Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Il Tribunale: Google non è un semplice host

Rese note le motivazioni alla condanna dell’azienda californiana: “La scritta sul muro non costituisce reato per il proprietario del muro. Ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo”

12 Apr 2010

"La scritta sul muro non costituisce reato per il proprietario
del muro. Ma il suo sfruttamento commerciale può esserlo, in
determinati casi e determinate circostanze": è uno dei
concetti chiave contenuti nella sentenza contro i tre dirigenti di
Google per violazione della privacy. La condanna era stata inflitta
per il filmato del ragazzo autistico malmenato dai compagni,
rimasto per due mesi su Googlevideo. Ma non può esistere “la
‘sconfinata’ prateria di Internet dove tutto è permesso e
niente può essere vietato” scrive il giudice di Milano, Oscar
Magi, nelle 111 pagine di motivazioni. “Esistono, invece, leggi
che codificano comportamenti e che creano degli obblighi; obblighi
che, ove non rispettati, conducono al riconoscimento di una penale
responsabilita”.

Il 24 febbraio scorso tre dirigenti di Google vennero condannati a
sei mesi, con la sospensione condizionale della pena, per
violazione della privacy, mentre vennero assolti dal reato
contestato di diffamazione. Un quarto dirigente, accusato solo di
diffamazione, venne assolto. L'inchiesta a carico dei dirigenti
di Google è stata coordinata dai pm di Milano Alfredo Robledo e
Francesco Cajani.
La condanna dei tre dirigenti era stata criticata duramente
dall'ambasciata Usa a Roma, la quale aveva sostenuto che “il
principio fondamentale della libertà di Internet è vitale per le
democrazie”.

L'informativa sulla privacy “visualizzabile per l'utente
dalla pagina iniziale del servizio Google Video” era “talmente
nascosta nelle condizioni generali di contratto da risultare
assolutamente inefficace per i fini previsti dalla legge” si
legge ancora nella sentenza. L'informativa sulla privacy
“visualizzabile” per l’attivazione “del relativo account al
fine di porre in essere il caricamento dei files da parte
dell'utente medesimo, era del tutto carente, o comunque
talmente nascosta” da risultare inefficace.

Il reato di violazione della privacy, per il quale sono stati
condannati i tre dirigenti di Google è stato commesso in parte
anche “negli Stati Uniti d’America, luogo ove hanno
indubitabilmente sede i server – scrive il giudice Magi -. Non vi
è dubbio che perlomeno parte del trattamento dei dati immessi a
Torino sia avvenuto fuori d'Italia” ovvero negli Usa, dove
hanno sede i server, “e cioe' le macchine che trattano e
immagazzinano i dati di proprietà di Google Inc.”. Il giudice ha
poi spiegato che la “competenza per territorio” è di Milano,
perché il reato è stato consumato “perlomeno in parte” in
Italia.

“Sono passati quasi due mesi dalla sentenza del tribunale di
Milano ed ancora non risulta che i vertici del provider Google
abbiano preso delle iniziative per rendere il motore di ricerca
più sicuro”. Lo dice il presidente del gruppo Pdl al Senato,
Maurizio Gasparri.
“Trovai all'epoca esemplare – dice Gasparri – la sentenza,
non solo perché nessuno aveva vigilato abbastanza per impedire che
quel filmato shock fosse messo in rete, ma soprattutto perché
nessuno aveva collaborato per rimuovere quei contenuti violenti in
maniera tempestiva. Dopo le decisioni del Tribunale, resta il
grande silenzio di Google che non si è chiaramente espressa con
delle iniziative o nuovi strumenti a tutela degli utenti contro la
diffusione incontrollata di contenuti violenti”.
Resta un vuoto normativo, dice Gasparri “al quale va comunque
posto rimedio. Ma nell'attesa ci saremmo aspettati da
un'azienda nota come Google maggior senso della responsabilità
e qualche iniziativa che potesse dimostrare la buona fede di allora
dei vertici”.