che dobbiamo imparare a governare.
Ma la sovranità digitale significa che ogni Paese deve sviluppare autonomamente tutte le tecnologie che utilizza?
Assolutamente no. E credo sia importante chiarirlo, perché su questo punto esiste spesso un equivoco. Sovranità digitale non significa autosufficienza tecnologica. Pensare che ogni Paese europeo possa sviluppare autonomamente tutte le infrastrutture, tutti i sistemi software, tutte le piattaforme di intelligenza artificiale e tutte le tecnologie necessarie alla propria difesa sarebbe irrealistico. La cooperazione internazionale, le alleanze e l’integrazione industriale rimangono indispensabili.
Ma sovranità significa innanzitutto conoscere e controllare le proprie dipendenze critiche. Significa sapere quali funzioni essenziali dipendono da fornitori esterni, chi controlla le infrastrutture utilizzate, quali condizioni possono limitarne l’impiego e soprattutto quali alternative siano disponibili in caso di necessità. Bisogna distinguere almeno tre livelli.
Il primo è la sovranità dell’infrastruttura, cioè il controllo delle risorse tecnologiche fisiche: satelliti, reti, data center, apparati e sistemi. Il secondo è la sovranità del servizio, cioè la possibilità di governare le condizioni operative, le funzionalità, gli aggiornamenti e le politiche di accesso. Il terzo è l’autonomia operativa, vale a dire la capacità di continuare a svolgere le funzioni essenziali anche quando una tecnologia o un servizio esterno diventano indisponibili.
Possedere un’infrastruttura non garantisce automaticamente il controllo delle funzionalità software che la rendono utilizzabile. E disporre di una tecnologia non significa necessariamente poterla utilizzare in qualsiasi condizione. La vera questione, quindi, non è soltanto chi possiede la tecnologia. È chi può decidere come, quando e a quali condizioni quella tecnologia viene utilizzata.
Quanto è esposta l’Europa a questo tipo di dipendenza?
L’Europa ha sviluppato competenze industriali, scientifiche e tecnologiche molto importanti, ma presenta ancora dipendenze significative in numerosi settori digitali strategici. Pensiamo alle infrastrutture cloud, alle grandi piattaforme software, ai semiconduttori avanzati, ad alcune componenti dell’intelligenza artificiale e a determinati servizi satellitari. Sono dipendenze diverse, che non possono essere affrontate tutte nello stesso modo. Ma il problema comune è che una parte delle infrastrutture tecnologiche sulle quali si basano attività essenziali europee è controllata da soggetti esterni.
In tempi ordinari queste dipendenze possono apparire soprattutto come questioni economiche o commerciali. In una situazione di crisi geopolitica, però, possono assumere una dimensione completamente diversa. Le tecnologie che utilizziamo per produrre, comunicare, gestire informazioni e assicurare servizi diventano componenti indispensabili per il funzionamento delle istituzioni e dei sistemi di difesa. E a quel punto una dipendenza tecnologica può trasformarsi in un vincolo strategico.
Non dobbiamo necessariamente interpretare questa situazione in termini di contrapposizione con gli Stati Uniti. Ma una cooperazione solida richiede anche una maggiore capacità europea e nazionale di gestire autonomamente le funzioni critiche. L’autonomia strategica non è necessariamente alternativa alle alleanze. Può essere, al contrario, una condizione per renderle più equilibrate e resilienti.
L’Europa sta già facendo qualcosa per ridurre queste dipendenze?
Sì, l’Europa ha già avviato alcune iniziative importanti, come IRIS² o il più recente GOVSATCOM, che mostrano la consapevolezza della necessità di costruire capacità europee. Naturalmente non significa che questi sistemi siano già equivalenti, per prestazioni, diffusione e modalità di utilizzo, a Starlink. Sarebbe sbagliato pensare che basti finanziare una nuova costellazione per risolvere automaticamente il problema.
Occorrono investimenti, tempo, capacità industriali, sviluppo tecnologico e soprattutto integrazione con i sistemi già esistenti. Ma la direzione è quella di costruire infrastrutture e servizi che permettano all’Europa di ridurre le proprie dipendenze critiche. E credo che la vicenda ucraina dimostri quanto sia importante accelerare questo percorso.
E l’Italia? Quali capacità possiede e quale ruolo dovrebbe assumere?
L’Italia parte da una base industriale, scientifica e tecnologica molto importante. Disponiamo di competenze consolidate nel settore spaziale, nelle telecomunicazioni satellitari, nella cybersecurity, nell’elettronica per la difesa e nello sviluppo di sistemi complessi. Abbiamo inoltre grandi imprese tecnologiche, un sistema di ricerca universitario di qualità e competenze industriali che possono contribuire alla costruzione delle infrastrutture europee del futuro.
Ma dobbiamo evitare un errore. Non possiamo limitarci a partecipare ai singoli programmi tecnologici senza inserirli in una strategia nazionale complessiva. Occorre innanzitutto identificare quali dipendenze digitali rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale. Dobbiamo chiederci da quali infrastrutture dipendano le nostre capacità militari, chi le controlli, quali siano le condizioni di utilizzo e che cosa accadrebbe se una di queste componenti diventasse improvvisamente indisponibile.
Su questa base bisogna definire le priorità di investimento. Comunicazioni satellitari, sistemi di comando e controllo, infrastrutture cloud per la difesa, cybersecurity, tecnologie crittografiche, intelligenza artificiale e capacità di elaborazione distribuita sono tutti ambiti nei quali è necessario rafforzare le competenze. Ma non si tratta soltanto di sviluppare nuove tecnologie. Si tratta anche di progettare sistemi capaci di funzionare in condizioni degradate, di utilizzare infrastrutture alternative e di garantire continuità operativa. La sicurezza nazionale richiede questa capacità di resilienza.
