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OCCUPAZIONE

Economia digitale, “lifelarge learning” salvagente del lavoro

Le nuove strategie formative chiave per gestire l’impatto della disruption sul mondo dell’occupazione. Il rischio per knowledge worker e white collar

05 Mag 2017

Carlo Salatino

All’alba della quarta rivoluzione industriale abilitata dalla digitalizzazione il tema del lavoro, delle competenze e della “disoccupazione tecnologica” assume un ruolo sempre più centrale a livello accademico, industriale nonché politico e istituzionale.

Le nuove tecnologie della digital transformation creano o distruggono posti di lavoro? Alla fine ci saranno più o meno disoccupati? Quali sono le implicazioni rispetto alle competenze acquisite e quelle da acquisire?

Sono queste alcune domande a cui un panel di esponenti del mondo universitario e aziendale ha provato a dar risposta nell’ambito di un convegno organizzato dal branch romano dell’associazione di imprese The Ruling Companies e Luiss Business School presso la sede di Villa Blanc dell’ateneo capitolino.

Anche nelle precedenti rivoluzioni industriali vi furono questioni simili ma alla fine il grande aumento di produttività diede luogo a un numero di posti di lavoro nettamente più alto di quelli eliminati. Oggi l’avanzare sempre più veloce delle tecnologie digitali, dato dall’automazione quasi completa dei processi produttivi e dall’utilizzo diffuso delle applicazioni di intelligenza artificiale, sta ponendo a rischio sostituzione non solo il lavoro manuale ma per la prima volta anche il lavoro intellettuale, i cosiddetti knowledge worker o white collar in diverse aree professionali: medica, legale, finanziaria e bancaria, revisione contabile, etc. Inoltre, non è detto che i posti di lavoro creati alla fine saranno più numerosi di quelli cancellati.

Il Direttore Generale Luiss, Giovanni Lo Storto, ha introdotto i lavori sottolineando come l’università debba occuparsi di fornire le competenze giuste ai giovani per affrontare adeguatamente le sfide del nuovo mondo del lavoro sempre più digitale in un’ottica di lifelarge learning affiancando, alle competenze tecniche, soft skill in materia di comunicazione, creatività, collaborazione e imprenditorialità. In tale contesto, l’ateneo romano rappresenta un osservatorio privilegiato avendo tradizionalmente anticipato i principali trend evolutivi per contribuire a formare in modo adeguato la futura classe dirigente. Anche secondo Paolo Boccardelli, Dean della Luiss Business School, è sempre più necessario apprendere per skill piuttosto che per contenuti. Inoltre, il tema dovrebbe essere affrontato guardando maggiormente al medio/lungo termine piuttosto che enfatizzare troppo gli impatti attesi nel breve termine.

Anthony Salcito, Vice President Education, Microsoft Worldwide ha evidenziato l’importanza di uno shift in tema di formazione ribadendo che dal legame tra questa e il mondo del lavoro dipende la prosperità di un paese. Attraverso nuove forme di didattica, come project based learning e flipped classrooms, è necessario quindi, sviluppare le competenze essenziali per il futuro: ragionamento critico, ragionamento computazionale, collaborazione, creatività e comunicazione. Anche le aziende devono impegnarsi nel far sviluppare e potenziare queste competenze tra i propri lavoratori.

Donato Iacovone, Amministratore Delegato di EY, ha posto l’accento sull’elevato livello di complessità e velocità del cambiamento in atto. Con la loro portata pervasiva le tecnologie digitali impattano su tutti i processi aziendali: logistica, go to market, HR, marketing, R&D, etc. In questo scenario, le aziende hanno difficoltà nel definire le priorità dovendo fronteggiare al contempo processi di convergenza settoriale. Si pensi al caso emblematico dei settori Media & Telco con gli operatori di telecomunicazioni alle prese di un cambio di modello di business passando dal solo trasporto di dati alla gestione dei contenuti. I settori tradizionali si stanno sempre più trasformando e ciò determina la scomparsa di determinate tipologie di lavoro. Oggigiorno le competenze tecniche non sono più preminenti ma devono essere accompagnate da competenze di tipo imprenditoriale. La domanda che ciascun lavoratore dovrebbe porsi è se il lavoro che svolge comporta valore aggiunto o se al contrario può essere facilmente sostituito da un software.

Antonio Marcegaglia, Presidente e Amministratore Delegato del Gruppo Marcegaglia, ha espresso la necessità di ancorare qualunque processo di trasformazione tecnologica a un corrispondente cambiamento organizzativo dato che l’elemento umano, dato da conoscenze, competenze e capacità di reazione al cambiamento, rappresenta sempre il principale fattore distintivo. In tale contesto, grazie alle applicazioni online e di e-learning, la formazione continua e il tranining on the job sono più semplici da implementare.

Anche per Eugenio Sidoli, Amministratore Delegato di Philip Morris, serve un mix tra competenze tecniche e competenze soft relative soprattutto all’imprenditorialità. I lavori veramente a rischio sono infatti quelli di natura ripetitiva, transazionale e a basso valore aggiunto. Inoltre, l’impatto dell’intelligenza artificiale e dei big data riguarderà anche la geografia dei centri decisionali con possibili cambiamenti ad esempio in ottica di controllo decentalizzato.

Secondo Francesco Stronati, Vice President Health e Public Sector di IBM, il digitale abbraccia essenzialmente tre aspetti: finalità, in termini di obiettivi e di aumento della capacità/intelligenza umana; trasparenza, fondamentale per avere la fiducia necessaria ad un’adozione su larga scala; aggiornamento delle competenze, necessario per le nuove professioni e attività previste. Inoltre, è necessario porre maggiore attenzione su come la formazione, a tutti i livelli, possa stare al passo con un cambiamento così veloce. Infine, come accaduto in molti processi di cambiamento, per comprendere pienamente il vero potenziale e i rischi di queste tecnologie è fondamentale acquisire la giusta dimestichezza attraverso il loro utilizzo.

Vladimir Nanut, Presidente di Asfor, l’associazione per la formazione manageriale, ha focalizzato il proprio intervento sulla necessità di un processo strutturato di gestione del cambiamento a tutti i livelli e sulla qualità della formazione. In particolare, il digitale cambia in modo rilevante la formazione manageriale influendo su obiettivi, contenuti e strumenti, si pensi ad esempio ai MOOC. In aggiunta è molto importante sviluppare la capacità di inventarsi un lavoro e di reinventarsi continuamente.

Enrico Sassoon di The Ruling Companies ha concluso affermando che fare previsioni è difficile ma è ormai chiaro a tutti che la straordinaria complessità e velocità del cambiamento apportato dal digitale avrà impatti notevoli sul futuro del lavoro; impatti che possono essere governati attraverso processi adeguati e sistematici di formazione e apprendimento continuo.

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