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3D, Barbareschi: “Troppe lobby. Così l’Italia resta a Carosello”

Il responsabile Tlc di Futuro e Libertà: “L’industria dell’audiovisivo è soffocata da un modello di business buono per gli anni Sessanta. Bisogna rivoluzionarlo: il futuro è multipiattaforma”

18 Ott 2010

«Gli italiani sono pronti alla rivoluzione del 3D». Luca
Barbareschi
, deputato e responsabile Tlc per Futuro e
Libertà per l’Italia, crede fortemente nelle possibilità di
sviluppo di un mercato del video tridimensionale nel nostro Paese.
In grado, così come sta succedendo per i contenuti del Web, di
smantellare i “poteri forti” che ingessano l’industria
italiana dell’audiovisivo.
L’Italia è pronta a raccogliere la sfida?
Gli utenti sono più pronti di quanto non lo sia la filiera
produttiva che stenta a comprendere come stanno cambiando i modelli
di fruizione.
In che senso?
Broadcaster e produttori sono ancora convinti che ci sia una sola
piattaforma. E così per i contenuti tradizionali o in alta
definizione si punta solo su cinema e Tv, per il 3D sulla sala
cinematografica e solo in tempi più recenti anche sulle Tv “3D
ready” che iniziano a debuttare sul mercato. Invece la situazione
è diversa. Bisogna iniziare a pensare alla distribuzione
multipiattaforma già in fase di produzione, lavorando a contenuti
che siano fruibili sia da Tv sia da console, nel caso del 3D, e da
Internet in altri casi.
È solo la miopia dei produttori a rappresentare un
freno?

Il mercato italiano è frenato dalle lobby che prima hanno voluto
il monopolio della sala cinematografica per la diffusione delle
opere e poi le cosiddette “finestre” che impediscono a un film
di uscire in supporto “domestico” – le videocassette un tempo,
i dvd ora – prima di sei mesi. Chi fa pressione dunque? I
produttori, distributori, gli esercenti… Ma l’avvento del 3D
cambierà l’industria audiovisiva.
Ha talmente tanta fiducia in questa
tecnologia?

Non è una questione di fiducia. È che vedo come va il mondo.
Negli Usa sono in vendita le prime videocamere che riprendono
immagini 3D; quello che è già successo su Internet con YouTube,
che trasmette contenuti generati dagli utenti, succederà anche nel
comparto 3D con l’escalation delle console che, già adesso,
fungono da televisione, piattaforma per giocare e ascoltare musica.
L’utente mette se stesso al centro della filiera: quando non
creerà contenuti da sé farà in modo di vedere ciò che vuole,
magari scaricando dalla Rete, senza sottostare alle imposizioni di
un meccanismo che impone solo i contenuti più remunerativi. A quel
punto quei “poteri forti” che hanno finora hanno impedito la
rivoluzione digitale dovranno farci i conti.
Così non si presta il fianco alla pirateria?
Non per quel che riguarda il 3D. In questo caso
la “criminalità” multimediale incide poco nei processi di
distribuzione dei contenuti perché la tecnologia garantisce un
altissimo livello di scurezza. È quasi impossibile scaricare
contenuti tridimensionali.
Negli altri casi sì, però…
Non necessariamente. O almeno non se si ripensa la filiera dei
contenuti. Fin dal momento in cui qualcuno pensa di investire in un
progetto cinematografico o altro deve avere presente in testa che
quel prodotto sarà fruito in multipiattaforma da un utente che è
sempre più multitasker, che vuole avere la possibilità di andare
al cinema, ma anche di vedere le novità dal divano di casa senza
dover aspettare sei mesi – e qui sottolineo ancora il grande
ostacolo rappresentato dalle finestre. Se non si fa questo – e lo
ripeto perché qui sta il nodo – l’utente va su Internet e
scarica quello che trova.
In questo senso la politica può fare
qualcosa?

La politica deve mettere in campo strumenti legislativi che cambino
il modello di remunerazione di chi produce e distribuisce
contenuti, deve cioè innovare il sistema delle royalties. A questo
andrebbe associato un ripensamento del settore pubblicitario nel
senso del tailoring: pubblicità a misura di utente che sceglie di
vedere un determinato film e al quale, presumibilmente, interessa
un determinato tipo di prodotto o servizio. In Italia vige un
sistema di raccolta pubblicitaria anni Sessanta che ha nella
televisione “tradizionale” il suo fulcro e che sta mostrando
tutte le sue debolezze.
Il ritardo italiano rischia di diseducare l’utenza alle
nuove tecnologie?

Assolutamente no. L’uomo è naturalmente propenso ad andare
incontro alle novità tecnologiche: è successo con il passaggio
dagli acquaioli all’acqua corrente e succederà anche con le
tecnologie. Anzi, sta già succedendo.

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