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AI Gigafactories, l’Ue apre la gara: oltre 30 miliardi per la potenza di calcolo europea



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Bruxelles punta a selezionare fino a sette infrastrutture per addestrare e utilizzare i modelli più avanzati. Sul tavolo 10 miliardi pubblici, almeno 20 miliardi privati e una sfida decisiva su chip, energia, cloud e accesso delle Pmi

Pubblicato il 31 lug 2026



Europa – Commissione Ue – Unione europea – Bruxelles
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Punti chiave

  • Bando della Commissione europea per fino a sette Ai Gigafactories, con fino a 10 mld di fondi pubblici e stima di almeno 20 mld privati: progetto da oltre 30 mld per calcolo avanzato.
  • Costruire una filiera completa (hardware, cloud, software, reti) per ridurre il divario con USA/Asia; dipendenza da chip mitigata tramite accordi con Amd, Nvidia, Qualcomm.
  • Infrastrutture aperte a start-up, Pmi, università e PA; selezione basata su energia, connettività e sostenibilità; conformità a Ai Act per dati, sicurezza ed etica.
Riassunto generato con AI


Le Ai Gigafactories entrano nella fase operativa. La Commissione europea ha aperto la gara per realizzare fino a sette grandi infrastrutture dedicate all’addestramento, all’inferenza e all’ottimizzazione dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati. L’operazione sarà sostenuta da un massimo di 10 miliardi di euro di risorse europee e nazionali e, nelle stime di Bruxelles, dovrebbe attivare almeno 20 miliardi di investimenti privati. Il valore complessivo potenziale supera dunque i 30 miliardi, trasformando il progetto in uno dei principali interventi industriali promossi dall’Ue nel campo delle tecnologie digitali.

La posta in gioco non riguarda soltanto la disponibilità di supercomputer. Con il nuovo bando l’Europa prova a costruire una capacità autonoma lungo l’intera catena dell’Ai: processori specializzati, software, piattaforme cloud, connettività ad alta velocità, data center e servizi per imprese e ricerca. L’obiettivo è ridurre la distanza rispetto agli Stati Uniti e all’Asia, dove la concentrazione di capitale, chip e infrastrutture ha finora favorito la crescita dei maggiori sviluppatori mondiali di modelli.

Il termine per presentare le proposte è fissato al 12 novembre 2026. Le aggiudicazioni sono previste all’inizio del 2027, mentre la costruzione dovrebbe partire nello stesso anno. Le strutture selezionate dovranno entrare in funzione entro un massimo di 18 mesi dalla firma dei contratti.

Dalle Ai Factories alle infrastrutture di scala industriale

Le gigafactory rappresentano il secondo livello della strategia europea per la capacità di calcolo. Il primo è costituito dalle 19 Ai Factories e dalle relative antenne territoriali sviluppate attorno alla rete di supercomputer EuroHpc. Questi centri mettono potenza computazionale e servizi di supporto a disposizione di start-up, Pmi, ricercatori e imprese che vogliono sviluppare o sperimentare applicazioni di intelligenza artificiale.

Le Ai Gigafactories dovranno però operare su una scala molto superiore. Saranno progettate per gestire l’intero ciclo di vita dei modelli di grandi dimensioni, dallo sviluppo all’addestramento fino all’inferenza su vasta scala. Nei piani europei potranno sostenere sistemi con decine di migliaia di miliardi di parametri e carichi computazionali difficilmente accessibili agli attori che non dispongono di infrastrutture proprietarie.

La differenza è strategica. Le Ai Factories puntano soprattutto a diffondere l’innovazione e ad abbassare le barriere di accesso. Le gigafactory devono invece permettere all’Europa di sviluppare direttamente modelli di frontiera e applicazioni critiche nei settori industriali, scientifici e pubblici. Non saranno quindi semplici data center di grandi dimensioni, ma piattaforme integrate nelle quali hardware, cloud, software e reti dovranno funzionare come un’unica infrastruttura.

Due lotti e una crescita della capacità in più fasi

Il bando è articolato in due lotti e in due successive fasi di sviluppo. Il primo lotto potrà sostenere fino a quattro progetti. Per ogni iniziativa sono previsti fino a 100 milioni di euro di fondi Ue nella prima fase e altri 400 milioni nella seconda. Ciascuna struttura dovrà inizialmente installare almeno un numero di processori avanzati pari a quello disponibile nella più potente Ai Factory europea, per poi raggiungere una capacità almeno tripla.

Il secondo lotto riguarda fino a tre progetti di dimensioni ancora maggiori. Il contributo europeo potrà arrivare a 200 milioni nella fase iniziale e a ulteriori 800 milioni nella fase successiva. In questo caso la dotazione dovrà raggiungere fino al doppio dei processori più avanzati presenti nella principale Ai Factory e salire ad almeno quattro volte quel livello con l’espansione.