Sta dicendo che dobbiamo ripensare anche il modo in cui progettiamo le infrastrutture digitali per la difesa?
Esattamente. Per molti anni abbiamo progettato sistemi tecnologici privilegiando soprattutto prestazioni, efficienza e disponibilità del servizio. Sono criteri fondamentali, ma quando parliamo di infrastrutture critiche dobbiamo introdurre in maniera sistematica anche il tema del controllo delle dipendenze.
Un’architettura digitale per la difesa dovrebbe essere progettata considerando fin dall’inizio la possibilità che una componente diventi indisponibile. Non soltanto per un guasto tecnico o per un attacco informatico, ma anche perché cambiano le condizioni contrattuali, normative o geopolitiche che ne regolano l’utilizzo. Questo significa progettare infrastrutture resilienti, diversificare i fornitori, sviluppare interoperabilità e prevedere percorsi di sostituzione delle componenti critiche.
Significa evitare, per quanto possibile, situazioni nelle quali un unico soggetto esterno abbia il controllo esclusivo di una funzione essenziale. E significa anche investire nella conoscenza delle architetture che utilizziamo. Perché non possiamo controllare dipendenze tecnologiche che non conosciamo o delle quali non comprendiamo fino in fondo le implicazioni operative.
Da questo punto di vista la sicurezza informatica e la sovranità digitale sono strettamente collegate, ma non coincidono. Possiamo avere un sistema perfettamente protetto dal punto di vista della cybersecurity e, nello stesso tempo, essere completamente dipendenti da un fornitore esterno che ne controlla alcune funzionalità. È una distinzione che considero fondamentale.
Quale dovrebbe essere, concretamente, la strategia europea e nazionale dei prossimi anni?
Credo che si debba partire da una considerazione. La sovranità digitale non si costruisce attraverso dichiarazioni di principio. Si costruisce attraverso investimenti, competenze, infrastrutture e capacità industriali. Occorre una politica europea di lungo periodo che identifichi le tecnologie critiche e concentri risorse sulla costruzione di capacità comuni. Non significa finanziare indistintamente qualsiasi tecnologia digitale. Significa individuare le dipendenze che possono compromettere le funzioni essenziali degli Stati e sviluppare strumenti per ridurle.
Questo richiede una politica industriale coordinata, capace di integrare ricerca scientifica, sviluppo tecnologico, sperimentazione e produzione. Ma richiede anche un cambiamento nel modo di concepire gli investimenti pubblici. Non basta acquistare tecnologie. Bisogna sviluppare la capacità di progettarle, comprenderle, integrarle, mantenerle e, quando necessario, sostituirle.
Il ruolo delle università, dei centri di ricerca e dell’industria è fondamentale. La competizione tecnologica non si gioca soltanto sulle infrastrutture che possediamo oggi, ma sulle competenze che saremo in grado di sviluppare nei prossimi anni. E queste competenze non si costruiscono dall’oggi al domani. Servono investimenti stabili nella ricerca, nella formazione avanzata, nei laboratori e nei programmi di collaborazione tra università, industria e istituzioni. E serve diffondere la cultura della difesa e della sicurezza facendo comprendere l’importanza della sovranità tecnologica in questo contesto.
L’Europa deve riuscire a trasformare le proprie capacità scientifiche e industriali in un sistema tecnologico capace di sostenere concretamente la sicurezza e la difesa degli Stati membri. L’Italia può e deve contribuire a questo processo valorizzando le competenze che già possiede, diffondendo la cultura della sicurezza ma anche definendo con maggiore chiarezza le proprie priorità strategiche.
Professore, in conclusione, qual è la lezione più importante che dovremmo trarre dalla vicenda Starshield?
La lezione è che la dipendenza tecnologica non è soltanto una questione economica, industriale o commerciale. Può diventare una questione di sicurezza nazionale. L’Ucraina ha utilizzato una tecnologia che, in una situazione di emergenza, ha fornito un contributo straordinariamente importante alla continuità delle comunicazioni e alle capacità operative del Paese. Ma proprio questa vicenda dimostra che una tecnologia essenziale, quando è controllata da altri, può diventare anche uno strumento di condizionamento strategico.
Non serve interrompere completamente un’infrastruttura. A volte basta limitarne alcune funzionalità. E una capacità tecnologica che fino a quel momento rappresentava un vantaggio può trasformarsi in una vulnerabilità. Non dobbiamo concludere che ogni tecnologia debba essere sviluppata all’interno dei confini nazionali o europei. Dobbiamo però imparare a distinguere tra l’accesso a una tecnologia e il controllo delle funzioni che quella tecnologia rende possibili.
La sovranità digitale non è la capacità di produrre tutto. È la capacità di continuare a operare anche quando qualcun altro decide di modificare le condizioni di utilizzo delle tecnologie dalle quali dipendiamo. Per questo ritengo che il tema debba entrare stabilmente nelle politiche europee e nazionali per la difesa e la sicurezza. E debba diventare un tema culturale.
Dobbiamo identificare le dipendenze critiche, investire nelle capacità tecnologiche strategiche, costruire alternative e garantire la continuità operativa delle funzioni essenziali. Perché la sicurezza di un Paese non può dipendere esclusivamente dalla disponibilità di tecnologie sulle quali non esercita alcun controllo.
Non possiamo scoprire di non controllare le infrastrutture dalle quali dipende la nostra sicurezza soltanto quando qualcun altro decide di limitarne l’utilizzo. A quel punto non è più soltanto un problema di sovranità digitale. È un problema di capacità di difendersi. E potrebbe essere troppo tardi.








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