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Facebook, piena di spine la strada per Washington

Lo strapotere del social network rischia l’effetto boomerang in assenza di strategie politiche più “allineate” con la Casa Bianca. Giocano a sfavore le manovre di avvicinamento alla Cina e la posizione da outsider rispetto agli altri big della rete

21 Apr 2011

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama utilizza, per
comunicare con la nazione, i nuovi strumenti del web 2.0 come
Facebook. Ma Facebook è riuscita a infilarsi nei piani alti del
potere a Washington? Come scrive oggi il Wall Street Journal, il
sito sociale ha un gruppo di lobby ancora alle prime armi quando
invece avrebbe bisogno di una robusta rappresentanza per difendersi
dai sempre più serrati scrutinii delle sue pratiche in materia di
privacy e della sua strategia di espansione in Cina.

In sette anni, Facebook si è trasformata da una piccola start-up a
una super-potenza di Internet con un valore potenziale di mercato
stimato a oltre 50 miliardi di dollari. Ma con i suoi 600 milioni
di membri registrati, il sito fondato da Mark Zuckerberg deve
subire la pressione di regolatori e politici che si chiedono che
uso faccia delle informazioni personali che i suoi utenti
condividono.

L’azienda deve anche rispondere a qualche domanda su come
gestirà il ruolo, assunto suo malgrado, di strumento di
espressione per i dissidenti politici di tanti Paesi del mondo,
soprattutto se cerca di entrare in Cina e in altri Paesi dove il
dissenso incontra scarsa tolleranza. In un’intervista con il Wsj
sulle strategie di espansione all’estero dell'azienda, i
rappresentanti di Facebook a Washington hanno detto che la società
cercherà di adeguarsi alle norme cinesi, una presa di posizione
che potrebbe non essere gradita al Congresso Usa.

Finora Facebook ha speso molto poco in azioni di lobby, anche
rispetto ai già frugali standard delle aziende della Silicon
Valley: 351mila dollari lo scorso anno, appena una frazione di
quanto sborsato da altri colossi tecnologici, come Google (5,2
miliardi) e Microsoft (6,9 miliardi). Nel frattempo le trattative
per assumere l’ex portavoce di Obama, Robert Gibbs, per guidare
le strategie di comunicazione dell’azienda sono andate in
fumo.

Quanto all’ingresso in Cina, dove Facebook sta discutendo con
potenziali partner locali, Adam Conner, lobbyst di Facebook, ha
fatto sapere al Wsj: “Forse bloccheremo dei contenuti in alcuni
Paesi, ma non in altri. A volte ci troviamo in una posizione
scomoda perché stiamo offrendo una libertà di espressione, in
alcune nazioni, mai avuta finora”.

“Al momento stiamo studiando e imparando come funzionano le cose
in Cina, ma non abbiamo preso decisioni su se e come avvicinarci a
questo mercato”, ha chiarito Debbie Frost, direttore delle
comunicazioni internazionali di Facebook.

I parlamentari Usa non apprezzano le manovre di avvicinamento di
Facebook alla Cina, condotte tra l’altro senza rispondere alle
richieste di ulteriori informazioni da parte del Congresso. La
scorsa primavera, il senatore Dick Durbin, democratico
dell’Illinois che guida il panel del Senate Judiciary committee
sui diritti umani, ha anche ripreso Facebook per essersi rifiutata
di partecipare a un’udienza al Campidoglio sulla “libertà
globale di Internet”.

Il social network non si è nemmeno unito alla Global Network
initiative, un gruppo che include Google, Microsoft e associazioni
per i diritti umani, che hanno convenuto un set di principi di
condotta nelle nazioni come la Cina che limitano la libertà di
espressione.

Infine, né Facebook né il fondatore Zuckerberg hanno spiegato
pubblicamente il ruolo svolto dal sito sociale come strumento di
attivismo democratico in Tunisia e Egitto: in Tunisia, dove
Facebook ha preso alcune misure tecniche per contrastare i
tentativi del governo di rubare le password dei suoi utenti,
l’azienda si è limitata a dichiarare che tali misure sono state
adottate per motivi di sicurezza, non politici.

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