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Facebook, i gemelli Winklevoss rinunciano al ricorso

Fine corsa per il contenzioso sulla paternità del social network. Gli ex compagni di università di Zuckerberg non chiederanno l’annullamento dell’accordo da 65 milioni di dollari

23 Giu 2011

I gemelli Winklevoss, due ex compagni d'università del
fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, hanno rinunciato ieri a
chiedere alla giustizia l'annullamento di un accordo che aveva
procurato loro più di 65 milioni di dollari per il loro ruolo
nella creazione del social network.

Secondo un documento presentato a un tribunale federale di San
Francisco, Tyler e Cameron Winklevoss, campioni di canottaggio, che
erano come Zuckerberg studenti ad Harvard ai tempi della creazione
di Facebook nel 2004, insiene all’amico Divy Narendra, dichiarano
di non voler più contestare l'accordo davanti alla Corte
Suprema degli Stati Uniti.

"Posso confermare che Tyler e Cameron Winklevoss hanno deciso
di non fare appello sull'accordo davanti alla Corte Suprema”,
ha confermato lo studio legale Howard Rice, che rappresenta i
gemelli.

Come ha raccontato il film “The Social Network”, i gemelli
Winklevoss e Narendra avevano preso contatto con Zuckerberg alla
fine del 2003 perché lui li aiutasse a mettere in piedi una rete
di contatti su internet. I tre affermano che Zuckerberg ha rubato
la loro idea e che ha deliberatamente ritardato il loro progetto
mentre lavorava al proprio sito, che ha finito per essere il più
grande social network al mondo.

I ricorrenti, che in seguito hanno fondato il loro sito, ConnectU,
erano stati risarciti con 20 milioni di dollari in contanti e 45
milioni di dollari in azioni Facebook (sulla base di una
valutazione di 36 dollari per azione), grazie ad un accordo privato
con Zuckerberg concluso nel 2008.

In seguito i tre avevano affermato di essere stati ingannati sul
valore reale delle azioni Facebook a quell'epoca. Secondo loro,
avrebbero dovuto ottenere più soldi o più quote del social
network. Alcune stime recenti apparse sulla stampa finanziaria
valutano il sito, che sta per essere quotato in Borsa, a più di
100 miliardi di dollari.

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