Impresa 4.0, solo un quarto delle aziende italiane è a conoscenza del Piano - CorCom

L'INDAGINE UNIONCAMERE

Impresa 4.0, solo un quarto delle aziende italiane è a conoscenza del Piano

E tra le ben informate il 9% non ha messo in campo investimenti. Il presidente Sangalli: “La digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil, ma c’è un ritardo enorme da colmare”

28 Apr 2021

Patrizia Licata

giornalista

La pandemia ha accresciuto i divari territoriali, di genere, di età e fra i settori produttivi, ma il digitale è la leva per ridurli. Come mostra il dossier presentato oggi da Unioncamere, nel corso dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio, l’utilizzo delle nuove tecnologie limita le differenze tra piccole e medio-grandi aziende, contribuisce a sostenere la governance delle imprese manifatturiere a conduzione familiare, agevola il recupero delle aziende dei servizi, più tartassate dal Covid.

Ma c’è ancora molta strada da fare: solo il 26% delle imprese italiane è a conoscenza del Piano Impresa 4.0 e, tra queste, il 9%, pur conoscendolo, comunque non investe. Per il resto, vale a dire per i due terzi della manifattura italiana, gli strumenti messi in campo e le grandi opportunità offerte dalle tecnologie non sono (ancora) all’ordine del giorno.

Sangalli: “Pnrr occasione unica; coinvolgere Pmi e artigiani”

“La digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil, ma abbiamo ancora un ritardo enorme da colmare”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una occasione unica, però occorre coinvolgere attivamente milioni di Pmi, di artigiani e di lavoratori autonomi. I Punti impresa digitale realizzati dalle Camere di commercio hanno introdotto in questi anni oltre 350mila aziende alle tecnologie abilitanti attraverso migliaia di corsi di formazione, di assessment e di supporti operativi. E oggi questa speciale rete è una best practice a livello internazionale riconosciuta da Ocse e Commissione europea”.

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“Le Camere di commercio ritengono fondamentale – prosegue Sangalli – che vengano forniti assistenza e supporto alle Pmi nei prossimi cruciali anni adottando il modello della statunitense Sba (Small business administration). Non serve creare uno strumento ex novo, ma bisogna affidare a livello territoriale questo incarico alle Camere di commercio, il referente più vicino alle micro, piccole e medie imprese sui temi cruciali per lo sviluppo del nostro Paese”.

Il digitale come leva per uscire dalla crisi post-Covid

Secondo i dati di Unioncamere e del Centro studi Guglielmo Tagliacarne, il 70% delle micro e piccole imprese che ha avviato la svolta digital ritiene di poter raggiungere i livelli di produttività pre-Covid già nel 2022 (contro il 61% di quelle che ancora non hanno messo in campo investimenti nelle nuove tecnologie), allineandosi così alla quota di medio-grandi imprese che hanno la medesima previsione.

Le imprese familiari hanno risentito particolarmente dei riflessi negativi della crisi pandemica e solo in 6 casi su 10 confidano in un recupero entro il 2022. Tra quelle che hanno investito nel digitale, però, la quota sale al 70%.

Analoghi effetti positivi si riscontrano tra le imprese dei servizi: il 61% di quelle digitalizzate, infatti, ritiene di poter azzerare gli effetti dell’emergenza sanitaria entro il 2022, a fronte del 53% di quelle non digitalizzate.

Le twin transitions: focus sulle competenze green

Un ulteriore traino alla crescita arriva dagli investimenti nella transizione green: gli investimenti nelle twin transitions (digitale + green) non solo riducono i divari, ma portano a prospettive di ripresa superiori rispetto alle altre imprese, si legge nel dossier di Unioncamere.

Lo studio sottolinea che sulle transizioni green e digitale si gioca molto della futura competitività europea e nazionale. Occorrerà lavorare anche sulle competenze: la stima per il periodo 2021-2025 del fabbisogno di personale con capacità di utilizzare competenze digitali (importanza intermedia) è compresa tra 2 milioni e 2,1 milioni di occupati (circa il 57% del fabbisogno totale), mentre quella per competenze green è compresa tra 2,2 milioni e 2,4 milioni di lavoratori (circa il 63% del fabbisogno del quinquennio).

La complementarietà tra competenze digitali e green è molto elevata, visto il ruolo cruciale delle tecnologie digitali per la transizione verde in vari settori.

A “scuola di digitale” con i Pid delle Camere di commercio

I Punti impresa digitale (Pid) delle Camere di commercio in tre anni hanno avvicinato alle nuove tecnologie oltre 350mila imprenditori e gli sforzi messi in campo per favorire la transizione digitale cominciano a dare i primi frutti. Se la metà dei 32mila imprenditori che hanno effettuato finora i test di autovalutazione messi a disposizione dalle Camere di commercio è ancora alle prime armi, il 48% ha fatto un passo avanti, risultando Specialista, Esperto o Campione. Tre anni fa questi risultati erano stati raggiunti da meno del 40% degli imprenditori.

Questa accelerazione verso l’uso di strumenti 4.0 da parte delle Pmi si inserisce all’interno di un generale percorso di crescita della digitalizzazione delle imprese avviato tre anni fa grazie alle politiche di incentivazione messe in campo dal governo e ai servizi di assistenza offerti dalla rete dei soggetti qualificati presenti sul territorio nazionale (Competence center, Dih, Edi, Pid) e oggi disponibile sul sito Atlante i4.0 promosso da ministero dello Sviluppo economico ed Unioncamere.

Il Trentino Alto Adige svetta in cima alla classifica nazionale per livelli di digitalizzazione delle Pmi, avendo un livello di digitalizzazione di 2,31 su un punteggio massimo di 4, contro una media nazionale di 2,03. Seguono la Lombardia con un punteggio di 2,16 e l’Emilia-Romagna con 2,14.

Le regioni del Sud, in particolare Sicilia (con un livello di digitalizzazione di 1,84) e Calabria (con un livello di digitalizzazione di 1,92), sono fanalini di coda per maturità digitale delle Pmi.

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