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Google, ancora guai in Cina. Ora è nel mirino del fisco

Le autorità cinesi hanno rilevato irregolarità in tre società locali affiliate con il motore. Che intanto preme per rientrare sul mercato asiatico con il servizio Maps

01 Apr 2011

Non c’è tregua per le difficoltà in Cina di Google, costretta a
trasferire il suo motore di ricerca fuori dalla Repubblica popolare
dopo gli attacchi di hacker ai suoi servizi e l’inasprimento
della censura governativa. Ora le autorità fiscali cinesi hanno di
nuovo messo Mountain View nel mirino dopo aver rilevato
“irregolarità in merito al pagamento delle tasse” in tre
società locali affiliate a Google, come riportato dall’Economic
Daily.

Una portavoce di Big G ha confermato che l’azienda americana
possiede due delle società indagate e ha una stretta
collaborazione con la terza, un rivenditore. Ma ha aggiunto:
"Riteniamo di aver sempre rispettato la normativa fiscale
cinese”.

I problemi con le “imprese dii Google in Cina", spiega
l’Economic Daily, riguardano l’uso di false ricevute e la
registrazione di spese come costi, per un imponibile totale di 40
milioni di yuan (6,1 milioni di dollari) che sarebbe stato nascosto
al fisco. Le tre società in questione sono Google Information
Technology (China) Co., Google Information Technology (Shanghai)
Co. e Google Advertising (Shanghai) Co. (quest’ultima è il
rivenditore). Le autorità cinesi hanno recuperato i fondi, imposto
le dovute multe e aperto un’indagine per capire se le società
che fanno capo a Google abbiano violato la normativa fiscale in
altro modo.

Ma siccome la Cina è un mercato troppo grande per rinunciare a
conquistarne almeno una fetta, Google, cacciata per ora dalla
grande porta dell’online search, cerca di rientrare dalla
finestra delle mappe e sta trattando con lo stesso governo che
sembra in altri casi ostacolarla per trovare un modo per continuare
a offrire il suo prodotto in Cina, come spiegato dalla portavoce
Jessica Powell.



Il colosso di Mountain View, come noto, gestisce il servizio di
mappe online Google Maps e lo ha offerto fino a qualche mese fa
anche in Cina (dove comunque alcune aree del territorio sono
soggette alla censura o al controllo di Pechino, come i confini o
il Tibet).
 A fine 2010, però, lo State Bureau of surveying and
mapping cinese ha emanato una normativa in base alla quale tutte le
aziende che forniscono servizi di localizzazione e cartografia,
ricerca o downloading su Internet nel Paese devono fare richiesta
di approvazione al governo per poter continuare a operare. Nello
specifico, per le mappe, occorre comprare una licenza: ecco quindi
che i servizi non autorizzati sono stati bloccati e si sono aperte
le trattative con le società occidentali interessate – tra cui
Google, e chissà se almeno stavolta riuscirà a convincere
Pechino.

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