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SENTIERI DEL VIDEO. La corsa alla sfida del piccolo schermo

18 Apr 2011

Forse alla fine ci siamo: la concorrenza alla televisione sul suo
terreno non la faranno Current Tv e altre iniziative di nicchia
(già in Current i contenuti generati dagli utenti – tanto
declamati – sono stati notevolmente ridimensionati) ma YouTube che
si trasformerà, solo in parte, in una colossale Web Tv con venti
canali tematici. Ciò dovrebbe significare, almeno stando al Wall
Street Journal, che dopo altri tentativi non proprio riusciti di
una Google Tv, il gigante ci riprova.

Naturalmente YouTube potrà continuare a essere quello che è
sempre stato, cioè un luogo dove postare video e condividerli, ma
i canali avranno una filosofia broadcast: ci saranno contenuti
professionali in grado di attirare un pubblico e la pubblicità.
YouTube diventerà così un editore, con responsabilità sui suoi
contenuti, come un qualunque broadcaster: almeno nella parte che
sarà strutturata per canali. Ovviamente questi canali saranno
fruibili su qualunque device: tablet, smartphone, pc e chi più ne
metta, oltre che su un televisore sempre più obbediente a una
memoria di computer, a periferiche varie che lo riforniscono con
semplici prese Usb, e a dispositivi di personalizzazione della
visione con il Pcr, Personal Video Recorder.

La notizia merita di essere commentata ma nessuno sa se
l’annuncio diventerà realtà e se i termini in cui realizzerà
saranno quelli enunciati. Inoltre non è detto che l’iniziativa
abbia successo: produrre maionese non è la stessa cosa che
produrre hamburger, anche se sono tutte e due cose da mangiare, e
non è semplice inventarsi una filosofia broadcast quando si hanno
prodotti amatoriali e non si sa cos’è un palinsesto. I fan di
YouTube del resto non vanno delusi con cambiamenti radicali delle
funzioni di un sito molto amato.

Notiamo però che fare concorrenza alla tv è ormai uno sport
internazionale: ci provano tutti, i gestori telefonici e i
costruttori di tablet, gli editori di giornali, le piattaforme di
videogioco e molto altro. Il punto rimane sempre lo stesso: la
predisposizione a pagare da parte dei (potenziali) clienti,
sommersi ormai da una vastissima gamma di offerte, in cui il
carattere promozionale si sposa spesso con la gratuità, e in cui
la pubblicità, in cui Google spera, non è una risorsa
inesauribile.“Cercavo un software per il mio computer, che mi
servirà saltuariamente – mi diceva un mio studente – ma ho appreso
che costa 350 euro. Mi sono dedicato a cercare qualche modo per
eludere il pagamento: ho cercato di averlo gratis per un periodo di
prova, provato siti di download (ai confini della legalità) ma non
è andato a buon fine.

Alla fine ho trovato un amico di un amico che mi ha rifilato un
serial number crackato con cui sono riuscito ad averlo”.
L’esempio vale quello che vale, ma dimostra una propensione dei
clienti a spendere tempo e fatica non per pagare i contenuti, ma
per ottenerli come commodity gratuita.