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Un made in Italy per l’informatica

Riqualificazione dell’offerta. E più integrazione dell’IT nei prodotti. Le ricette per la ripresa

14 Set 2009

Lo stato di salute dell'informatica italiana? Non buono, stando
ai monitoraggi più recenti (vedi articolo in basso). Le aziende IT
italiane sono seconde in Europa per numero, ma il fatturato è
pericolosamente al di sotto della media europea.

E la prognosi? Opinioni molteplici, spesso divergenti. Alcuni
ritengono che l’informatica italiana sia avviata verso un declino
dal quale è impossibile riprendersi con i meccanismi spontanei del
mercato. Altri pensano invece che ci siano già oggi al suo interno
le capacità per una ripresa. Ipercritico Giorgio De
Michelis, professore di Informatica all’Università Milano
Bicocca e creatore dell’azienda IT innovativa ItsMe
. Per
lui in Italia la grande informatica è scesa di livello e offre
prestazioni a basso valore, peggiori rispetto a una decina di anni
fa. “Per ricreare un mercato ad alto valore – dice – bisogna
ragionare sul fatto che l’informatica italiana oggi non è in
grado fare proposte innovative per aiutare le imprese. Impensabile
ipotizzare un rilancio senza una riqualificazione
dell’offerta”.

Meno critico Maurizio Cuzari, amministratore delegato di
Sirmi
, il quale ritiene che il percorso delle aziende IT
italiane non sia stato troppo diverso da quello delle cugine
europee. “Quando guardo all’IT italiana – dice – certo vedo un
settore che non brilla per capacità di internazionalizzazione,
incapace di generare un movimento globale di traino di clienti e
consumatori, che non fa sistema ma anzi compete con armi lecite ed
illecite. Inoltre non ha avuto nessun vero sostegno da parte delle
politiche e dei governi degli ultimi 35 anni. Eppure la vedo
vivere, non vegetare”.

Giancarlo Capitani, amministratore delegato di
Assinform
ammette che il panorama delle società di
software e servizi è molto cambiato negli ultimi anni, ma non
necessariamente in peggio. “L’informatica pubblica si è certo
ridimensionata – dice – e grandi aziende sono diventate private, ma
continuano ad operare sul mercato italiano. Con l’acquisizione di
Finsiel, Almaviva, dopo una fase di transizione successiva al
passaggio, sta riprendendo quota e resta il principale fornitore di
servizi IT al settore pubblico”. Cita altre aziende pubbliche –
come Consip che fa procurement (40% degli acquisti della Pal) e
gestisce in outsourcing i servizi IT del ministero dell’Economia,
e Sogei che gestisce il sistema informativo della fiscalità,
considerata un caso di successo anche rispetto a strutture analoghe
in Europa. “Sono nel frattempo nate e cresciute un’infinità di
aziende a livello locale, la più importante delle quali è Csi
Piemonte”, ricorda Capitani che evidenzia novità come il
rilancio di Olivetti che, ritiene, assumerà un ruolo importante
nell’ambito Ict.

Nel privato non mancano imprese portatrici di innovazione, come
Reply la quale anche secondo De Michelis, ha lavorato bene sul
modello di impresa “robusto, flessibile, a bassi costi fissi, ma
con un’idea di qualità nei processi e nei prodotti”.
Altro esempio di successo indicato unanimemente è Engineering,
oggi unica grande impresa italiana del settore dei servizi a
competere alla pari con altri tre-quattro grandi gruppi espressione
di multinazionali americane ed europee.

“Dobbiamo registrare capacità di rilievo anche in termini di
nuovi modelli – dice Cuzari -: sistemi federativi come quelli di
Reply, Visiant, Var Group; ecosistemi complessi come quelli di
Zucchetti, Teamsystems, Esa Software, capaci di aggregare centinaia
di partner locali con i quali vengono raggiunte decine di migliaia
di medie e piccole imprese, microimprese, professionisti”. Cuzari
ricorda “capitani di industria” eccellenti: “Penso a Cinaglia
ed Amodeo, Tripi, Rizzante, Marini, Giugliano, a Castellacci e
Moriani. Probabilmente, in un sistema Italia così instabile e
approssimativo, più di tanto la nostra industria informatica non
avrebbe potuto fare”.

Molto si potrebbe fare, secondo De Michelis, in direzione della
riqualificazione dell’offerta, puntando all’individuazione
degli elementi di forza e all’analisi dei casi di successo in
settori come il food&wine e il fashion. L’obiettivo è
individuare un made in Italy per l’Ict, fatto di integrazione
dell’informatica nei processi e nei prodotti. “L’informatica
made in Italy è quell’informatica di cui avrebbero bisogno le
imprese del made in Italy cresciute negli ultimi 20 anni – sostiene
De Michelis -. Ma nessuna delle imprese italiane di successo
potrebbe affermare che l’informatica sia stata essenziale per il
loro successo, come invece accade per Ikea, Ryanair, Zara”. Non
mancano casi esemplari che coniugano tecnologia d’avanguardia con
settori tipici del made in Italy. Nel fashion Pinko, il social
network Glossom, il modello dell’outlet su web Yoox. “E
tuttavia – chiosa De Michelis – alcune esperienze promettenti non
fanno sistema in un mare di prestazioni di basso livello”.

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