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Google: “L’editoria deve tagliare il cordone con la carta”

Il vicepresidente dell’azienda, Carlo D’Asaro Biondo, al Corriere della Sera: “Non siamo una pipeline né una media company, ma una piattaforma. E Google News non è una nave pirata: chi è a bordo ha scelto di starci”

23 Giu 2010

“Abbiamo certamente fatto degli errori, ma siamo un’azienda
giovane. Crescendo, diventiamo meno aggressivi e più
collaborativi”. Per la prima volta Google risponde a un giornale
italiano, Il Corriere della Sera, tramite il vicepresidente Carlo
D’Asaro Biondo, uno dei quattro capi area mondiali, difendendo le
sue scelte e il suo ruolo di motore del cambiamento.

Sull'immagine esterna del colosso del web si è disegnata
qualche ombra: l’azienda che ha il “fare del bene” come sua
ragione sociale è diventata una straordinaria macchina che cresce
e fa profitti, offre tecnologie innovative, ma poi mette in allarme
coi suoi comportamenti monopolistici gli organismi antitrust di
mezzo mondo e scatena indagini per le violazioni, pur se
involontarie, della privacy: proprio in questi giorni, dopo la
crociata dei 30 Stati Usa per i dati wifi captati con i veicoli di
Street View, in Gran Bretagna si sta mobilitando l’associazione
Privacy International, che sostiene che Google ha violato la legge
inglese sull’intercettazione delle comunicazioni e il cui scopo
ultimo è portare a un’inchiesta ufficiale delle autorità
governative.

D’Asaro Biondo chiarisce: “Premesso che siamo un’azienda
molto orientata a soddisfare il cliente – e i nostri utilizzatori
ci sembrano assai soddisfatti di quello che offriamo loro – non
ho difficoltà a riconoscere che ci sono problemi. Ma guardiamo
anche di cosa stiamo parlando: la privacy. Va certamente protetta,
ma cos’è? E’ un concetto in piena evoluzione”.

La privacy è percepita con sensibilità diverse da giovani o meno
giovani, e nei diversi Paesi: l’Europa, per esempio, la difende
più degli Usa. “Ma non è solo questo”, prosegue D’Asaro
Biondo. “In Turchia i governanti mi chiedono di cancellare da
YouTube ogni video che contiene critiche al padre fondatore Ataturk
e all’attuale esecutivo. Un’azienda giovane come la nostra, in
questo contesto, cerca un minimo denominatore comune. E’
inevitabile che in questo processo si creino frizioni”.

Restando in Ue, dove c’è privacy e non censura, come giudica il
vicepresidente di Google la sortita più che furibonda di Eric
Schmidt sulla sentenza dei giudici di Milano? “Faremo appello, ma
non sta a me commentare i processi. Ma mi faccia aggiungere che
sulla privacy abbiamo fatto passi in avanti enormi: vada su
Internet e clicchi sul nostro ‘privacy center’ nella
homepage”.

Ma come ci si può fidare del giudizio di un’azienda che fa soldi
offrendo pubblicità mirata, basata sui dati degli individui, i
profili personali, e che quindi ha un interesse oggettivo a
demolire il concetto di privacy, più che ad aggiornarlo? “Noi
non siamo Facebook, ci siamo dati regole e limiti più severi”,
ribatte D’Asaro Biondo.

Ci sono poi le questioni antitrust, l’immagine del colosso che
approfitta della sua forza, di posizioni monopolistiche per
distruggere intere aree di business, che ha in mano il potere di
far sparire un’azienda dal suo “page rank” condannandola
all’oblio. “Per voi della stampa che ci attaccate sempre con
tanto puntiglio, il bicchiere è più vuoto che pieno, ma per me è
pieno almeno a due terzi”, obietta D’Asaro Biondo. “Google
cresce perché porta valore alle imprese sue clienti, perché
consente a milioni di piccole aziende – decine di migliaia solo
in Italia – di operare a livello mondiale, anche se le loro
dimensioni le costringerebbero a restare a livello di realtà
locale. Redistribuiamo ricchezza: su 22 miliardi di fatturato
Google nel 2008, 5,5 sono andati ai nostri partner produttori di
contenuti”.

Insiste il Corriere della Sera: siete sicuramente grandi
innovatori, ma non giocate sempre in modo trasparente, alcuni
business li demolite non perché siete più efficienti ma perché
potete permettervi di offrire servizi gratis e il relativo costo lo
coprite coi proventi pubblicitari raccolti in altri settori. Ma per
D’Asaro Biondo, quella di Google è “una rivoluzione, e nelle
rivoluzioni c’è sempre chi soffre”.

Che dire allora della stampa: Google non la schiaccia con la logica
del tutto gratis, indebolendo l’attenzione per il prodotto
giornale, presentandosi come partner ma guadagnando sulle
informazioni prodotte da altri? D’Asaro Biondo risponde senza
esitazioni: “Non siamo una pipeline né una media company, ma una
piattaforma. E Google News non è una nave pirata: chi è a bordo
ha scelto di starci. E noi offriamo un bel ventaglio di opzioni,
dalle notizie gratis per tutti all’accesso a sistemi di pagamento
flessibili”.

Ma soprattutto: “Le difficoltà per la stampa sono iniziate prima
dell’arrivo di Google, è l’aristocrazia che soffre le
rivoluzioni e Internet… Ma il futuro della stampa ci interessa,
eccome. Noi stiamo facendo molto per aiutarvi a migliorare la
raccolta pubblicitaria, a trovare nuove, redditizie nicchie. Certo,
dovete capire anche voi che il futuro è quello della pubblicità
‘targettizzata’. Dovete capirlo, come noi abbiamo capito che
era un errore imporre la logica del tutto gratis. E’ vero, la
pubblicità non basta a sostenere il costo di un sistema editoriale
complesso, ma ora siamo pronti a fornire anche servizi in questo
campo, piattaforme di pagamento. Ma l’editoria deve ridurre la
dipendenza dalla carta: non è sostenibile un modello di business
nel quale il 50-70% dei costi è assorbito dalla produzione e
distribuzione del prodotto fisico”.