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Tetto agli spot per la pay tv. Marcia indietro del governo?

Si fa largo l’ipotesi di una versione “light” per il provvedimento che il viceministro dello sviluppo economico sta mettendo a punto per il consiglio dei ministri di domani

16 Dic 2009

Tetto alla pubblicità verso lo stop? Si affaccia fra i rumors
l'ipotesi di una versione "soft" per le nuove norme
sulla raccolta pubblicitaria nel decreto che il viceministro dello
sviluppo economico Paolo Romani sta mettendo a punto per il
Consiglio dei ministri di domani. Secondo voci dell’ultimora il
decreto, inserito nella direttiva Ue “Tv senza frontiere”,
ridimensiona il tetto, eliminando la parte che riguarda il limite
più basso (ieri si è parlato del 12%) per le pay-tv. La frenata
sarebbe arrivata da due fronti e per motivazioni diverse. Da una
parte il ministro delle politiche europee Andrea Ronchi avrebbe
sottolineato l'eccesso di delega per il corposo provvedimento
sulle tv inserito nella direttiva Ue. Dall'altra il
sottosegretario Gianni Letta avrebbe fatto intendere di nutrire
perplessità in quanto la materia è delicata e, in questo momento,
sarebbe poco opportuno far riaprire contenziosi sul tema del
conflitto d'interessi e delle tv.

Scende in campo anche la Fieg chiamata in causa dal viceministro
Romani in merito alla discussione di questi giorni sui tetti
pubblicitari nelle trasmissioni tv. L'associazione degli
editori di giornali spiega di non essere "in grado di
commentare il testo del decreto legislativo di recepimento
all'esame del Governo, testo di cui non conosce il
contenuto". Ma ricorda che 'la propria posizione è stata
sempre quella di segnalare come nel nostro Paese, diversamente da
quanto avviene nel resto d'Europa e negli Stati Uniti, si
riscontra un palese squilibrio della pubblicità sulle tv a danno
della carta stampata. A questa constatazione la Fieg ha fatto
seguire richieste di contenimento sotto molteplici profili,
riguardanti sia la televisione pubblica, per la quale il pagamento
del canone dovrebbe essere assicurato con idonei strumenti, che
quella commerciale".

In particolare la Fieg sottolinea la necessità che nel recepimento
della direttiva Ue sia limitato il cosiddetto product placement,
"pratica pubblicitaria particolarmente insidiosa perché in
grado di impedire la distinguibilità del messaggio
pubblicitario". Serve evitare il paradosso, dice
l'associazione, "che gli spot pubblicitari televisivi
siano sottoposti al limite orario, mentre una pratica
potenzialmente più pericolosa, no".
Ancora, la Fieg sottolinea la "necessità di recepire
integralmente quanto previsto dalla nozione di pubblicità della
direttiva europea": le telepromozioni vanno considerate a
tutti gli effetti 'spot televisivi pubblicitari' e, di
conseguenza, conteggiate ai fini del rispetto del limite orario di
affollamento pubblicitario.

Le polemiche sollevate ieri dalle anticipazioni sul provvedimento
su tv e Internet si sono infiammate subito. E non solo per il tetto
agli spot. Il documento è complesso (100 pagine di articoli e
commi) e gode di una corsia preferenziale assoluta: una volta
approvato dal governo, sarà subito operativo e non farà alcun
passaggio in Parlamento per verifiche o correzioni, come notano i
giornali di oggi.

I temi caldi riguardano il taglio delle risorse ai produttori tv
italiani ed europei e il pesante intervento sulle dirette tv su
Internet. All'articolo 21, il decreto dice che il Garante delle
Comunicazioni dovrà scrivere un regolamento sui servizi diffusi in
"diretta continua su Internet" anche con la tecnica del
livestreaming. Sulla base di questo regolamento il governo
autorizzerà i servizi. I siti Internet verrebbero equiparati
dunque a vere e proprie tv e dovranno ricevere un’autorizzazione
e l'iscrizione a un registro se vogliono trasmettere eventi,
concerti, sport e manifestazioni in diretta.

La frenata sugli spot recepiva le indicazioni di Bruxelles, ma
ampliandone la portata, perché l’Ue chiede solo di non superare
il 20% di pubblicità in un’ora di trasmissione. A protestare non
era stata solo Sky ma anche i tanti editori che forniscono propri
canali alla pay-tv. La Fox, che assicura a Sky 12 canali tra i più
visti sul satellite, ha ricordato di essere presente in 90 Paesi al
mondo e che in nessuno di questi sono in vigore tetti pubblicitari
come quelli immaginati dal governo italiano. Oggi Fox impiega 250
persone in Italia e se entrasse in vigore un taglio degli spot come
quello paventato, alcune dovrebbero andare a casa.
Secondo un calcolo della stessa Sky riportato dalla stampa di oggi,
il tetto del 12% agli spot sarebbe costato a Murdoch 70 milioni di
euro, ma non è l’unico aspetto del decreto che preoccupa: c’è
anche la norma sui permessi per la trasmissione satellitare a
impensierire la News Corp. Prima di lanciare un nuovo canale
satellitare, la pay-tv rischia di dover chiedere via libera al
governo, rinunciando tra l’altro al “fattore sorpresa” per le
sue strategie industriali.

Anche l'Associazione delle Televisioni Digitali Indipendenti
(che assicura a Sky 50 canali) si era lamentata: Francesco Nespega,
il presidente, aveva sottolineato che il governo toglie ossigeno ai
canali indipendenti nel pieno di una delle più gravi crisi
economiche.

Diversa la protesta di Aeranti-Corallo (associazione che
rappresenta 985 imprese tra aziende radiotelevisive locali,
satellitari e via Internet) e Frt (l’associazione di categoria
delle imprese radiotelevisive private italiane). Per le due
associazioni, sulle pay-tv non dovrebbero proprio esserci gli spot:
sono tv basate sul canone d’abbonamento e non dovrebbero
“rubare” pubblicità alle tv territoriali. Ma questa è
un’altra storia.

"Bene l'eliminazione dal decreto dell'operazione sui
tetti pubblicitari di Sky" commenta a caldo il responsabile
comunicazioni del Partito Democratico, Paolo Gentiloni. "Ora
mi auguro – prosegue Gentiloni in una nota – che le stesse
preoccupazioni, sia per l'eccesso di delega evidente nella
bozza di decreto, sia per l'altrettanto evidente conflitto di
interessi, portino a eliminare i numerosissimi altri articoli che
è inaccettabile consegnare a un decreto attuativo della direttiva
sul 'product placement''.

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