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Menduni: “La voce resterà sovrana”

Secondo il docente di Media e Comunicazione all’Università Roma Tre apps e internet non potranno scalfire l’esigenza umana di parlare. “La comunicazione ha le sue regole”

07 Mar 2011

Il cellulare è morto? Viva il cellulare. Potrebbe essere riassunta
così la tesi di Enrico Menduni, professore di Media e
Comunicazione all’Università Roma Tre e profondo conoscitore
dell’impatto che le nuove tecnologie hanno nei modelli di consumo
di massa.

La sua è una tesi controcorrente: lo smartphone
“tuttofare” non ha seppellito il cellulare…

Prima di tutto c’è da chiarire un punto: lo smartphone “è”
un cellulare dato che la voce è una funzionalità di base
assolutamente non prescindibile. Detto questo non si può
certamente negare che uno smartphone – cellulare “intelligente”
o “avanzato” che dir si voglia – oggi più che in passato basa
il suo successo di mercato nell’ecosistema che si sviluppa
intorno, dalle apps ai software aggiuntivi. Si tratta però di
implementazioni che non vanno ad intaccare la funzionalità
“core” che resta ancora quella della voce. Ci sono delle
operazioni – la nostra intervista ne è un esempio – che sarebbe
difficile fare in modalità diverse da quella orale. E questo vale
anche per molte altre attività di lavoro o di svago.

A proposito di lavoro, lo smartphone sta cambiando anche il
modo di gestire le attività rendendole più flessibili e
“remotizzabili”. Almeno su questo è d’accordo?

Indubbiamente iPhone e Blackberry, che rappresentano un po’ la
summa della tecnologia mobile, sono importanti agenti di
cambiamento, più all’estero che in Italia, dove c’è ancora
molta affezione verso l’ufficio. Oltre la voce, che per
l’utenza business resta determinante, sono a disposizione
funzionalità Gps, accesso a Internet. servizio e-mail e
messaggistica.
Un vero e proprio desk mobile che non vincola al tradizionale posto
di lavoro e che certo rappresenta una rivoluzione in corso.
Nonostante le tastiere, che non sempre agevolano lo svolgimento
delle attività.

Nemmeno quella a tasti tradizionali?
Neanche quella, almeno nel caso in cui si debbano elaborare testi
lunghi: la ridotta misura dei tasti è un ostacolo alla stesura di
documenti articolati. Ma anche i display touchscreen a disposizione
sull’iPhone e device similari hanno il loro limite: sono troppo
sensibili al tocco. Sarebbero necessari schermi più resilienti; la
tecnologia fa passi da gigante in tempi relativamente rapidi,
quindi non escludo che a questo le case produttrici ovvieranno
presto.

Anche l’utenza consumer subisce il fascino dello
smartphone…

Il forte potenziale di attrazione è legato al fatto che questi
device sono dei fantastici aggregatori in continua evoluzione:
dagli sms si è passati agli mms, poi si è aggiunta la fotocamera,
successivamente la funzione di Gps. Infine sono arrivati i social
network, Facebook in testa, che hanno catturato tutte queste
funzionalità nella loro piattaforma di condivisione, ottimizzata
anche per i device mobili. È questa poderosa capacità di
ri-aggregare e formattare tutte le tecnologie precedenti che
risulta attraente: si ha la sensazione di avere tutto il proprio
mondo in tasca. Sensazione che piace a giovani e meno giovani, come
dimostra l’altissima penetrazione di smartphone e affini nel
nostro Paese.

Il 2010 è stato l’anno dei tablet con il lancio
dell’iPad. E il 2011 è destinato a proseguire all’insegna
delle tavolette. Lei che idea si è fatto circa questo nuovo modo
di fruire della tecnologia?

Come nel caso dello smartphone – ma in questo caso più per
l’utenza consumer che per quella business – il tablet Pc ha una
forte capacità attrattiva, parzialmente determinata dalla novità,
ma anche dalle funzionalità legate a doppio con filo la fruizione
delle immagini. L’iPad è un oggetto perfetto per vedere foto
digitali e addirittura un film, ma sulle caratteristiche tecniche a
supporto di una navigazione Web affidabile di strada ce n’è
ancora molta da fare. Per questo credo che nemmeno il tablet Pc
riuscirà a seppellire lo smartphone. Lei ha mai provato a
telefonare con un tablet Pc?

Lei insegna all’università. Crede che ci sia spazio per
lo sviluppo di una “didattica in mobilità”?

Questo dipende molto dal potenziale di innovazione dei singoli
mercati. Negli Stati Uniti, ad esempio, le lezioni di docenti di
alcuni prestigiosi atenei si possono già scaricare a pagamento da
iTunes e trasferirle sui device per studiarle e condividerle. In
Italia sarebbe più complicato mettere in campo un’iniziativa
simile, anche solo per la situazione in versano le università,
dove a volte nemmeno funzionano le connessioni Internet. Ma è
senza dubbio una prospettiva interessante sia dal punto di vista
dell’apprendimento e delle modalità di insegnamento – perché
facilita l’interazione docente-studente e fra studenti – sia da
quello più strettamente di mercato.