Il meccanismo rivela l’impostazione industriale scelta da Bruxelles. Il finanziamento pubblico non coprirà integralmente la costruzione e la gestione dei centri, ma servirà a ridurre il rischio iniziale e ad attirare capitali privati. Il partenariato sarà rafforzato dall’acquisto congiunto di capacità di calcolo da parte dell’impresa comune EuroHpc e degli Stati aderenti.

Diciotto Paesi hanno già firmato l’accordo per il procurement comune: tra questi figura anche l’Italia, insieme a Francia, Germania, Spagna, Polonia, Paesi nordici e diversi Stati dell’Europa centrale e baltica. Le amministrazioni nazionali dovranno affiancare le risorse europee, dando ai progetti una domanda pubblica iniziale e una maggiore certezza sui ricavi.

Una politica industriale per l’Ai europea

L’iniziativa si inserisce nell’Ai Continent Action Plan, attraverso il quale la Commissione intende rafforzare infrastrutture, accesso ai dati, competenze, diffusione dell’Ai e applicazione delle regole europee. Bruxelles ha indicato tra gli obiettivi anche il potenziamento dei data center e la mobilitazione di capitali attraverso InvestAi, lo strumento annunciato per sostenere le future gigafactory.

Quando InvestAi fu presentato, la Commissione ipotizzava strutture dotate di circa 100mila chip di ultima generazione, quattro volte la capacità delle Ai Factories allora in costruzione. Il nuovo bando introduce una configurazione più flessibile, con progetti di dimensioni differenti e possibilità di espansione, ma conferma la necessità di concentrare risorse su impianti molto più grandi rispetto alla rete esistente.

Il cambio di scala riflette l’evoluzione del mercato. L’addestramento dei modelli di frontiera richiede quantità crescenti di processori, energia, memoria e capacità di rete. Al tempo stesso, l’inferenza, cioè l’utilizzo dei modelli una volta sviluppati, sta diventando una componente sempre più rilevante della domanda. La disponibilità di calcolo influenza quindi non solo la ricerca, ma anche la capacità delle imprese di portare sul mercato servizi competitivi.

Per l’Ue la questione ha inoltre una dimensione geopolitica. L’accesso alle infrastrutture è oggi concentrato nelle mani di pochi grandi operatori tecnologici e dipende in larga misura da processori progettati e prodotti fuori dall’Europa. Senza una base computazionale adeguata, anche le politiche su dati, talenti e applicazioni industriali rischiano di produrre risultati limitati.

Chip americani e autonomia europea: il nodo della dipendenza

I consorzi potranno acquistare hardware da fornitori europei o di Paesi considerati partner affidabili. La Commissione ha inoltre firmato lettere di intenti con Amd, Nvidia e Qualcomm, con l’obiettivo di facilitare l’accesso ai componenti necessari.

La scelta risponde a un vincolo concreto: l’Europa non dispone ancora di un’offerta interna capace di soddisfare, in tempi brevi, la domanda di acceleratori per l’Ai più avanzata. L’autonomia perseguita dal progetto non coincide dunque con l’autosufficienza tecnologica. Nel breve periodo, le infrastrutture europee continueranno a utilizzare in larga misura chip statunitensi o prodotti attraverso catene globali.

La politica industriale dovrà perciò muoversi su due piani. Il primo è garantire subito potenza di calcolo a imprese e ricercatori europei, evitando che la carenza di infrastrutture allarghi ulteriormente il divario competitivo. Il secondo consiste nel rafforzare progressivamente la filiera continentale dei semiconduttori, del cloud e del software. Una quota degli acquisti potrà essere destinata a start-up e scale-up europee, ma l’impatto dipenderà dalla capacità di queste aziende di offrire tecnologie integrabili in sistemi di scala così elevata.

Le gigafactory possono creare una domanda stabile per processori, interconnessioni, sistemi di raffreddamento, soluzioni energetiche, piattaforme di orchestrazione e software industriale. Tuttavia, senza una strategia coordinata con il settore dei chip e con il futuro quadro europeo sul cloud, il rischio è che una parte rilevante degli investimenti finisca per consolidare la dipendenza da fornitori non europei.

Energia, localizzazione e sostenibilità diventano fattori competitivi

La disponibilità di capitale non sarà l’unico criterio decisivo per scegliere i siti. Le infrastrutture richiederanno grandi quantità di energia elettrica, reti ad alta capacità, sistemi di raffreddamento e collegamenti affidabili con gli ecosistemi industriali e scientifici.

La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center dell’Ue nei prossimi cinque-sette anni, assegnando priorità alle strutture sostenibili. È un obiettivo ambizioso, destinato a confrontarsi con tempi autorizzativi, vincoli sulle reti elettriche e opposizioni locali legate al consumo di energia e acqua.

La possibilità di distribuire una gigafactory su più siti o in più Stati può attenuare alcuni di questi problemi. Un’architettura transfrontaliera consentirebbe di utilizzare fonti energetiche diverse, valorizzare data center già esistenti e coinvolgere territori con competenze complementari. Ma aumenta anche la complessità tecnica: addestrare modelli su infrastrutture distribuite richiede reti a bassissima latenza, sincronizzazione dei sistemi e standard operativi comuni.

La competizione tra Paesi sarà quindi giocata non soltanto sui contributi pubblici, ma sulla rapidità delle autorizzazioni, sul costo dell’energia, sulla presenza di competenze e sull’accesso alla connettività. Per l’Italia, che partecipa al procurement comune, la sfida sarà trasformare la presenza nella rete EuroHpc e nelle Ai Factories in una proposta industriale capace di attrarre investitori e partner internazionali.

Accesso per Pmi e start-up, la prova decisiva

Bruxelles presenta le gigafactory come infrastrutture aperte non solo ai grandi gruppi, ma anche a start-up, scale-up, Pmi, università e amministrazioni pubbliche. È un passaggio essenziale, perché la semplice costruzione dei centri non garantisce una maggiore diffusione dell’Ai nel sistema produttivo.

Le modalità di assegnazione della capacità dovranno evitare che i soggetti più forti assorbano gran parte delle risorse disponibili. Prezzi, tempi di accesso, supporto tecnico e tutela della proprietà intellettuale saranno determinanti. Una Pmi non ha bisogno soltanto di ore di calcolo: deve poter contare su competenze, strumenti software, dati utilizzabili e assistenza nel passaggio dal prototipo alla produzione.

Le Ai Factories offrono già modalità di accesso differenziate e servizi rivolti all’innovazione industriale e alla ricerca. Le gigafactory dovranno raccordarsi con questa rete, affidando ai poli territoriali il compito di individuare i progetti e accompagnarli verso le infrastrutture di maggiore capacità.

Sarà altrettanto importante misurare i risultati. Il numero di chip installati non basta a valutare il successo del programma. Serviranno indicatori sulla quantità di imprese coinvolte, sui modelli sviluppati, sui brevetti, sugli investimenti attivati e sulla nascita di nuovi fornitori europei. Senza questi effetti di filiera, le gigafactory rischierebbero di diventare grandi opere digitali con ricadute inferiori alle aspettative.

Regole europee integrate nell’infrastruttura

La Commissione sottolinea che i sistemi sviluppati dovranno rispettare gli standard Ue in materia di protezione dei dati, sicurezza ed etica. L’impostazione punta a trasformare la conformità normativa in una caratteristica dell’infrastruttura: ambienti sicuri, controllo sulla localizzazione dei dati e procedure coerenti con l’Ai Act potrebbero diventare un vantaggio per i settori regolati.

Sanità, manifattura, energia, difesa, finanza e Pubblica amministrazione gestiscono dati sensibili e difficilmente possono trasferire senza condizioni i propri carichi di lavoro verso piattaforme extraeuropee. Le gigafactory possono offrire un’alternativa, soprattutto se integrate con servizi cloud sovrani e spazi comuni europei dei dati.

Resta tuttavia una tensione da governare. Requisiti molto rigidi potrebbero aumentare i costi e rallentare lo sviluppo; standard poco incisivi ridurrebbero invece il valore distintivo dell’offerta europea. L’equilibrio dovrà essere trovato attraverso regole chiare, procedure rapide e responsabilità definite tra gestori delle infrastrutture, sviluppatori dei modelli e utilizzatori finali.

L’accesso alla potenza di calcolo su vasta scala delle Ai Gigafactories è una necessità strategica per l’Europa mentre lo sviluppo dell’Ai accelera“, ha affermato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia. Secondo Virkkunen, la collaborazione tra Stati, industria e istituzioni europee sarà determinante per costruire strutture essenziali all’autonomia tecnologica.

La sfida non è costruire i poli, ma riempirli di innovazione

Con il nuovo bando l’Europa prova a colmare una delle lacune più evidenti della propria strategia digitale: la scarsità di infrastrutture computazionali accessibili su scala paragonabile a quella dei grandi operatori globali. I fondi pubblici e il procurement congiunto possono ridurre il rischio finanziario e accelerare la costruzione dei centri. Non possono però sostituire la domanda industriale, la disponibilità di competenze e la nascita di aziende capaci di trasformare il calcolo in prodotti.

Le Ai Gigafactories saranno dunque un banco di prova per la politica tecnologica europea. Il loro successo non dipenderà soltanto dalla quantità di processori installati, ma dalla capacità di connettere infrastrutture, ricerca, industria e amministrazioni. Solo così l’investimento potrà tradursi in modelli europei, applicazioni strategiche e nuove filiere. In caso contrario, l’Ue avrà aumentato la potenza disponibile senza modificare davvero gli equilibri di un mercato ancora dominato da capitali, piattaforme e hardware extraeuropei.

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